CULTURA

Sullo scaffale: Di ora in ora di Giorgio Falco

Il nuovo romanzo di Giorgio Falco, Di ora in ora (Einaudi 2026), ha un duplice movimento, se non addirittura triplice: spinge avanti, come sempre accade – perché il protagonista cerca qualcosa; si riavvolge su sé stesso nell’indagare alcuni atti che a posteriori si capisce essere stati preparatori perché il libro potesse nascere (o meglio, perché lo scrittore Giorgio Falco potesse); e infine va in profondità aprendo varchi di senso su discipline altre e mondi paralleli, tra cui il regno animale nel quale – almeno qui – il confine tra vita è morte è in qualche misura valicabile e pertanto osservabile e raccontabile.

Falco ricostruisce in prima persona il suo percorso di artista alla ricerca di espressione e quel che appare evidente è che a muoverlo sia stata un’urgenza e non un intento programmatico: quella di guardare il mondo e di rappresentarlo per comprenderlo.

L’opera di Falco – questa come in realtà tutte – abita il racconto nella misura in cui la narrazione si fa strumento di conoscenza: le parole fermano dettagli, alla stregua delle immagini e non è un caso, appunto, che lo scrittore si sia misurato prima come fotografo, infine abdicando. 

“Finché la minuzia non è minuzia ma parte indistinguibile di un oggetto intero, non manifesta la ricchezza – e la perdita – insita in ogni dettaglio. La minuzia è un particolare minimo, poco importante e molto trascurabile, eppure è causa di attenzione puntuale e scrupolosa, che sconfina nello zelo”.

Il mondo va quindi scomposto e ricomposto, così come si fa in un romanzo. E allora la morte del nonno per affogamento in dieci centimetri d’acqua, vegliato fino all’ultimo dal suo cavallo, assume un significato che travalica il racconto del fatto in sé o la memoria familiare e assurge a qualcosa che non sappiamo bene definire, di cui forse dobbiamo (o almeno possiamo) cercare un senso. I fatti, le storie, i paesaggi hanno a che fare con noi ben più di quanto pensiamo.

“Dopo pochi mesi, il cavallo era stato venduto per finire al macello. […] Mai fidarsi troppo delle date: l’Ottocento, dal mio punto di vista, è finito il 16 giugno 1950. Guardavo la fotografia di mio nonno appoggiata sul comodino, nella camera da letto matrimoniale dei miei genitori, dal lato in cui dormiva mia madre. Il ritratto era l’intervallo tra due attacchi epilettici, un momentaneo stato di quiete. Era questa, la fotografia, la vita?

Leggendo Falco non possiamo non domandarci cosa sia reale e cosa non lo sia, non tanto del suo racconto, ma di tutto ciò che esiste, e di come lo sguardo posato sull’esistente lo modifichi nella misura in cui lo coglie o lo trascura.

“I bordi fanno parte di un insieme, stare ai bordi è soltanto un punto di osservazione come un altro. Quel punto, però, era ed è il mio. […] Bisogna considerare la crosta terrestre simile alla cute umana ritratta nei sussidiari o nelle enciclopedie mediche, una cute di materia intelligente, che al suo interno conserva la struttura per riparare i tessuti fino al risanamento della lesione: ecco, ogni lesione ha un margine, ma soltanto qualora la lesione raggiunga una profondità considerevole ha un bordo”.

Il passo successivo è consequenziale. Se il tentativo è di cogliere, per come è possibile, il mondo, allora che dose di realtà c’è in quello che viene colto? E si comprende che non ha importanza. Quando l’io narrante indossa un cappello Laccostes “con una specie di iguana al posto del coccodrillo” dice a se stesso: “Capita che la contraffazione sia salvifica”. E, in fondo, non c’è nemmeno da preoccuparsi che l’artista, il romanziere, il fotografo “contaminino” ciò che ritraggono: “Organizzavo la visione secondo il punto di vista che avevo in mente, ma cercando di stare libero, aperto all’imprevisto, senza immaginare a priori come sarebbe stato il pezzo di realtà trasferito nell’immagine. […] L’unico modo per rinvenire me stesso era dimenticarmi, inquadrare e distaccarmi dal luogo, dal tempo”.

Falco analizza, scomponendo, rivivendo incontri (come il cane al ralenti che viene investito sotto i suoi occhi senza che lui scatti la foto), facendo emergere idiosincrasie, quello che non si è compiuto: “Fotografare collimava con la mia biografia. Non fotografare collimava con la mia biografia”. Fotografo non lo è diventato infatti, e in mano teniamo un libro di parole, in cui le foto che aveva immaginato di mettere (non sue ma di Sabrina Ragucci) sono infine state tenute fuori, nella speranza che fosse il lettore a vedere le giuste immagini nel posto giusto.

E per quanto Di ora in ora si possa definire romanzo (o il fatto sia da discutere), certo è che si tratta di un libro che dialoga con altri, sebbene uno dei personaggi dica proprio: “Mi sono rotto il cazzo di Bazin, mi sono rotto il cazzo di Barthes, mi sono rotto il cazzo di Sontag, mi sono rotto il cazzo di Krauss”.

È all’arte che approda: abbacinato dall’opera di Tehching Hsieh, tenta, a sua volta, un esperimento nel tempo e nello spazio che leghi performance e vita, attraverso la morte (e la possibile resurrezione attraverso la nascita dei piccoli dagli esemplari uccisi) delle blatte. Il protagonista diviene disinfestatore.

Non è un assurdo, non è un paradosso. È autentica ricerca che ci lascia tra le mani un romanzo, fatto di luci, di paesaggi, di animali morenti, di tempo che passa inesorabile e inutile, di tentativi di rispondere alle domande primigenie sul mondo e sull’identità, sulla percezione e sul senso. Di ora in ora è la forma con cui un uomo, che si è riconosciuto scrittore, si mette a nudo consegnandoci miriadi di possibilità, microstorie e frammenti di eterno. Anche in quel seme di anguria che inavvertitamente, anche per una sola stagione, ha germogliato. E chiude il libro riportandoci alla vita. 


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