SOCIETÀ

La pressione del cambiamento climatico sul caffè

A febbraio dello scorso anno il prezzo del caffè sul mercato all’ingrosso aveva toccato un un picco da record, facendo preoccupare i consumatori che ogni giorno nel mondo ne acquistano 2 miliardi di tazze. Da allora i prezzi sono scesi, al punto che alcuni analisti oggi - come per esempio fa Foodnavigator - descrivono strategie di gestione del rapporto domanda-offerta da parte dei più grandi produttori per far fronte a un calo dei ricavi. 

Ma la situazione potrebbe cambiare molto rapidamente, perché gli effetti del cambiamento climatico e degli eventi meteorologici estremi stanno comunque mettendo sotto pressione la produzione mondiale. Ad attestarlo è la recente analisi di Climate Central, un gruppo indipendente di scienziati e comunicatori che fanno ricerca sul clima in cambiamento, che ha individuato un significativo aumento dei giorni eccessivamente caldi, e quindi dannosi, per la produzione di caffè, in tutti i paesi produttori.

Cambiamento climatico a la “bean belt”

Le piante di caffè danno il meglio in termini di produzione in specifici intervalli di temperatura e con particolari regimi di precipitazioni. Per questo motivo, il caffè viene prodotto da pochi paesi che si trovano in quella che viene chiamata “bean belt”, la cintura dei chicchi, e che si trova tra i due tropici.

Le condizioni non ottimali possono compromettere la qualità e la quantità dei raccolti di caffè. E questo influisce sulla disponibilità, sul prezzo e sulla qualità della bevanda. Secondo la FAO, il picco dei prezzi dello scorso anno era in larga parte da attribuire alle “interruzioni dal lato dell'offerta, principalmente dovute a condizioni meteorologiche sfavorevoli”. Tra queste c’è un’eccessiva temperatura.


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Climate Central ha individuato nei 30 °C la soglia oltre la quale il caldo diventa un problema per la produzione di caffè. Questo limite è stato individuato sulla base della letteratura scientifica più recente. La quale dimostra che temperature superiori a 30 °C limitano la crescitasono estremamente dannose per l'Arabica e non ottimali per la Robusta.

Il gruppo di analisi ha quindi conteggiato i giorni extra di caldo, dannoso per il caffè, che i primi 25 paesi produttori hanno sperimentato ogni anno a causa del cambiamento climatico. L’analisi scientifica di attribuzione comprende i dati sulle temperature osservate e le stime delle temperature che si sarebbero verificate in un mondo senza le emissioni di carbonio in atmosfera, ricavate dal Climate Shift Index sviluppato sempre da Climate Central, un indicatore che mostra come il cambiamento climatico abbia alterato la frequenza delle temperature giornaliere in tutto il mondo.

Se prendiamo in considerazione i primi cinque paesi produttori globali responsabili di circa il 75% della produzione totale. Vediamo che i giorni di caldo eccessivo dovuti al cambiamento climatico sono una fetta considerevole dei giorni totali sfavorevoli al caffè. Per il Brasile sono il 37,5% del totale, per il Vietnam il 33,1%, per la Colombia il 40,5%, per l’Etiopia il 30,9% e per l’Indonesia addirittura il 56,%%.

Per Brasile e Vietnam, in particolare, il numero di giorni di caldo eccessivo è metà dell’anno: 187 e 179 giorni rispettivamente. 

 

Il ruolo delle precipitazioni

Oltre al caldo superiore ai 30 °C un fattore determinante è la quantità di pioggia e la sua distribuzione. I cambiamenti su questi due fattori possono ulteriormente mettere sotto stress le piante di caffè. La situazione ideale è quella di piogge in quantità sufficienti, ma soprattutto distribuite in maniera omogenea nel tempo. Un totale compreso tra i 150 e il 200 cm di pioggia all’anno (quindi un regime molto piovoso: la media italiana è tra gli 80 e gli 85 cm) è ritenuto l’ottimale per la crescita delle piante e la loro produttività. La siccità, al contrario, è uno dei principali fattori per la riduzione dei raccolti, come avvenuto nel 2023 in Brasile.

Le variazioni di temperatura e dei regimi di precipitazioni, inoltre, hanno un ruolo anche sulla diffusione di parassiti e malattie, si legge nell’analisi di Climate Central, con un ulteriore peso sulla capacità produttiva. 

Senza adattamenti, concludono a Climate Central, entro il 2050 la superficie adatta alla produzione di caffè potrebbe ridursi del 50%: molte aree diventeranno troppo calde in modo permanente per la varietà arabica. Allo stesso tempo, nuove terre in quote più elevate diventeranno coltivabili, con il rischio però di spingere verso altra deforestazione. La risposta non è solo spostare la produzione, ma potrebbe essere quella di cambiare approccio: coltivare sotto una copertura di alberi autoctoni, accettare rese inferiori e meno immediate, puntando su suoli più ricchi, biodiversità e maggiore resilienza in un mondo che si scalda.

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