SCIENZA E RICERCA

Il lupo è meno protetto, anche in Italia

È passato poco meno di un anno da quando la Commissione Europea ha deciso di diminuire lo stato di protezione del lupo (Canis lupus), trasferito dalla lista delle “specie rigorosamente protette” a quella delle specie semplicemente “protette” della Direttiva Habitat dell’Unione Europea. Pochi mesi fa, recependo la modificazione della Direttiva, anche l’Italia ha avviato l’iter che porterà a modificare la legge nazionale sulla caccia in vigore dal 1992, legge che, a sua volta, si basava sulla prima formulazione della Direttiva Habitat dell’Unione Europea.

Non più “rigorosamente protetto”

Dopo il voto favorevole alla Camera dei deputati, arrivato a dicembre 2025, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale il testo del disegno di legge n. 1737(pdf), che modifica la legge n. 157/1992. Il testo è stato definitivamente approvato anche dal Senato nella seduta dell'11 marzo 2026: la votazione avrebbe già dovuto tenersi lo scorso febbraio, ma diverse organizzazioni scientifiche e ambientaliste, guidate dall’ENPA (Ente Nazionale Protezione Animali), avevano chiesto di mettere in pausa l’iter legislativo per almeno un anno, per poter raccogliere dati scientifici aggiornati ed effettuare ulteriori controlli.

In effetti, anche in sede europea la decisione è stata fortemente criticata dal mondo scientifico. Prima che il declassamento divenisse effettivo, i membri della Large Carnivore Initaitive for Europe della IUCN (International Union for the Conservation of Nature) hanno pubblicato una lettera aperta in cui esprimevano “preoccupazione” per la misura in questione, spiegando di non essere contrari al declassamento in sé, ma al fatto che la decisione fosse stata presa non basandosi su solide basi scientifiche, ma principalmente per ragioni politiche.


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Il percorso che ha portato al declassamento del lupo è, in effetti, più politico che scientifico. Ne è convinto Luigi Boitani, professore emerito di zoologia all’università La Sapienza di Roma e presidente della Large Carnivore Initaitive for Europe. Boitani spiega che la posizione sua e di un nutrito gruppo di scienziati, firmatari della lettera aperta, non è aprioristicamente contraria alla misura del declassamento: “Il declassamento è, in teoria, un buon segnale, perché significa che la specie è in buone condizioni e, per questo, si può abbassare il livello di protezione. In questo caso, però, ci siamo opposti perché non riteniamo accettabile il modo in cui questo declassamento è stato dichiarato: è evidentemente il risultato dell’azione di una lobby politica, e non è supportato da analisi e dati scientifici adeguati”.

Il divario tra successo scientifico e percezione sociale

Negli anni ’60 del secolo scorso, il lupo era ormai quasi estinto nel continente europeo, dopo secoli di caccia e persecuzione indiscriminata. La situazione cambiò radicalmente quando, nel 1979, alla specie venne riconosciuto lo stato di “protezione rigorosa” nel quadro della neonata Convenzione per la conservazione della vita selvatica e dei suoi biotopi in Europa (meglio nota come Convenzione di Berna). Fu il principale risultato di una lunga campagna scientifica e culturale, vòlta a riabilitare il lupo mettendone in chiaro il valore biologico ed ecologico.

Da allora, le popolazioni di lupo sono aumentate molto in tutta Europa. Si stima che, ad oggi, gli individui siano oltre 20.000 in tutto il continente. L’Italia è tra i Paesi che ospitano il maggior numero di lupi in Europa: secondo la più recente stima nazionale, condotta da ISPRA su dati relativi agli anni 2020 e 2021, la popolazione ammonta a circa 3.300 individui su tutto il territorio nazionale. Dal punto di vista della conservazione biologica, si tratta di un successo: una popolazione numerosa ha una maggiore diversità genetica ed è più resiliente in eventuali situazioni di crisi.

C’è, però, anche un altro lato della medaglia. Più lupi hanno significato maggiori interazioni con gli esseri umani, e questo ha reso le situazioni di conflitto più frequenti, soprattutto nei casi in cui i lupi causano danni alle attività umane. In particolare, il settore zootecnico è stato tra i più vocali nel chiedere interventi di contenimento dei carnivori, e la decisione della Commissione Europea ha risposto proprio a queste richieste.

Cosa cambia nella pratica?

Con il declassamento a specie non più “rigorosamente protetta”, la gestione del lupo non cambia in modo così sostanziale. A cambiare, in Italia, è soprattutto la procedura di autorizzazione della soppressione di un lupo, come chiarisce Boitani: “Prima del declassamento, la legge italiana prevedeva che ogni abbattimento dovesse essere valutato singolarmente. Quel che cambia con la nuova legge è che, da oggi, sarà possibile abbattere un lupo non in deroga al regime di stretta protezione, ma all’interno di un piano di gestione. Quest’ultimo, però, dovrà avere obiettivi, attività e azioni precise, un monitoraggio continuo e una valutazione della sua efficacia dopo un certo periodo dall’entrata in vigore”.

È importante chiarire che questo cambiamento legislativo non equivale in nessun modo a un’apertura alla caccia al lupo. “C’è molta demagogia intorno a questo argomento. La narrazione pubblica ha puntato a far credere che, con il declassamento, si sarebbe potuto semplicemente sparare agli esemplari ‘fastidiosi’. Ma tutto questo si infrangerà contro la realtà. Il lupo non diventa una specie cacciabile e non sarà oggetto dei piani venatori, perché non può esserlo, in quanto rimane comunque una specie protetta”.


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“Con questo cambiamento – prosegue Boitani – la specie potrà però rientrare in un piano di gestione, la cui stesura sarà affidata alle singole regioni. Ma non si tratta di caccia: usiamo questo termine a ragion veduta. Per caccia si intende un’attività ricreativa che nulla ha a che fare con la gestione della biodiversità. Ci sono dei punti di contatto, certo: la caccia può essere inserita in un piano di gestione della biodiversità, ma non può costituirne il mezzo principale”.

Anche dal punto di vista pratico non è del tutto chiaro quanto il declassamento possa alleviare le situazioni di conflitto tra i lupi e le attività umane. “Mi piacerebbe pensare che questo intervento risolverà i problemi di convivenza tra la nostra specie e il lupo, ma non ci credo molto”, ammette Boitani. “Spesso si dice che una gestione più flessibile della specie migliori l’accettazione da parte del pubblico. Ma quel che più conta, per il settore zootecnico, è limitare le spese dovute alla prevenzione dagli eventuali danni causati dai lupi. Certo, è un impegno aggiuntivo, ma bisogna ricordare che si tratta di lavoro remunerato da sussidi e incentivi economici a livello regionale, nazionale e comunitario – sussidi e incentivi da cui tutto il settore zootecnico europeo è fortemente dipendente”.

Non più di 160 all’anno, e solo se necessario

Inoltre, le indicazioni fornite da ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) pongono, nonostante il declassamento, un limite di abbattimento molto stringente: qualora fosse necessario sopprimere degli individui, non si potrebbe superare il numero massimo di 160 unità su tutto il territorio nazionale – numero che deve essere ripartito tra le venti regioni italiane in base all’abbondanza locale delle popolazioni di lupo. “In base a questa suddivisione – ragiona Boitani – i numeri sono irrisori: una regione che abbatte cinque o dieci lupi, ad esempio, che cosa ha risolto? Niente”.

Una gestione laica, oltre i fondamentalismi

Quel che questa decisione in sede europea segnala è soprattutto un cambiamento culturale, prima che il risultato di un’analisi scientifica. Ad essere cambiato, in questi cinquant’anni di stretta protezione e di recupero delle popolazioni europee di lupo, è il modo in cui l’opinione pubblica percepisce questa specie. Il movimento scientifico e di opinione che portò alla ratifica della Convenzione di Berna e, in seguito, alla Direttiva Habitat fece comprendere il valore in primo luogo ecologico di questo predatore. Oggi, invece, si sta andando nella direzione opposta, e della convivenza con il lupo si vedono soprattutto le difficoltà e i costi.

“Per cinquant’anni ho predicato la conservazione del lupo, ma l’ho predicata in maniera razionale: ho suggerito un atteggiamento laico, che non santificasse il lupo, presentandolo come un animale speciale di cui ogni esemplare va protetto a costo della vita, né, all’opposto, che lo considerasse come un animale diabolico da eradicare”, ricorda Boitani.

“Purtroppo, quando si parla di lupo l’opinione pubblica è polarizzata su due fondamentalismi opposti: eradicazione o santificazione. Mentre la soluzione sarebbe al centro: si tratterebbe di trovare un compromesso che permetta di salvaguardare il lupo, rendendolo un compagno della nostra vita ecologica, e allo stesso tempo di affrontare le situazioni di convivenza più complesse. Questo implica gestire la popolazione di lupo, anche abbattendo qualche animale nei luoghi in cui i danni sono molto onerosi e la prevenzione è effettivamente impossibile. Ma questa posizione è inaccettabile sia per coloro che vogliono proteggere il lupo ad ogni costo, sia per chi abbraccia il fondamentalismo opposto – pensiamo al caso delle province che hanno dichiarato che il 98% del proprio territorio non fosse adatto alla presenza del lupo. Questi estremismi sono controproducenti: alimentano le posizioni più irrazionali, da entrambi i lati della barricata. Ma il compromesso è costoso per tutti”.

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