Perché l’Artico è al centro dei nuovi conflitti mondiali
Veduta di Rovaniemi. Foto di Antonio Massariolo
Siamo abituati a guardare il pianeta di petto, lato davanti, circa centottanta gradi, Europa sopra, Africa sotto. Al di là della lunga secolare storia delle imprecisioni (oggettive o ricercate) delle rappresentazioni cartografiche del mondo, proviamo invece a guardarci dall’alto, non metà mondo di fronte bensì il polo nord, concentrandoci sul sopra a circa trecentosessanta gradi. L’Alaska (statunitense) è in alto sulla sinistra rispetto a chi osserva; il Canada un po’ più in basso sempre a sinistra; la Siberia (russa) in alto sulla destra; in mezzo sono evidenti i ghiacciai polari; la Groenlandia (danese) è sul centrosinistra più o meno a metà e sopra l’Islanda; ancor più in basso e sulla destra le punte di Finlandia, Norvegia, Svezia. Si tratta degli otto stati del Circolo Polare Artico, l’estremità più al nord dell’emisfero settentrionale della “sferica” Terra, tutti componenti dell’istituzione internazionale denominata appunto Consiglio artico (fu istituito nel 1996 e ricomprende in qualche modo anche le popolazioni indigene). All’interno del “confine” dell’ecosistema troviamo circa 4 milioni di umani e 21 milioni di km², metà terra e metà acqua (solo il 25% del fondale marino mappato).
Quella cartografia (non fotografia) oggi vede accennarsi tratti navigabili di mare, sempre più estesi, anche in prospettiva. Ovviamente, si va sulla cresta delle acque da più in basso verso nord, quasi all’apice (percepibile solo sulla carta), poi di nuovo verso il basso, restando nell’emisfero settentrionale (dal nostro punto di vista). Con un’ottica evoluzionistica va aggiunto che non è esattamente la prima volta. Pare che dall’Eurasia per popolare le terre americane (da nord a sud, probabilmente lungo le coste più occidentali, sempre dal nostro punto di vista) i nostri antenati sapiens siano passati a piedi proprio di lì, lo stretto di Beringia, fra Stati Uniti e Russia, Bering Strait e Берингов пролив, circa ventimila anni fa, quando l’Europa continentale era ancora abbastanza ghiacciata seppur stava iniziando la fine dell’ultima glaciazione. Del resto, centinaia di migliaia di anni prima glaciazioni e cicli interglaciali si erano già alternati, anche se la nostra specie forse ancora non era presente.
Sopra di noi vediamo il cielo ovunque siamo eretti sulla terra. Artico e "Artide" derivano dal greco ("vicino all'Orsa"). Non c’entrano gli animali, gli orsi e le orse, sia chiaro, che nell’Artico meriterebbero una lunga trattazione anche per l’evoluzione in corso, i nuovi ricontatti e ibridazioni fra specie bianca e bruna, entrambe comunque sottoposte ai cambiamenti climatici. L’orsa che viene dal greco sta in cielo ed è “astronomica”, ci si voleva riferire alle terre più vicine a quella costellazione del polo celeste settentrionale, chiamata appunto Orsa Maggiore, sempre visibile e fondamentale per l'orientamento nell'emisfero boreale (settentrionale). Gli antichi greci probabilmente non sapevano che per chi vi vive e vi si riproduce, durante l’inverno polare l’assenza di luce porta a una sorta di deprivazione sensoriale, le percezioni del tempo e dello spazio cambiano; lo abbiamo scoperto poi, alcuni verificato di persona.
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Quando abbiamo infine iniziato a viaggiare non solo a piedi, per fare il “giro” del mondo non si passava dai poli, nemmeno quello settentrionale: i grandi popoli marinari dei millenni e dei secoli passati attraversavano i bacini oceanici e cercavano di lambire o costeggiare il più possibile le terre continentali, rotte perigliose che necessitavano comunque inevitabilmente di molti mesi, qualunque fosse la motivazione prioritaria del viaggio: esplorazione, conquista, commercio, trasporto, turismo, guerra. L’apertura ai traffici del Circolo Polare Artico può costituire una grande novità globale del futuro molto prossimo, quegli otto stati si stanno preparando da tempo e tutti i paesi del mondo cercano di tenerne conto per i propri interessi nazionali. Il fatto è che non si tratta di un inevitabile ciclo climatico di lungo periodo, piuttosto di un effetto degli accelerati cambiamenti climatici antropici globali in corso, con dinamiche non tutte certe e note. Ne abbiamo accennato in più occasioni negli ultimi anni.
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Lo specifico fenomeno climatico più rilevante appare la cosiddetta amplificazione polare, che porta la calotta artica a riscaldarsi a velocità almeno doppia rispetto all'equatore, recenti studi parlano addirittura di quadrupla (National Snow and Ice Data Center, settembre 2025). Così, parte del Circolo Polare Artico resterà privo di ghiaccio per vari mesi l’anno in tempi relativamente molto prossimi. Nell'arco di poche decine di anni la seconda rotta marittima artica, quella del North West Passage (NWP, lo stretto di Bering verso il bacino del Pacifico), che passa accanto a Canada e Alaska, potrà diventare utilizzabile, in tutto o in parte e soprattutto più a lungo. L’altra “prima” rotta è la Northern Sea Route (NSR, ancora stretto di Bering, quasi sempre ghiacciata e indisponibile) e costeggia Federazione Russa ed Europa scandinava, attualmente gestita dalla Russia e dai suoi alleati (fra cui quello che più temono gli USA da decenni, la Cina). In quel connesso quadrante artico circolano da tempo sommergibili nucleari e i futuri commerci e turismi mondiali potrebbero farvi convergere imbarcazioni di tutti i tipi e di tutte le bandiere, con consistenti risparmi in termini di durata del viaggio e (teoricamente) di emissione di gas serra (se si conteggia tutto non sarà così, purtroppo).
A gennaio 2026 una spasmodica attenzione generale si è accesa sul più grande separato ecosistema insulare dell’emisfero settentrionale, tra i bacini oceanici dell’Atlantico e proprio dell’Artico, la Groenlandia, “isola” coperta prevalentemente di ghiaccio; la popolazione residente su parte delle coste (attiva soprattutto nel turismo, nella pesca, nelle infrastrutture istituzionali); con 0,03 abitanti per chilometro quadrato il territorio meno densamente popolato del pianeta; poco più di 55 mila donne e uomini che parlano di primo acchito all’85 per cento il groenlandese (al 15 il danese). Il presidente statunitense Donald Trump ha ribadito continuamente e ineffabilmente che vuole acquisirla o acquistarla, con le cattive o con le buone; è questione di strategia militare statunitense internazionale e di loro sicurezza nazionale. Tra accenni maliziosi alle risorse sotterranee, alle rotte artiche e alla competizione globale ha fatto esplicito riferimento alle contemporanee ragioni storiche, economiche e geopolitiche di un urgente ruolo cruciale dell’intera regione artica, dal quale il suo paese non intende prescindere.
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Prescindiamo in questa sede dalle (antiche) dispute geografiche, storiche, proprietarie, fisiche (e magnetiche), diplomatiche, idriche, portuali, terminologiche; limitiamoci all’attualità culturale. Un recentissimo volume collettaneo fa il punto sulla situazione del complesso ecosistema artico, sociale e naturale: Rana Foroohar, Ilona Wiśniewska, Joshua Yaffa, Elin Abba Labba, Morten A. Strøksnes, Frank Westerman, Marzio G. Mian, Veronica Skotnes, Bathsheba Demuth, Leonardo Parigi, Artico, fotografie (ben abbinate) di nove differenti fotografi o fotografe (talora gli stessi autori dei testi), illustrazioni di Edoardo Massa, Iperborea Milano 2026 (tutti testi 2025 e 2026, tre versioni aggiornate di testi 2022 e 2024), pag. 192 euro 22. Vi sono sei dei sedici punti critici climatici identificati dagli studi scientifici più recenti (tipping points); partono o ritornano lì le sterne per ogni loro annuale migrazione aerea, percorrendo 71 mila chilometri (da nord a sud, dunque, emigrazioni e immigrazioni sono uno stesso fenomeno); gli abitanti umani diventano oltre nove milioni se si considerano per intero le regioni coinvolte degli otto paesi membri del Consiglio artico; individui della nostra specie lì vi parlano tra le quaranta e le novanta lingue o dialetti (a seconda delle rispettive definizioni); e ben 54 risultano i conflitti ambientali contro cui le popolazioni indigene hanno protestato, al 2022.
Si tratta di un territorio di gran moda da qualche decennio e di stretta attualità geopolitica negli ultimi mesi (come drammaticamente noto), che si scalda molto più rapidamente del resto del pianeta, mentre gli estesi ghiacci millenari (ciclici) e il permafrost (sotto le tundre russa e canadese) si sciolgono, sia offrendo probabilmente nuove opportunità minerarie e rotte commerciali militari politiche turistiche, sia rilasciando quantità di metano e anidride carbonica oltre a nuove acque e correnti, in un “circolo” vizioso che sta diventando “catastrofico”. L’Artico non è vergine né tantomeno vuoto: le specie umane si sono adattata a viverci e a riprodursi là (soprattutto nel freddo sotto zero) per decine di migliaia di anni (forse più); alcuni di (noi) sapiens l’hanno scelto da tempo immemore come residenza e la loro identità va rispettata da tutti; gli scenari appaiono non tutti prevedibili, l’aumento della temperatura media globale rispetto al termine d’inizio scelto dagli scienziati sarà inarrestabile (dai quasi attuali 1,5 gradi a oltre 3, sono incerti gli scenari circa sia la velocità di progressione che il massimo “sostenibile”).
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Ecco ancora un bel volume della collana The Passenger (per esploratori del mondo) che parte da temi d’attualità per farci meglio capire luoghi umani del pianeta (paesi, ecosistemi e città), attraverso inchieste, reportage, percorsi, brevi saggi. La prima raccolta del 2026 è dedicata appunto all’Artico (in copertina un conducente di slitta col suo husky), come al solito ricchissima di foto (belle e d’autore), frequenti precisi significativi dati, grafici (per esempio sulla mappa delle risorse), schede, approfondimenti (per esempio l’atlante minimo delle principali popolazioni: Komi, Inuit, Sami, Nenci, Aleuti; o le città più grandi: Murmansk, Nuuk, Tromsø, Rovaniemi) e illustrazioni infografiche (originali e ben leggibili). La scrittura giornalistica godibile e la diversità degli spunti per la comprensione geopolitica arricchiscono un quadro che anche su queste pagine ha trovato riferimento per le dinamiche vegetali, animali e minerarie, oltre che per i rischi di conflitti armati.
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Dopo il risvolto di copertina, con le informazioni di base, la presentazione, il sommario e due altre paginette di numeri, nel primo servizio della nuova raccolta Passenger la giornalista statunitense Rana Foroohar (esperta di economia e finanza) racconta umori e opinioni a bordo della rompighiaccio Mustang della Guardia costiera USA, ben accompagnate dalle immagini del fotoreporter francese Laurent Weyl. Seguono: la scrittrice polacca Ilona Wiśniewska con un testo e le relative fotosulle notti polari (la luna unica fonte di luce naturale) a Siorapaluk, cittadina della Groenlandia, tra gli insediamenti abitati più a nord del mondo; il giornalista statunitense Joshua Yaffa sul gelato permafrost russo che (per poco) ancora “contiene” microbi, mammut e il doppio del carbonio presente nell’atmosfera; la scrittrice svedese di origine sami sulla città di Kiruna ove la compagnia mineraria statale continua a scavare, demolendo o allontanando tutto il resto.
Altri temi emergono nella seconda parte, articoli su ulteriori luoghi e aspetti specifici, sempre con foto scelte appositamente; sui territori norvegesi delle isole vulcaniche Faroe (da parte dello storico e fotografo norvegese Morten A. Strøksnes) e delle isole Svalbard (da parte dello scrittore olandese Frank Westerman e della fotografa milanese Laura Marchini, con particolare attenzione agli orsi); sulla costa del Finmark (da parte della velista norvegese Veronica Skotnes); sulle giustapposte comuni prospettive canadesi e russe (da parte dell’esperto giornalista italiano Marzio G. Mian, che sottolinea le tante incognite agricole e produttive, e del fotoreporter Sergey Ponomarev); sull’area del fiume Yukon tra Canada e Alaska (da parte della storica statunitense Bathsheba Demuth, che segnala drammaticamente il declino del numero di pesci). Conclude il volume il giornalista italiano Leonardo Parigi, autore anche di interessanti schede all’interno, che segnala che potrebbe essere tutto un’allucinazione e un “grande bluff” il futuro artico mitizzato come un’oasi dorata; solita breve opportuna bibliografia finale.