Al gelo e sotto le bombe, in Ucraina la scienza non si ferma a quattro anni dall'invasione russa
Le persone osservano un minuto di silenzio per celebrare il quarto anniversario dell'invasione russa su vasta scala, in concomitanza con l'attacco russo all'Ucraina, a Kyiv, Ucraina, il 24 febbraio 2026. REUTERS/Gleb Garanich
A Kyiv fa di nuovo molto freddo. La corrente va e viene, il riscaldamento è intermittente. In alcune parti dell’Istituto la temperatura è poco sopra lo zero: “Nel mio ufficio ci saranno due gradi – dice Andrii Semenov, il cappotto ancora addosso mentre ci colleghiamo in videoconferenza –. Qui è forse un po’ più caldo”.
Semenov è fisico teorico, specializzato soprattutto in ricerche sull’ottica quantistica, presso il Bogolyubov Institute for Theoretical Physics, centro scientifico che fa parte dell'Accademia nazionale delle scienze dell'Ucraina, il più importante ente governativo di ricerca del Paese. Quando recentemente le temperature sono scese a meno 20, persino meno 25 gradi, giorni interi sono trascorsi al buio e al freddo: “Mi sono anche ammalato – ricorda –. Non è stata la migliore esperienza della mia vita, ma di questi tempi non è la cosa peggiore che può succedere”.
Quando Il Bo Live lo intervistò nel 2022, nei primi giorni dell’invasione, Semenov appariva visibilmente scosso: oggi nella nuova normalità imposta dalla guerra sembra più sereno e a tratti persino ironico, sfoggiando il leggendario humor così lontano dall’immagine cupa e monocorde che spesso ci costruiamo dell’Ucraina. Un’ironia asciutta che è la diretta erede di una lunga tradizione post-sovietica, in cui il sorriso era una forma di sopravvivenza e di dignità.
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“All'inizio non sapevamo cosa fare, non ci aspettavamo affatto una situazione del genere – ricorda –. Oggi abbiamo quattro anni di esperienza; certo non è piacevole, staremmo meglio senza bombe, ma almeno adesso sappiamo cosa fare”. Il suo centro di ricerca non è stato colpito direttamente ma ci sono state esplosioni nelle vicinanze, dirette probabilmente verso le infrastrutture. Le tubature sono congelate e in parte rotte, alcune sezioni dell’istituto restano danneggiate. Eppure il lavoro continua: “Siamo ricercatori, fare quello che sappiamo è il miglior contributo che possiamo dare”.
All’interno del Bogolyubov Institute Semenov guida il Quantum Optics and Quantum Information Group, composto da sei dottorandi e un postdoc, tutti ucraini: “Altamente competenti e motivati, sono loro a trasmettere entusiasmo”, racconta. La ricerca che conducono è insieme fondamentale e applicata e spazia dall’ottica alla metrologia, sfruttando i principi della meccanica quantistica (come sovrapposizione ed entanglement) per effettuare osservazioni o misurazioni con una sensibilità e un'accuratezza senza precedenti.
Gran parte del lavoro richiede simulazioni numeriche pesanti, e qui iniziano i problemi. Durante i blackout I laptop possono funzionare a batteria; per i calcoli più complessi c’è bisogno di generatori che però nei giorni più freddi spesso si bloccano. I partner internazionali offrono risorse di calcolo alternative, ma in questi anni Semenov ha imparato che la complessità da gestire non è solo un concetto astratto: “Se le cose si mettono male troveremo un’altra soluzione – dice serafico –. Tutto è possibile”.
“ Continuare a fare ricerca è il modo più concreto per restare vivi come comunità scientifica e come Paese
Oltre a guidare il suo gruppo di ricerca, Semenov non trascura l’insegnamento. Prima dell’invasione teneva lezioni alla Taras Shevchenko National University e collaborava ai programmi di master in fisica della Kyiv Academic University; dall’anno scorso inoltre dirige un corso di laurea triennale in fisica alla Kyiv School of Economics: “Avere molto lavoro è meglio che non averne affatto”, osserva divertito.
Per il momento lo scienziato ha scelto di restare in Ucraina, mentre la sua famiglia è all’estero. Con due figli la decisione è stata inevitabile: “L’appartamento non è sicuro, spesso è senza riscaldamento né elettricità, gli attacchi sono continui… – spiega –. Ringrazio il governo tedesco per l’ospitalità, senza sarebbe tutto ancora più difficile”. Anche se è dura vivere separati.
La scienza ucraina, sostiene il docente e ricercatore, era già in difficoltà prima della guerra, ancora segnata da un sistema di eredità sovietica bisognoso di riforme. Oggi il cambiamento è ancora più urgente ma è complicato dalle circostanze. Semenov siede nel consiglio scientifico della neonata National Research Foundation of Ukraine, che distribuisce fondi statali attraverso bandi per la ricerca fondamentale e applicata. Le somme sono ancora relativamente modeste, intanto però i meccanismi si stanno perfezionando. Buona parte degli avvisi di selezione, ovviamente, è legata a esigenze militari, e anche i ricercatori che non lavorano direttamente in quest’ambito possono essere coinvolti in progetti legati alla difesa attraverso consulenze, collaborazioni o formazione. “È normale”, afferma con cautela Semenov, che preferisce non entrare nei dettagli.
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Intanto le collaborazione internazionali vanno avanti e si intensificano. Oltre ai programmi bilaterali sostenuti da fondazioni europee e statunitensi, il suo gruppo di ricerca mantiene da prima della guerra rapporti importanti con università come quelle di Rostock, Nottingham, Parigi-Sorbona e Padova (con il professor Paolo Villoresi): “C’è interesse nei nostri confronti, ci coinvolgono in nuove direzioni di ricerca e questo aiuta molto”.
L’ultimo inverno è stato ed è duro. Le promesse di una fine rapida del conflitto riaffiorano periodicamente, ma Semenov è scettico. Sottolinea di non essere un politico né un esperto militare, ma la sua impressione è che la guerra abbia un carattere esistenziale: “Non si tratta solo di prendere territori, l’obiettivo è distruggerci. Nonostante tutto però l’Ucraina però continua a esistere come Stato e come nazione, e punta a un’integrazione sempre più profonda con le istituzioni occidentali, a partire dall’Unione europea”.
Un cessate il fuoco è possibile, molto meno una pace stabile. “Finché in Russia ci sarà questo regime la guerra continuerà”, dice. Poi accenna un sorriso e torna, per un istante, alla sua disciplina: “Da fisico quantistico posso solo dire che il futuro è imprevedibile. Chi sa cosa accadrà domani?”. Un futuro aperto e indeterminato nel quale giocano un ruolo essenziale volontà, legami e relazioni: la trama ostinata di scelte e connessioni che, da 1.461 giorni, tiene in vita l’Ucraina.