CULTURA

La memoria profonda del Friuli, un documentario (a più voci) a 50 anni dal terremoto

Una immersione nella memoria profonda e un racconto a più voci, dal passato e dal presente, a 50 anni di distanza dal terremoto che devastò una terra e la sua anima. Orcolat non è solo il racconto del sisma che, il 6 maggio 1976 (con ulteriori scosse a settembre), sconvolse il Friuli e l'Italia intera, è un documentario intenso capace di intrecciare, con amore e sapienza, l'emozione del ricordo, la ricostruzione storica, il rigore scientifico e la suggestione del mito, dando un volto alla furia sotterranea attraverso la figura della creatura leggendaria nata dallo scontro millenario delle faglie, un gigantesco orco che - si racconta - viva nelle viscere della terra, dormiente, in uno stato di calma provvisoria, addolcita e per breve tempo garantita dalle farfalle. Il suo risveglio violento porta con sé terremoti e sciagura.

Su Il Bo Live una conversazione con Federico Savonitto, regista friulano che è riuscito a mettere insieme un’accurata ricerca storica, con moltissime immagini d'archivio, e una puntuale riflessione contemporanea, raccogliendo le voci di studiosi come Gian Paolo Gri, Antonella Riem Natale ed Esther Kinsky, autrice del libro Rombo (Iperborea) dedicato alla memoria di quel terremoto, di ricercatori e ricercatrici del Centro di Ricerche Sismologiche di Udine, passando per le testimonianze di figure note della cultura e dello sport, figlie e figli del Friuli, che non hanno dimenticato: su tutti Bruno Pizzul, testimone e voce narrante, a cui è dedicato il documentario stesso, e poi Davide Toffolo dei Tre allegri ragazzi morti, un bambino nel 1976, oggi cantautore, fumettista, qui autore del disegno dell'orco, e lo scrittore Tullio Avoledo che, con particolare intensità, fa riferimento all'odore della polvere dopo il disastro, passando per Dino Zoff, Manuela Di Centa, Fabio Capello. E ancora, il giornalista e scrittore Paolo Rumiz, giuliano, di Trieste, ma con un ruolo determinante nello sviluppo della storia, che al fenomeno dei terremoti ha dedicato il libro Una voce dal Profondo (Feltrinelli). 

Nel lavoro di Savonitto il pensiero di Rumiz risulta centrale e si offre come ponte tra il dato storico del sisma e la dimensione simbolica del sottosuolo, partendo dal significato della grotta, dove furono registrate le prime scosse, che rappresenta anche l'aspetto mitico e ancestrale della terra. Lì si incontrano le anime del film, "è il luogo del femminile, è il luogo del simbolo e della sacralità ed è il luogo dove, secondo la leggenda, vive l’Orcolat", racconta Savonitto a Il Bo Live. Rumiz aiuta a riconoscere l'Orcolat non solo come un mostro ma, soprattutto, come forza dell'inconscio collettivo, ben definito anche dalla musica composta da Lorenzo Commisso, "che è riuscito a creare un suono compatto, un magma vivo", il suono della profondità.

Quale la genesi del progetto? E come si inserisce la leggenda dell'Orcolat nel documentario?

"Il film nasce circa quattro anni fa, da un’idea dei produttori Marco Caberlotto e Lucio Scarpa. Inizialmente rimasi un po’ perplesso: sono nato nel 1981, qualche anno dopo il terremoto, e, dunque, non ero certo che sarei riuscito a trattare un tema così delicato e doloroso. Tuttavia, nella rinascita che quel dramma ha portato con sé, ho riconosciuto subito una linea narrativa potente. Conoscevo la figura dell’Orcolat, il mostro leggendario che la tradizione friulana identifica come causa dei terremoti: la scintilla definitiva è scoccata quando - lavorando a un altro documentario, Sterp, ora in preparazione - ho scoperto il libro di poesie L'orculat, pubblicato subito dopo il sisma per raccogliere fondi. Tra le poesie c'era quella di Agnul di Spere, nome d'arte di Angelo Pittana, intitolata 6 maggio, che descrive un popolo rimasto senza più lacrime per piangere. In quel momento ho rivalutato il progetto, intendendolo come occasione per esplorare il mondo mitologico friulano e riavvicinarmi alle mie radici". 

Orculat te gnot, Atile che no ti vin viodút, Turc, sables di vint… A si sclape la tiare e a sglavínin claps, o aganes fermaiju. Ore di madins, e i tiéi vótí di amór a son svuarbats, Friulut. A son las tôs vôs di amór tal vajùm sut sujades 

(Orco nella notte, Attila che non abbiamo visto, Turco, sciabole di vento. Si spacca la terra e diluviano sassi, fermateli o fate. Ora del mattino, e i tuoi occhi d'amore si son accecati, piccolo Friùli. Sono le tue voci d'amore seccate in un pianto asciutto). 

Da "6 maggio", poesia di Agnul di Spere contenuta in "L'orculat", 1976.

Come e quando nasce il rapporto con Bruno Pizzul? Qual è il peso della sua voce rispetto al racconto corale? 

"Andai a trovarlo a casa, a Cormons, con una troupe di cinque o sei persone: vedendoci così numerosi inizialmente rise, perché si aspettava un incontro più intimo, ma ci accolse mettendoci subito a nostro agio. Di fronte alla prima stesura del testo iniziò a leggere, dall'inizio alla fine, continuando senza pause, con una professionalità disarmante. L’idea azzardata è stata quella toglierlo dal contesto del giornalismo sportivo per renderlo un narratore epico. Ha funzionato perché Bruno possedeva un carisma e un’empatia unici: ha raccontato la storia in modo quasi omerico. Il film è dedicato a lui, lo abbiamo ripreso l'ultima volta nel 2024 e, nonostante fosse meno in forma rispetto al primo incontro, è stato incredibilmente disponibile”.

Si diceva, oltre a Pizzul, Orcolat raccoglie altre voci, diverse testimonianze.

“Per quanto riguarda gli altri testimoni, come Capello o Zoff, inizialmente erano una richiesta della produzione per rendere il film riconoscibile fuori dal Friuli. Poi ho capito che era un’ottima idea: permettevano di ragionare sull’identità friulana in modo simbolico. Abbiamo poi aggiunto voci di intellettuali come Paolo Rumiz, Ester Kinsky, l’antropologo Gian Paolo Gri e Davide Toffolo. Davide, essendo di Pordenone, era bambino durante il sisma: facendo il film ha scoperto quanto quel trauma fosse rimasto nel DNA dei suoi Tre allegri ragazzi morti". 

Durante una recente proiezione a Udine, al cinema Visionario, uno spettatore si è riconosciuto in un ragazzo che appariva nelle immagini di repertorio Federico Savonitto

Come si è svolta la ricerca d'archivio? Il documentario è costellato di contributi d'epoca. 

"È stata una ricerca lunghissima tra la Cineteca del Friuli, nata proprio a Gemona dopo il sisma, e gli archivi Rai. Il repertorio non serve solo a mostrare il terremoto, ma racconta la transizione antropologica, dal mondo rurale a quello delle fabbriche. Si vede il dolore ‘a caldo’: non c'è stato bisogno di intervistare le persone cinquant'anni dopo, perché attraverso le immagini d'epoca le puoi vedere lì, in quel momento. Durante una recente proiezione a Udine, al cinema Visionario, uno spettatore si è riconosciuto in un ragazzo che appariva nelle immagini di repertorio: probabilmente non sapeva nemmeno di essere stato filmato. È stato molto emozionante. Per me questo tour in Friuli si sta rivelando particolarmente intenso, perché questo è un film che, visto al cinema, crea quell'effetto di collettività in cui la gente si riconosce e ricrea comunità. Credo si debba vedere sul grande schermo, in sala, insieme ad altre persone".

Il racconto non dimentica la scienza. Al lavoro di ricercatrici e e ricercatori viene dedicato un focus specifico.

"Mi sono ispirato a Werner Herzog, amo mostrare scienziati che spendono la loro vita per rendere il mondo un posto più sicuro. Mi sembrano eroi contemporanei. Il Centro di Ricerche Sismologiche di Udine (istituito dopo il terremoto del 1976, con la Legge nazionale n. 828 del 1982, ndr) rappresenta il presente, ciò che è ancora vivo. Il lavoro di ricercatrici e ricercatori fa da cornice al film: li vediamo monitorare il territorio, svolgere attività di sensibilizzazione rivolte ai bambini e parlare con gli abitanti nelle valli sperdute. Mi piaceva l'idea di inserire l'incontro tra una friulanità arcaica e quella contemporanea della ricerca. È il valore della scienza che parla con la gente”. 

Il documentario dedica molto spazio alla ricostruzione, concentrandosi senza retorica sulla predisposizione friulana alla concretezza, con riferimento al morbìn, citato anche da Pizzul, e al cosiddetto male del mattone. Sembra che questi aspetti ti siano molto cari. 

"Sì, lo è, ma volevo evitare la retorica del friulano che si rimbocca le maniche e fa tutto da solo. Esiste un elemento reale che ho ritrovato nella parola morbìn, una sorta di resilienza estrema, quasi un morbo, una spinta a spremersi pur di raggiungere l'obiettivo. Il desiderio di ricostruire era sostenuto proprio dal morbìn. A questo si lega il "male del mattone": l'urgenza viscerale di avere un tetto sopra la testa. Il clap, il sasso, è la radice del paesaggio friulano”.


QUI le date del tour nei cinema.

Orcolat (2026) è un film di Federico Savonitto 

Con la partecipazione di Bruno Pizzul, Dino Zoff, Manuela Di Centa, Paolo Rumiz, Ester Kinsky, Ulderica Da Pozzo, Fabio Capello, Gianpaolo Gri, Antonella Riem Natale, Gabriella Paruzzi, Davide Toffolo, Tullio Avoledo, Tiziana Rizzi. 

Fotografia: Debora Vrizzi. Musiche: Tre allegri ragazzi morti, Elisa, Lorenzo Commisso. Montaggio: Elia Risato. Sound Design: Eric Guerrino Nardin. Una produzione Kublai Film (Lucio Scarpa & Marco Caberlotto) in co-produzione con RAI Cinema con il sostegno del Fondo per l’Audiovisivo del Friuli Venezia Giulia e la collaborazione dell’ARLeF, con il contributo della FVG Film Commission.

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