SCIENZA E RICERCA

Groenlandia, la scienza tra i ghiacci. Il MUSE a Tasiilaq per un progetto bioculturale

Sulla costa orientale della Groenlandia, poco sotto il Circolo Polare Artico, sorge il paese di Tasiilaq, che con i suoi circa 1900 abitanti è il più popoloso dell’area. Nelle vicinanze si trovano altri cinque piccoli villaggi costieri e poi, tutto attorno, tundra artica, montagne e ghiaccio.

Gli antenati delle comunità che vivono oggi in quest’area arrivarono qui tra il XV e il XVI secolo; alla fine dell’Ottocento giunsero invece le prime spedizioni occidentali, che diedero inizio alla colonizzazione danese. Quel momento della storia trasformò profondamente l’economia e l’organizzazione sociale locale, determinando la transizione dal nomadismo alla sedentarietà.

Allo stesso periodo risalgono le rovine di un antico insediamento inuit, situato su un piccolo promontorio alla periferia di Tasiilaq. Un luogo dal forte valore simbolico per la popolazione locale che è stato visitato anche da un gruppo di ricerca del MUSE di Trento. L’obiettivo era quello di sondare l’interesse e la disponibilità della comunità locale a collaborare a un progetto di ricerca bioculturale, volto a sostenere gli sforzi di autodeterminazione della popolazione indigena.

A raccontare l’iniziativa è Matilde Peterlini, archeologa coordinatrice dei progetti territoriali del MUSE, che racconta di aver coltivato una vera e propria passione per l’Artico fin da ragazzina. Nel 2023, durante la sua prima vacanza in Groenlandia, ha incontrato a Tasiilaq Robert Peroni, fondatore della Red House Greenland Foundation, una fondazione di beneficenza finalizzata alla tutela del patrimonio naturale e culturale della Groenlandia orientale.

“Peroni mi segnalò l’esistenza di un piccolo promontorio alla periferia della città su cui sorgono le rovine di un antico insediamento invernale utilizzato dalla comunità degli Inuit”, racconta la ricercatrice a Il Bo Live. “Mi propose di lavorare insieme per trovare il modo di promuovere il valore culturale di questi resti e allo stesso tempo proteggerli dal rischio di danneggiamento, causato da un turismo non sempre consapevole.
Ci siamo quindi incontrati per discuterne al MUSE, dove abbiamo sviluppato l’idea di un progetto interdisciplinare – che integrasse quindi archeologia, scienze ambientali e paleoambientali – da costruire insieme alla comunità e alle istituzioni locali”.

Una volta ottenuta l’approvazione del museo, Peterlini è tornata in Groenlandia tra agosto e settembre 2025 insieme a Chiara Fedrigotti, biologa coordinatrice dei progetti di Citizen Science del MUSE, e Mauro Gobbi, ecologo specializzato nello studio degli effetti dei cambiamenti climatici. “Grazie all’aiuto di Peroni e dello staff dell’Ammassalik Museum di Tasiilaq, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare e intervistare diversi membri della comunità locale per comprendere il valore che attribuiscono a questo insediamento e rileggere criticamente le informazioni già in nostro possesso”.

Prima della partenza, infatti, i ricercatori avevano consultato le fonti storiche e bibliografiche disponibili riguardo alle rovine in questione. “Tutti i reportage su Tasiilaq sono stati compilati da ricercatori occidentali e quindi non possono essere considerati del tutto affidabili”, spiega l’archeologa, “ci hanno permesso, però, di farci un’idea della comunità locale dell’epoca, delle loro abitudini e delle loro conoscenze ambientali”.

“Parlando con gli abitanti attuali del luogo, abbiamo scoperto che l’interesse della comunità per le rovine non è primariamente archeologico”, prosegue Peterlini. “Quel luogo rappresenta piuttosto uno spazio identitario, un simbolo della continuità della cultura inuit, soprattutto dopo la fondazione della colonia europea. Non a caso, la festa nazionale viene celebrata proprio su quel promontorio e non nel centro cittadino.

Le persone più anziane hanno reagito con particolare emozione alle fotografie d’epoca che abbiamo mostrato loro, che documentavano il passaggio dal nomadismo alla sedentarietà; alcune di loro, infatti, hanno vissuto in prima persona quel momento di transizione. Hanno dimostrato, inoltre, di avere molto a cuore la trasmissione delle conoscenze tradizionali e la conservazione delle rovine, dichiarandosi contrarie alla conduzione di scavi. Le giovani generazioni hanno mostrato invece maggiore interesse a condividere informazioni relative all’ambiente e alla biodiversità dell’area.

Approfondire la connessione tra cultura e ambiente a partire dalle memorie personali e collettive della comunità di Tasiilaq è stato interessante perché ci ha permesso di approfondire l’evoluzione delle conoscenze locali non solo tra passato e presente, ma anche in prospettiva futura, alla luce delle conseguenze del riscaldamento globale”.

Dal confronto con la popolazione locale sono emerse anche delle critiche, più o meno esplicite, nei confronti di alcune spedizioni occidentali del passato, “accusate di aver raccolto e diffuso informazioni riservate – sullo sciamanesimo, per esempio – senza rispettare il volere e l’interesse della comunità”, prosegue l’archeologa.

Il progetto del MUSE, al contrario, si basa su un approccio decoloniale alla ricerca, in cui i locali non vengono considerati “oggetti da studiare” da parte dei ricercatori occidentali, ma vengono riconosciuti come soggetti portatori di conoscenza.


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“Il nostro lavoro si basa su alcuni presupposti fondamentali”, sottolinea Peterlini. “Tra questi, la collaborazione con la comunità locale nell’ottica di una decolonizzazione del patrimonio culturale, la valorizzazione del sapere indigeno e la coproduzione di conoscenza. Non vogliamo, in altre parole, condurre una ricerca di tipo “estrattivo”, in cui gli studiosi occidentali raccolgono le informazioni dalle persone del luogo, senza alcun vantaggio per queste ultime.
Il nostro scopo, al contrario, è quello di essere di supporto al processo di autodeterminazione delle popolazioni della Groenlandia orientale, dove l’arrivo delle spedizioni europee è stato relativamente tardivo rispetto ad altre aree dell’isola e le tradizioni e le conoscenze si sono conservate con maggiore continuità”.

Pensando ai prossimi passi, Peterlini sottolinea l’importanza di mantenere saldi i contatti con l’Ammassalik Museum di Tasiilaq per costruire insieme un progetto coerente con le sue linee di ricerca. “L’obiettivo principale resta quello di supportare la popolazione nell’intraprendere un percorso di consapevolezza e di autodeterminazione. Successivamente, si potrebbero organizzare progetti di valorizzazione culturale e territoriale e occasioni di turismo sostenibile, creando di conseguenza delle nuove opportunità lavorative per le giovani generazioni del luogo”.

Si tratta, comunque, ancora di ipotesi. Il futuro, come sottolinea Peterlini, è ancora “tutto da costruire. Le possibilità sono tante, per cui ogni sviluppo del progetto dovrà basarsi sulle scelte che faranno le persone e le associazioni locali, a cui spetta naturalmente l’ultima parola sulla definizione degli obiettivi fondamentali.
Inoltre, il fatto che il progetto sia sostenuto da sponsor privati ci consente di lavorare senza scadenze rigide, rispettando i tempi e le modalità decisionali della comunità locale, che tendono a svilupparsi giorno per giorno”.

D’altronde, come hanno scoperto in prima persona Peterlini e colleghi, le caratteristiche del luogo non consentono di fare programmi a lungo termine.

“L’ambiente artico richiede una grandissima flessibilità: il meteo cambia all’improvviso, può succedere che le barche non riescano a partire e che i voli aerei vengano cancellati. Per questo, è necessario un buon grado di adattamento. Bisogna saper abbracciare l’imprevedibilità e arrendersi al fatto che è impossibile definire piani troppo rigidi. Ci è capitato, nel corso della stessa giornata, di cambiare programma diverse volte. Le attività da svolgere vanno decise giorno per giorno o addirittura ora per ora in base alle condizioni del meteo e alla disponibilità delle persone.

Tutto questo, da una parte, può sembrare destabilizzante, ma dall’altra ha il suo lato positivo, perché proprio dagli imprevisti possono nascere nuove opportunità da cogliere. Per noi è stato proprio così e ha reso la nostra esperienza ancora più interessante”.

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