Troppi paper scientifici: la scienza diventa "junk"
Poco più di tre anni fa il New York Magazine pubblicò un articolo intitolato “The Junkification of Amazon” firmato da John Herrman, un editorialista che si occupa principalmente di tecnologia. Herrman analizzò il recente aumento di venditori di terze parti sulla piattaforma, che l’hanno inondata di junk (letteralmente ‘cianfrusaglie’, come in ‘junk food’). La junkification osservata da Herrman è un concetto che da qualche anno sociologi della tecnologia e dei media hanno cominciato a utilizzare per descrivere la quantità di cose inutili - junk, cianfrusaglie appunto - che proliferano sulle piattaforme digitali. Un fenomeno che rende difficile per l’utenza distinguere tra ciò che ha valore e quello che ne ha poco o nessuno. Basta fare un giro sui social media, altre piattaforme vittime della junkification. Google Translate suggerisce di tradurla con “cianfrusagliamento”, una parola inventata, che però sembra rendere bene l’idea.
Secondo l’analisi di una coppia di ricercatori, Carl Rhodes e Martina K Linnenlueke della University of Technology di Sydney (Australia), anche la produzione accademica di articoli di ricerca è vittima della junkification. Lo hanno sostenuto in un paper pubblicato su Organization, una rivista scientifica specializzata in studi critici sulla gestione delle organizzazioni umane, intitolato semplicemente “The junkification of research”.
La mercificazione della conoscenza
La loro analisi parte proprio dalla diffusione del termine ‘junkification’ in analisi giornalistiche come quella di Herrman, che “amplificano la preoccupazione per la discesa nella mediocrità di Internet”. Rhodes e Linnenlueke riportano non solo la situazione di Amazon, ma anche “il sostanziale aumento di oggetti prodotti in massa su Etsy” (una piattaforma nata come negozio online per l’artigianato) e “l’offuscamento dei risultati delle ricerche su Google sotto a strati di contenuti sponsorizzati”.
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Sono tutti esempi di junkification, che loro definiscono come “l’allagamento degli spazi digitali con contenuti di bassa qualità e beni mercificati”. Sono meccanismi ben noti nel marketing digitale, in cui sul breve termine il mercato sembra premiare l’arrivo di grandissime quantità di prodotti a basso costo.
A questo meccanismo non si è sottratta nemmeno la produzione accademica. Spinta da una competizione globale sempre più intensa guidata dallo slogan “publish or perish” (“pubblica o muori”), si è mercificata anch’essa: più potenziali produttori di “contenuti” (cioè i paper), sempre più piattaforme di distribuzione e un potenziale pubblico di fruitori che ha a disposizione una quantità di prodotti che non riuscirà mai a consumare in tutta la propria esistenza.
Di più non significa per forza meglio
L’inondazione di articoli scientifici è in netto contrasto con l’aspirazione di qualsiasi persona che sta cercando di fare carriera nell'accademia. Per farsi strada è davvero molto importante pubblicare sulle migliori riviste scientifiche, ma per farlo servono “contenuti” di qualità, difficili da ottenere se si vuole non solo pubblicare bene, ma anche spesso. Pubblicare molti articoli, per tenere il passo, significa cioè necessariamente abbassare la qualità media, facendo rientrare il processo nel più ampio quadro della junkification.
Qualche dato per dare un’idea della situazione. Il numero di articoli catalogati nei database di Web of Science e di Scopus è cresciuto dagli 1,92 milioni nel 2016 a 2,82 milioni entro il 2022. Si tratta di una crescita di quasi il 47% nell’arco di soli sei anni. Guardandola dal lato dell’industria editoriale, secondo i dati riportati in articolo del quotidiano inglese Guardian, le entrate globali hanno superato nel 2017 i 19 miliardi di dollari, posizionando l’editoria scientifica vicino all’industria cinematografica e quella musicale.
Secondo Rhodes e Linnenlueke, una delle conseguenze di questa situazione è la stratificazione dell’editoria scientifica. Esiste, cioè, una prima fascia di pubblicazioni “con un’alta barriera d’ingresso, lunghi tempi per la revisione e una capacità limitata”, seguita da una seconda fascia di “riviste autorevoli” alle quali è “sempre più difficile accedere a causa dell’aumento del volume delle richieste”. A fianco di queste due, c’è una terza “più permissiva” fascia, “spesso un mercato pay-to-publish che promette tempi di pubblicazione rapidi e maggiore accessibilità”.
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In questa suddivisione, a perdere è la qualità delle pubblicazioni. E anche quelle migliori, i paper che davvero valgono perché introducono nuovi pezzi di conoscenza, risultano annegare in un mare di junk research: una enorme produzione di articoli che rispondono primariamente all’esigenza di pubblicare il più possibile imposta dal sistema, ma che non sono scritti con l’intento di produrre davvero nuova conoscenza. L’ambiente editoriale, per i due ricercatori australiani, appare quindi un posto “dove la produzione di risultati mette sempre più in ombra la ricerca di vera innovazione o di un contributo accademico autentico”.
Che fare?
Per Rhodes e Linnenlueke, contrastare la junkification della ricerca non significa ridurre la circolazione della conoscenza, ma rivedere le regole che oggi governano la sua produzione e valutazione. Per i due studiosi, infatti, non si può imputare la responsabilità a chi cerca di costruirsi una carriera, ma è nella struttura stessa della valutazione in accademia, basata su indici, come l’impact factor e i ranking, che sono fortemente condizionati dalle riviste su cui si pubblica.
Per evitare - o per lo meno ridurre - il rumore di fondo nell’editoria scientifica, bisognerebbe andare verso una valutazione più ampia della ricerca, che tenga in considerazione “contributi significativi e inclusivi che generino un reale impatto nella società".
Un’altra strada indicata dagli autori riguarda i modelli editoriali. Accanto ai grandi editori commerciali, stanno crescendo esperimenti di pubblicazione gestiti da università, società scientifiche o consorzi accademici, che mirano a ridurre i costi e a riportare il controllo del processo editoriale nelle mani delle comunità scientifiche.
Non è una trasformazione semplice, perché le norme e gli incentivi dell’accademia sono profondamente radicati. Ma proprio per questo, sostengono i due ricercatori, la questione della junkification non è soltanto un problema di qualità degli articoli: è soprattutto una questione di come l’accademia decide di organizzare e valutare la produzione di conoscenza.