Groenlandia, la scienza tra i ghiacci. Gli effetti del cambiamento climatico sui ghiacciai artici
Foto: Renato R. Colucci
Sull’isola più grande dell’Artico, i ghiacciai montani non sono più quelli di un tempo. Negli ultimi quarant’anni, i cambiamenti climatici hanno ridotto significativamente la loro dimensione, alterando il delicato equilibrio tra temperature e precipitazioni che ne permette la conservazione.
Questi sono alcuni dei risultati principali ottenuti in questi ultimi anni da un gruppo di ricerca guidato da Renato R. Colucci, Primo Ricercatore e glaciologo dell’Istituto di Scienze Polari del CNR e docente all’università di Trieste, nell’ambito del progetto LOGS (Local Glaciers Sisimiut), finanziato dal Greenland Research Council in collaborazione con altri partner internazionali tra cui il Geological Survey of Denmark and Greenland (GEUS), la Danmarks Tekniske Universitet (DTU) e l’associazione Greenland Winter Warning.
Abbiamo raggiunto Colucci al suo ufficio presso l’Area Science Park di Basovizza, dove ci ha raccontato i dettagli del suo lavoro nell’Artico.
“Il nostro progetto era incentrato sui ghiacciai montani, che di fatto sono molto simili a quelli che troviamo sulle Alpi”, spiega. “La differenza riguarda la tipologia di ghiaccio: attualmente, i ghiacciai alpini sotto i 3500 metri circa sono quasi tutti “temperati”, un termine tecnico che indica che in estate raggiungono gli 0°C. I ghiacciai della Groenlandia, al contrario, sono detti di tipo “politermico”, e contengono cioè sia delle zone che salgono a 0°C, sia altre che invece rimangono sempre sottozero. Essendo piccoli, il loro tempo di risposta ai cambiamenti climatici è molto più rapido rispetto a quello della spessa calotta di ghiaccio al centro della Groenlandia, che non è stata oggetto delle nostre ricerche”.
Il team ha studiato, inizialmente, le Aqqutikitsoq Mountains a nord di Sisimiut, dove si trovano più di un centinaio di ghiacciai. “Lì abbiamo effettuato diversi rilievi geomorfologici, glaciologici e installato una stazione meteorologica a poco meno di 900 m di quota”, racconta Colucci. “Dopodiché, abbiamo ampliato la ricerca all’intera Groenlandia occidentale (che comprende circa 4000 dei 20.000 ghiacciai che si trovano in tutta l’isola al di fuori della calotta) attraverso l’utilizzo di dati satellitari. Siamo riusciti, così, a ricostruire l’evoluzione dei ghiacciai dagli anni Ottanta a oggi alla luce, in particolare, dei cambiamenti climatici”.
I ricercatori hanno preso in considerazione, in particolare, un parametro chiamato linea di equilibrio glaciale. “Ogni ghiacciaio è composto da un’area di accumulo – in cui la neve che cade d’inverno non fonde completamente durante l’estate e provoca quindi la formazione di ghiaccio nuovo – e un’area di ablazione, in cui, invece, tutta la neve invernale si fonde durante la stagione estiva ed erode anche il ghiaccio vecchio”, spiega il glaciologo. “Queste due aree sono separate da una linea immaginaria – la linea di equilibrio glaciale, appunto – la cui altitudine dipende fortemente da due parametri: la temperatura estiva e le precipitazioni, che hanno subito forti trasformazioni negli ultimi decenni.
Infatti, quando il clima è più favorevole al glacialismo, la linea si trova a un’altitudine mediamente più bassa, causando una tendenza del ghiacciaio a ingrandirsi; viceversa, se il clima è sfavorevole al glacialismo, essa è più alta, per cui il ghiacciaio tende a ridursi di dimensione.
Ebbene, abbiamo notato che negli ultimi 40 anni la linea di equilibrio glaciale si è alzata di circa 150 metri, comportando una riduzione dell’area dei ghiacciai montani groenlandesi del 15% e una diminuzione media del loro spessore di circa 20 metri.
Si tratta di un cambiamento considerevole che corrisponde a una perdita di circa mezzo metro d’acqua equivalente all’anno”.
La ricerca coordinata da Colucci aveva anche lo scopo di confrontare i risultati tratti dall’analisi dei ghiacciai groenlandesi con quelli che incorniciano il Nord Italia, per stimare quindi la velocità della deglaciazione attualmente in corso sulle Alpi. “Per le nostre montagne, la situazione è ancora più drammatica”, spiega il ricercatore. “Infatti, nella zona del Mediterraneo, gli effetti dei cambiamenti climatici si stanno dimostrando più marcati rispetto alla media globale.
Grazie ad alcune proiezioni climatiche sappiamo che gran parte dei ghiacciai alpini è destinata a scomparire nel giro dei prossimi 50 anni. Anche nel migliore degli scenari possibili, almeno il 70% dei ghiacciai delle Alpi andrà perduto entro il 2050. Scompariranno, in particolare, quelli che si trovano al di sotto dei 3500 metri di quota, ovvero quasi tutti”.
Al momento, i ricercatori stanno cercando di ottenere proiezioni simili anche relativamente ai ghiacciai artici, “per capire come potrà evolvere la loro linea di equilibrio a partire dalle modellazioni climatiche”, specifica Colucci. “Stiamo inoltre lavorando a una ricostruzione paleoclimatica dell’evoluzione dei ghiacciai durante l’Olocene – l’epoca geologica iniziata circa 11.700 anni fa e attualmente in corso – per scoprire come questi abbiano risposto alle oscillazioni del clima terrestre, avanzando e ritirandosi continuamente man mano che le temperature variavano”.
Colucci ci ha parlato anche di un altro lavoro che ha condotto in Groenlandia nello stesso periodo, stavolta sull’Isola di Disko, nei pressi della località turistica di Ilulissat. Gli intensi eventi alluvionali che hanno interessato quest’area della Groenlandia occidentale nell’estate del 2023 hanno provocato danni notevoli al territorio e alle infrastrutture.
“Le forti piogge hanno causato degli importanti dissesti idrogeologici, come frane e smottamenti, che hanno provocato il crollo di ponti e ski-lift utilizzati dalla comunità locale e dai visitatori”, spiega il ricercatore. “Le condizioni metereologiche estreme responsabili di questi danni sono dovute al fenomeno dei cosiddetti “fiumi atmosferici” (atmospheric rivers). Si tratta di strutture meteorologiche molto grandi – con una scala di migliaia di chilometri – che trasportano ingenti quantità di vapore acqueo e aria mite dalle zone subtropicali verso l’Artico, agendo appunto come dei corsi d’acqua che “scorrono” nell’atmosfera e che causano precipitazioni molto forti e localizzate nei territori sottostanti.
Studi paralleli dimostrano come questi fiumi atmosferici stiano diventando sempre più frequenti e il loro impatto più intenso; soprattutto in Groenlandia, dove alle quote più basse, anche durante l’inverno, la neve si trasforma in pioggia, che se cade in grandi quantità in poco tempo rischia di danneggiare le infrastrutture”.
Come sottolinea Colucci, la causa dell’aumento di questo fenomeno è riconducibile anch’essa ai cambiamenti climatici e rappresenta, per certi versi, un’altra somiglianza tra la Groenlandia occidentale e l’Europa, dove negli ultimi anni gli eventi alluvionali stanno diventando sempre più intensi ed estremi.
Ripensando invece alla sua esperienza in Groenlandia, dove è stato finora sei volte, sperimentando tutte le diverse stagioni dell’anno, Colucci racconta come l’inverno nell’Artico non sia così duro come si potrebbe pensare; anzi, per certi aspetti la quotidianità è più semplice rispetto all’estate. “Durante la stagione calda, in cui ci si muove prevalentemente in barca (considerando che non ci sono strade che collegano tra loro villaggi e città), capita spesso che l’arrivo di ghiaccio dal mare ostacoli gli spostamenti. In inverno, invece, la superficie è completamente ghiacciata ed è possibile muoversi agilmente utilizzando motoslitte o slitte trainate dai cani da neve. Inoltre, il freddo è sempre molto secco e quindi più facile da sopportare, se si possiede l’equipaggiamento adeguato.
Chiaramente, bisogna evitare di mettersi in pericolo o in situazioni estreme, ma ogni contesto ha le sue sfide. Le persone locali affrontano le tempeste di neve o il rischio di incontro con gli orsi polari con un approccio completamente diverso dal nostro, perché ci sono abituate. Allo stesso tempo, conoscono gli eventi metereologici che possono accadere e sanno come proteggersi. Se arriva una bufera di neve, per esempio, basta fermarsi un attimo e aspettare che passi prima di ripartire. I ritmi quotidiani, d’altronde, sono più lenti e rilassati, e i programmi flessibili”.
Insomma, secondo Colucci, la Groenlandia non è il territorio inaccessibile che spesso si immagina, soprattutto negli ultimi anni. “Oggi la si raggiunge comodamente in aereo una o più volte al giorno, e nei villaggi si trovano tutti i servizi necessari, dalle banche ai centri commerciali. Non sono luoghi desolati come li immaginiamo. Poi certamente ci sono ancora realtà molto isolate”. Ride, poi, ricordando un episodio: “Chi l’avrebbe mai detto che avrei avuto l’occasione di parlare in italiano con un’abitante del posto? Si trattava di un’artista della comunità inuit, che aveva vissuto per qualche anno in Val di Susa, che abbiamo intervistato per un documentario che stiamo realizzando”.
Il rapporto con le comunità locali è stato fondamentale, in particolare, nell’ambito della sicurezza. “Durante la mia permanenza nell’Artico ho collaborato con l’associazione Greenland Winter WarmingWarning (GWWA) e l’Arctic DTU, che hanno curato la logistica scientifica e ci hanno fornito tutto l’equipaggiamento necessario, sia invernale sia estivo, per vivere e lavorare sul territorio”, continua Colucci. “L’associazione GWWA, in particolare, lavora per promuovere la sicurezza nelle zone attorno alle cittadine della costa occidentale della Groenlandia, con particolare attenzione al rischio valanghe, sia per la popolazione locale sia per i turisti. Si avvale del contributo volontario di esperti meteorologi, geologi e guide, mettendo a disposizione conoscenze preziose sul territorio. La collaborazione con loro è stata quindi interessante e proficua: d’altronde, chi vive lì conosce il territorio e i suoi rischi molto meglio di chi arriva da fuori”.