SCIENZA E RICERCA

Non è mai troppo tardi per imparare l’italiano: la conferma di uno studio

“Se non impari una lingua da bambino, non la parlerai mai davvero bene.” Questa è una frase che torna con la costanza di un tormentone estivo, ma è meno orecchiabile. A volte viene detta con aria fatalista (“eh, ormai…”) e a volte con tono quasi scientifico, come se bastasse pronunciare “plasticità cerebrale” per trasformare un luogo comune in una legge di natura. Il senso è sempre quello: esisterebbe una finestra privilegiata nell’infanzia, un periodo oltre il quale l’apprendimento linguistico sarebbe destinato a restare incompleto.

La ricerca contemporanea, invece, racconta una storia più articolata. Uno studio pubblicato su Applied Linguistics mette in discussione proprio l’idea che l’età di prima esposizione sia la variabile più influente: accanto alla cronologia, infatti, c’è un fattore più decisivo: la percezione di sé come parlante “nativo”.
Detto in altri termini: non conta soltanto quando inizi, conta anche che rapporto costruisci con quella lingua e che posto occupa nella tua identità.

Chi è davvero un parlante “nativo”?

Ma cosa si intende quando parliamo di “parlante nativo”? Per cominciare, Francesco Bäck Romano, docente di linguistica applicata e primo autore dello studio, mette a fuoco la differenza tra madrelingua e lingua nativa, che non sono sinonimi come si potrebbe pensare. Con madrelingua ci si riferisce alla lingua (o alle lingue) appresa per prima nella vita di una persona, generalmente in ambito familiare. “Il concetto di nativo – spiega Bäck Romano – porta con sé aspetti diversi, relativi più alle dimensioni sociali e identitarie, come il luogo di nascita, l’appartenenza culturale e il riconoscimento da parte della comunità linguistica. Un nativo è madrelingua, ma un madrelingua non è per forza nativo”.
Negli anni il concetto di natività è stato ripensato in questo senso, e ha smesso di essere un’etichetta dicotomica (o sei nativo o non lo sei), per diventare una variabile graduale e multidimensionale, che tiene conto anche dell’uso della lingua nei diversi contesti, dell’esposizione nel tempo e del modo in cui il parlante si identifica. 


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Due bilinguismi, due storie diverse?

Per capire perché la natività non può essere ridotta a un interruttore on/off, partiamo dal concetto di bilinguismo. “Esistono due tipi di bilingui – spiega Bäck Romano – i sequenziali e i simultanei. Nel bilinguismo simultaneo le due lingue crescono insieme, fin dall’infanzia, in maniera parallela e continua. È il caso tipico dei figli di alcuni emigrati: in casa si parla italiano, fuori in una lingua diversa. Nel bilinguismo sequenziale, invece, la seconda lingua arriva dopo aver già imparato una lingua in contesto familiare, per esempio dopo un trasferimento”.

Per anni, nella tradizione linguistica, la natività è stata associata in modo quasi automatico al parlante monolingue, ma quando l’attenzione si è spostata sui parlanti cresciuti tra due lingue anche il loro status è diventato oggetto di dibattito: alcuni studi li hanno considerati nativi a tutti gli effetti, altri hanno messo in discussione questa classificazione e proprio in questo spazio di dialogo si inserisce il lavoro di Bäck Romano e Guijarro-Fuentes.

Come si è svolta la ricerca

Lo studio ha coinvolto 96 partecipanti divisi in tre gruppi: parlanti di lingua d’origine italiana (heritage speakers) cresciuti all’estero, persone che imparavano l’italiano come seconda lingua e un gruppo di monolingui italiani. L’obiettivo era mettere a confronto persone con storie linguistiche molto diverse e capire quali fattori fossero collegati alla competenza.

Per farlo, i ricercatori si sono affidati alle percezioni soggettive e alle competenze oggettive.
Hanno chiesto alle persone di valutare le proprie abilità in lettura, scrittura, ascolto e parlato, per sapere con quanta sicurezza un parlante si ritiene competente in italiano. Poi hanno somministrato al campione un test oggettivo di competenza generale: un testo con spazi vuoti da completare: se sai davvero la lingua, riesci a riempire i vuoti con parole corrette, tenendo insieme grammatica, vocabolario, narrativa, senso e contesto.

Per finire, i partecipanti sono stati esposti a determinate strutture grammaticali e poi invitati a costruire nuove frasi. I ricercatori hanno osservato se tendevano spontaneamente a riutilizzare la stessa struttura: un effetto noto come priming strutturale, che permette di capire quanto una certa configurazione grammaticale sia radicata nella grammatica mentale del parlante. Ma soprattutto, qui sta la novità dello studio, i ricercatori hanno chiesto esplicitamente ai partecipanti se si percepissero “nativi” oppure no. Questa variabile viene chiamata self-perceived nativeness, natività autopercepita, e sposta il concetto di natività dalla linguistica alla vita reale dei parlanti.


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Età o natività? La percezione conta

Se il mito del “troppo tardi” fosse un meccanismo deterministico, ci aspetteremmo un pattern preciso: prima inizi, più avrai successo nei test oggettivi. Dai dati emerge un fenomeno piuttosto comune anche in altri campi: l’età sembra incidere molto su come ti senti, meno su come performi oggettivamente. Chi impara la lingua prima, tende a ritenersi più capace, o anche nativo, ma quando si passa ai test formali, il vantaggio dell’inizio precoce non si traduce automaticamente in risultati migliori.

L’autopercepirsi come nativi, invece, ha un ruolo più forte nell’apprendimento, come conferma Bäck Romano: “Il nostro studio dimostra che l’età della prima esposizione non conta come si pensava, e che ci sono aspetti linguistici che possiamo apprendere a un livello quasi monolingue pur cominciando tardi. Percepirsi nativo è correlato con punteggi più alti non solo nelle autovalutazioni, ma anche nei test che misurano oggettivamente la competenza linguistica”. 

La natività linguistica non è un pulsante on/off

Se la percezione soggettiva conta così tanto, allora non ha senso trattare “nativo/non nativo” come una categoria rigida stabilita da qualcuno per qualcun altro. Lo conferma Bäck Romano: “Non è giusto dire che un parlante di lingua d’origine è nativo o non nativo di default, è più giusto chiedere a queste persone: voi come vi percepite? Essere nativi italiani, per esempio, non significa essere nati in Italia o avere un determinato accento. È un concetto molto sfaccettato che ha poco a che fare con dove si è nati”.

Dire che la natività è “sfaccettata” significa riconoscere situazioni diverse. Per esempio possono esserci parlanti cresciuti tra due lingue che usano l’italiano quotidianamente in famiglia ma non si percepiscono come pienamente nativi, perché la loro vita sociale si svolge in un’altra lingua. E aggiunge Bäck Romano: “Ci sono adulti che hanno iniziato tardi ma hanno costruito un rapporto profondo con l’italiano, leggono, scrivono, lavorano in quella lingua e si sentono legittimamente parte della comunità linguistica. Bisognerebbe in qualche modo rilassare il concetto di nativo”.

È qui che la linguistica incontra la cultura. Perché se il “nativo” non è un interruttore acceso o spento, allora anche il modo in cui definiamo appartenenza e integrazione dovrebbe cambiare.

Competenze diverse, meccanismi diversi

Ci sono alcune parti della lingua che diventano automatiche più facilmente. Bäck Romano osserva che, in ricerche precedenti, i bilingui simultanei, o parlanti di lingua d'origine o ereditaria, hanno mostrato spesso un vantaggio sulla sintassi (l’ordine delle parole), mentre sulla morfologia (le flessioni, il genere, certe forme verbali) l’effetto dell’età e dell’esposizione può essere diverso: ci sono componenti che si consolidano con l’uso quotidiano e componenti che dipendono di più da scuola, lettura, scrittura, esposizione a registri formali.

Questo fa riflettere, perché spesso giudichiamo la competenza di qualcuno da pochi segnali (un articolo sbagliato, una desinenza incerta), senza considerare che la sua lingua può essere molto solida su altri livelli.


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Integrazione: quando la linguistica incontra la società

Al di là del dibattito accademico, le etichette linguistiche hanno conseguenze reali: influenzano accesso, riconoscimento, appartenenza. Se il concetto di nativo viene usato come criterio implicito di “italianità”, allora rischia di diventare uno strumento di esclusione.
Questo studio ci invita a cambiare prospettiva. “I figli di immigrati cresciuti tra due lingue – precisa Bäck Romano – non sono automaticamente “meno nativi” rispetto ai monolingui, e non sono nemmeno identici tra di loro. Il loro profilo linguistico dipende da quanto hanno usato quella lingua, in quali contesti, con quali occasioni di lettura e scrittura, con quale riconoscimento sociale. E, come mostra la ricerca, dipende anche da come si percepiscono rispetto a quella lingua”.

Allo stesso modo, l’adulto che impara l’italiano più tardi non è condannato a una competenza mediocre. Può raggiungere livelli molto alti, anche se la società continuerà magari a percepirlo non nativo per accento, origine o stereotipi. La ricerca, in questo senso, aiuta a distinguere tra competenza linguistica e giudizio sociale.

Limiti e direzione della ricerca

Bäck Romano è molto chiaro anche sui limiti dello studio: “Potrebbero esserci altre variabili che noi non abbiamo misurato che influenzano i risultati nei test di competenza linguistica oltre alla natività autopercepita”. Lo studio non pretende di chiudere la discussione, ma semmai di aprirla, mostrando che una variabile molto indagata come l’età di prima esposizione non è sempre quella decisiva, e che una variabile spesso ignorata come la percezione di sé può avere un ruolo primario.

Gli stessi autori sottolineano che saranno necessarie ulteriori ricerche su altri contesti linguistici, su popolazioni diverse e su un ventaglio più ampio di fattori per comprendere fino in fondo come si costruisce un profilo di natività. Quello che lo studio mostra già oggi è che la natività non è un interruttore acceso o spento, è una traiettoria. E, come tutte le traiettorie, può prendere strade inattese.

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