CULTURA

In inverno e a primavera là fuori persiste un mondo tendenzialmente sempre più caldo

Tra qualche giorno sarà primavera. Improbabile che siano terminate le guerre in corso, ormai è senso comune dichiarare che il disordine internazionale del secolo e dei decenni scorsi aveva alcuni “assetti” geopolitici che, comunque, stanno adesso radicalmente cambiando, vedono sconvolgimenti irreversibili; esiste uno specifico tentativo di riordino “imperiale” da parte degli Stati Uniti verso poteri e risorse di tutti i continenti e la necessità di un ripensamento strategico per ogni stato nazionale e ogni organismo internazionale. Resta il fatto che in inverno e a primavera là fuori persisterà un mondo tendenzialmente sempre più caldo. Come è noto, nessuno da tempo riesce più a negare il riscaldamento del pianeta e pochissimi cercano di sostenere che la nostra specie non c’entri nulla (quasi tutti quei pochi per i tanti interessi connessi alla produzione e alla distribuzione dei combustibili fossili). Da quando c’entra, come e quanto, è oggetto di ricerca scientifica multidisciplinare, volta a valutare il passato e il presente oltre che a delineare gli scenari possibili relativi al futuro, nostro e degli ecosistemi biologici terrestri.

Se ne parla minuziosamente e tenacemente su queste pagine da ben oltre un decennio, i lettori possono togliersi lo sfizio di inserire come chiave di ricerca qualsiasi argomento che possieda qualche nesso con il clima o con i contemporanei cambiamenti climatici, che sono notevolmente antropici e globali. Troveranno molto. Abbiamo dato conto anche della narrativa (fiction) che si è occupata della materia, ricordando come sia via via emerso un genere definibile più come speculative fiction che come fantascienza. È uscito a inizio 2026 l’ultimo bel romanzo di un bravissimo scrittore italiano, che si è occupato di molto altro nei decenni di produzione letteraria personale: Bruno Arpaia, Il mondo senza inverno. L’autore già dieci anni fa aveva introdotto alcuni personaggi che tornano oggi in Qualcosa, là fuori


Leggi anche: Gli scrittori e il cambiamento climatico


All’inizio del romanzo uscito nel 2016 eravamo a Napoli nel 2078, già in parte desertificata e ancora sotto la pressione di corruzione e diseguaglianza, conflitti e saccheggi. Livio Delmastro era vecchietto, nato nella città partenopea poco dopo il 2000, la fragilità e gli scarsi vincoli dell’accordo globale sul clima del dicembre 2015 a Parigi lo avevano indotto a divenire da giovane un ecologista sempre più impegnato e determinato: considerava anche lui le stime Ipcc forse troppo ottimistiche, chiedeva che la politica si desse una mossa per fare molto di più e meglio per la mitigazione e l’adattamento. Niente da fare, a quel (nostro) tempo si sta preferendo enunciare formalmente principi generici e far finta sostanzialmente di nulla. Frustrante. Delmastro si era iscritto a medicina appassionandosi ai meccanismi del cervello umano, vedeva con apprensione i primi effetti locali concreti dei cambiamenti climatici (eventi meteorologici estremi, ondate di profughi), aveva conosciuto Leila (figlia di rifugiati siriani e studentessa di fisica), avviando una bella colta storia d’amore.

Lui si era specializzato in neuroscienze alla Sissa di Trieste, mentre lei aveva vinto un dottorato (con periodi intensi al Cern di Ginevra); insieme avevano pubblicato molto come promettenti stimati studiosi e ottenuto entrambi una borsa di post dottorato a Stanford in California, arrivandovi felici nel settembre 2038. Il romanzo si svolge quarant’anni dopo, appunto nel 2078: negli Stati Uniti non era andato tutto bene (fra l’altro attraverso crescenti discriminazioni) e l’intero mondo era poi via via ulteriormente cambiato, innanzitutto sul piano climatico. Livio vive ormai vecchio e solo; erano tornati a Napoli da 22 anni, da 16 si era trovato senza moglie e figlio, ormai quello che i “catastrofisti” avevano previsto si è verificato. Laddove c’erano alberi non sta crescendo più nulla, fiumi grandi e piccoli stanno diventando completamente aridi, regole residenze città devono essere abbandonate (da chi vi riesce), spostandosi verso nord, sempre più a nord. Gli stati nazionali sono rimasti quasi solo in Scandinavia, militarizzati e inaccessibili. Livio decide di partire, investe tutto quanto ha per pagare una società di lassù che organizza la migrazione armata di indefiniti mesi a piedi. Partono in decine di migliaia.

Il romanzo racconta lo spostamento forzato da sud Italia a nord Europa. Arpaia prova a immaginare spazi e tempi fra decenni (solo la specie umana ne potrebbe essere capace), nel primo romanzo durante quasi un anno tra 2079 e 2080: l’autore tenta di ricostruire pure dinamiche sociali e relazionali! Chi saggiamente lo avesse letto, ha apprezzato un romanzo di fiction letteraria ed empaticamente ha capito qualcosa in più su almeno due fenomeni globali: il riscaldamento in corso della temperatura e i viaggi in corso dei profughi. Nel dicembre 2020 Pietro Greco video intervistò Bruno Arpaia, che a una domanda rispose: “Penso che uno dei compiti degli scrittori sia non distogliere lo sguardo dai problemi: sono 30 anni che si discute di crisi climatica e non è successo quasi nulla”. Nel suo romanzo di dieci anni fa aveva voluto sottolineare proprio il nesso fra sconvolgimenti ambientali e crescenti inevitabili migrazioni forzate.

Lasciare il posto dove si è nati è sempre doloroso e complicato, a prescindere che se ne sia praticamente capaci e liberi. Si determina una doppia assenza (verso la propria precedente stanzialità e verso un proprio successivo destino); prima che arrivino in Scandinavia nel 2079 (o in Europa, nel 1991 o 2016 o 2026) donne e uomini subiscono conflitti, traumi, angherie, scompensi. E ci sono punti di non ritorno (almeno nove confini da attraversare nel caso del romanzo), in modo da esperire la possibilità per individui del pianeta resiliente di adattarsi ai cambiamenti imposti dagli effetti di un’invadente pervasiva attività della specie predatrice, noi Homo sapiens. Già prima, più ancora nel 2078 coesistono straordinarie nuove tecnologie e con un brutto mondo dove usarle. La narrazione è in terza varia al passato; all’inizio del testo, a migrazione in corso, mentre si stanno un poco riposando dopo lunghe marce in colonna, Livio ha potuto bene incontrare la ragazzina Sara, 16enne, la signora Marta Vargas e suo figlio Miguel.

Livio, Sara, Marta e Miguel resteranno legati, altri amici e conoscenti morranno lungo il viaggio. Livio arranca spesso, è molto anziano. Alla fine del primo romanzo, nella disperazione, all’improvviso, sperso nella memoria e nel disordine implacabile del tempo, gli viene in mente suo cognato Ahmed Yazbek, non sa più dove possa essere e cosa possa fare, ma forse si trova proprio in una cittadina svedese (ha dimenticato il possibile nome), forse può essere contattato e potrebbe aiutarli. Nel nuovo romanzo del 2026 il contesto è appunto il territorio scandinavo. Siamo a Trondheim (laddove sono oggi città e nazione svedese, più o meno) tra oltre cinquanta’anni. Ahmed, barba bianca e tante rughe, ha visto arrivare l’ancor più vecchio cognato neuroscienziato ecologista Livio; gli è morto sotto il naso, stanco e malato, e gli ha affidato la vita di Marta e dei due ragazzi Sara (16enne) e Miguel (11 o 12); avevano viaggiato con lui per quasi sette mesi dall’Italia in una lunga pericolosa migrazione imposta dalla tropicalizzazione del sud Europa, una fuga forzatamente a piedi. 

I sopravvissuti conservano le ceneri di Livio; ben presto, dopo averli accolti e modestamente sistemati, il solitario Ahmed li considera la propria nuova famiglia e illustra via via le condizioni sociali e istituzionali in cui vivono. Loro vengono considerati cittadini B (se superano gli ostacoli burocratici e il bullismo verso i migranti nelle classi scolastiche riunite una volta a settimana). Esistono e comandano i ricchissimi cittadini A, in zone militarmente superprotette, con neurochip impiantati nel cervello e capaci di “ampliarsi” geneticamente (Ugm). Esistono e marciscono altrove i cittadini C, sopravvivendo a stento confinati in baraccopoli separate. L’intelligenza artificiale esercita una sorveglianza soffusa e quasi totale sulle caste in basso. Persistono disastri climatici (subito un violento uragano) e prolungate siccità (in tutte le stagioni), intaccando pesantemente le risorse idriche e alimentari. Ahmed ha scelto la lotta di “resistenza”, alimentata da dubbi esistenziali e perplessità sociali, guidata da una ribelle cittadina A: Marina Niemand, statuaria mulatta altissima e magra, occhi neri e acuti, che lavora a hackerare gli algoritmi, a diffondere notizie riservate e a far trapelare le tecniche razziste che usano i suoi simili. 

Marta scopre presto un cancro al seno, rischia di essere retrocessa a C, tutto risulta ancor più complicato; così aiutano la resistenza, fin quando scoppia un immenso inarrestabile incendio e provano a salvarsi, rivoltarsi, fuggire ancora. Anche qui la narrazione è in terza al passato, con qualche inserto in prima persona al presente dei cinque protagonisti del secondo romanzo: Ahmed, Miguel, Sara, Marta, Marina. Il libro angoscia con mite cura, comunque non fossilizzatevi sui particolari! Anche il nuovo romanzo è ben scritto e, con echi di ottime letture (la cultura si mangia!), sviluppa il nuovo genere emerso con forza e successo: se nel 2016 potevamo dire climate fiction oggi potremmo chiamarla climate speculative fiction. Recensendo il romanzo Telmo Pievani ha parlato di “scrittura elegante e morbida” e ha premesso un giudizio sul contributo complessivo di Arpaia alla letteratura italiana: “apprezzato romanziere, edito da Guanda, tradotto in molte lingue, un colto e schivo campano estraneo al jet set letterario… grande traduttore di letteratura spagnola e sudamericana”.


Leggi anche: Luis Sepulveda, un ritratto dell’amico scrittore Bruno Arpaia


Nel romanzo del 2026 la migrazione è finita, sono giunti nel “civile” scenario scandinavo, le situazioni ambientale e sociale risultano non proprio paradisiache. L’attenzione si sposta dal dramma del movimento emigratorio forzato di rifugiati climatici al dramma dell’arrivo nell’ipotetico sconosciuto luogo di immigrazione e nuova sopravvivenza (tenendo conto di quanto avvenuto in conseguenza di interventi genetici e intelligenze artificiali). L’assunto scientifico è lo stesso, purtroppo: le stime Ipcc prevedono vari scenari e possono essere comunque fin troppo ottimistiche; bisognerebbe che le politiche internazionali indispensabili a ritrovare equilibri negli ecosistemi si realizzino davvero mitigazione e adattamento prima che gli sconvolgenti conclamati effetti oltre ad alcune dinamiche irreversibili e “impazzite” diventino prevalenti ovunque. Altrimenti, accadrà quello che quasi tutti gli scienziati e le scienziate, l’autore e noi “catastrofisti” stiamo prevedendo (quasi un secolo prima rispetto al 2080). 

E allora proviamo a immaginarli i prossimi decenni con un romanzo di emozioni e sentimenti: Arpaia si accolla l’onere di narrarli! I due fenomeni globali sono ancora in corso, con ulteriori picchi e accelerazioni: il riscaldamento della temperatura (da cui il titolo sulla tendenziale “scomparsa” del rigido freddo anche in inverno) e le fughe in corso di profughi (lì intorno in Islanda e Groenlandia pare che si stia meglio, che si starà meglio dunque rispetto al 2026). I fondati allarmi scientifici li leggiamo sugli organi di informazione, il meccanismo di assuefazione è noto, la preoccupazione materiale per le dinamiche personali del presente finiscono sempre per avere la meglio sull’astratta ansia dell’incerto futuro collettivo. Bruno Arpaia fece già dieci anni fa molto bene il pesante mestiere di bravo scrittore investigatore della distopia. La buona letteratura non è solo un rifugio temporaneo, dà da pensare. Con lungimiranza verso il passato e verso il futuro. Buona primavera! 

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012