SOCIETÀ

L’Artico al centro del nuovo equilibrio globale: cosa dice (e cosa non dice) la Strategia italiana

In un contesto in cui lo sguardo del mappamondo, per motivi climatici, ambientali, di risorse e più in generale geopolitici, si sta spostando verso il Polo Nord, l’Artico sta diventando sempre più centrale. Nonostante le dichiarazioni del loro Presidente, è difficile pensare che gli Stati Uniti non credano al climate change. Le mire sulla Groenlandia sono tornate ciclicamente nel dibattito politico e la situazione dei rapporti internazionali è sempre più tesa.

Ad oggi (31 gennaio 2026 ndr) la pagina del Ministero con il documento risulta inesistente. Il documento è stato spostato di link ma di fatto, pur avendo una datazione diversa, è lo stesso. 

La Strategia italiana per l’Artico inizia definendo la regione come una “regione chiave per la comprensione dei cambiamenti climatici”. L’Artico, si legge, “sta subendo più di ogni altra regione del nostro pianeta gli effetti del riscaldamento globale”. Sembra una banalità, ma visti i tempi che viviamo, leggere nero su bianco una conferma, e non una negazione, dell’emergenza climatica fa quasi effetto.

Eppure, se si guardano i movimenti statunitensi, appare difficile sostenere che esista davvero un negazionismo operativo: la competizione per rotte, risorse e posizionamento strategico tradisce la consapevolezza che l’Artico stia cambiando rapidamente. In un’epoca in cui la comunicazione è (quasi) tutto, i dubbi restano.

L’Artico conta sempre di più (anche) per l’Italia

La nuova Strategia artica italiana arriva a dieci anni dal primo documento di indirizzo e punta su tre temi principali: cooperazione, sicurezza e clima. Il documento segna un chiaro cambio di prospettiva: l’Artico non è più un margine, ma uno spazio centrale nelle trasformazioni climatiche, geopolitiche ed economiche che attraversano il pianeta.

Rispetto al 2015 quindi, il documento nasce in un contesto profondamente mutato. Il riscaldamento globale procede più velocemente che in qualsiasi altra regione del mondo, i ghiacci si ritirano, nuove rotte marittime diventano accessibili per periodi sempre più lunghi dell’anno e la dimensione della sicurezza torna a occupare un posto rilevante anche alle alte latitudini. 

L’Artico si trova oggi al centro di un intreccio di sfide internazionali La politica Artica italiana

Se la storia italiana nell’Artico è più che centenaria, dalla spedizione del Duca degli Abruzzi del 1899 alle missioni di Umberto Nobile del 1926 e del 1928, ora la zona è al centro dell’attenzione di una buona fetta di mondo, o almeno di quello che sull’Artico ci può fare affari. Spesso senza considerare i circa quattro milioni di persone presenti di cui 500.000 appartenenti a popolazioni indigene. 

La cooperazione internazionale al centro della Strategia

“L’Artico è global and local, la sua dimensione è duplice” si legge nel documento e uno degli elementi più chiari della Strategia italiana è il mettere al centro la cooperazione internazionale. Il documento sembra andare in controtendenza rispetto alle notizie di cronaca e ribadisce il ruolo del multilateralismo e del dialogo tra Stati.

L’Italia è dal 2013 un "membro osservatore permanente" del Consiglio Artico che è composto da otto Stati membri: Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, USA e Svezia. Il nostro Paese è un membro osservatore, con Cina, Corea del Sud, Giappone, India, Singapore e Svizzera, per via delle due basi presenti nel territorio: la Base artica Dirigibile Italia e della Amundsen-Nobile Climate Change Tower.

La prima è una stazione di ricerca multidisciplinare del CNR, inaugurata nel 1997, mentre la seconda è una piattaforma scientifica concepita per monitorare le caratteristiche termodinamiche della bassa atmosfera.

 

Tornando al documento, vediamo che la Strategia, per quanto incentrata sulla cooperazione, introduce con maggiore chiarezza anche un lessico legato alla sicurezza. L’Artico viene definito un “confine dell’Europa” da proteggere, una regione la cui stabilità ha ricadute dirette sull’equilibrio euro-atlantico.

Insomma la strategia italiana per l’Artico cerca di mantenere in piedi un delicato equilibrio dove da una parte afferma la centralità del dialogo, dall’altra non nega che la zona sia ormai parte integrante delle tensioni globali, anche militari. 

C’è però un filo rosso che unisce tutto il documento: il ruolo che la ricerca scientifica ha nella regione. La presenza dell’Italia nell’Artico, come abbiamo capito, è soprattutto, e quasi esclusivamente per ora, a fini scientifici.  Anche la Strategia del 2026 è a trazione scientifica ma, oltre al contributo di ricerca, questa è vista anche come una forma di diplomazia per cercare di evitare l’escalation artica.

Al tempo stesso, il documento riconosce che la scienza da sola non basta più. Accanto alla dimensione scientifica compaiono con maggiore evidenza temi legati alla sicurezza delle infrastrutture, alla protezione delle attività economiche e alla capacità di analisi e previsione delle dinamiche artiche. “In quanto Stato non artico - si legge -, l’Italia non persegue una presenza militare autonoma o permanente nella regione, ma intende contribuire in modo credibile e responsabile alle iniziative multilaterali di deterrenza, difesa e prevenzione delle crisi, valorizzando le proprie competenze distintive e il proprio approccio integrato tra sicurezza, ricerca scientifica e tecnologie avanzate”. 

Per quanto riguarda la sicurezza l’azione italiana si fonda sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), e sul “riconoscimento delle prerogative sovrane degli Stati artici”. Sembra una frase di circostanza ma, viste le tensioni degli ultimi mesi, è bene ricordarsela perché è scritta nero su bianco nel documento.

Quando poi la strategia passa dalle dichiarazioni di principio alle linee di azione, il documento si fa più concreto ma emergono anche più domande. Si parla di “contributo alla deterrenza e alla difesa collettiva, nel contesto NATO e UE”, di “integrazione delle capacità nazionali nei domini terrestre marittimo, aereo, spaziale e cibernetico, con particolare attenzione al monitoraggio delle attività umane, delle condizioni ambientali e alla protezione delle infrastrutture critiche, incluse quelle sottomarine e spaziali”, e ancora di “valorizzazione del dominio spaziale e delle tecnologie emergenti”. Come farlo nel concreto, con che fondi, con che tempistiche e che investimento però. non è da sapersi. È per questo che chiamarla “Strategia” forse è troppo. Il documento non chiarisce le gerarchie, le priorità e soprattutto non ci dice con quali strumenti e tempi si vogliono raggiungere gli obiettivi dichiarati.

C’è un capitolo poi interamente dedicato alla divulgazione. Anche qui, si afferma la necessità di ampliare il dibattito civile sull’Artico, ma senza delineare meccanismi concreti di coordinamento o investimento culturale. Si parla certo di ospitare a Roma il 3 e 4 marzo 2026 l’Arctic Circle Forum Polar Dialogue, ma da una strategia nazionale ci si aspetta qualcosa in più.

Nel concreto insomma questa Strategia non dice molto. Appare più come una cornice della situazione artica che come un vero e proprio documento strategico che possa delineare le azioni future italiane nell’Artico. Questo crediamo sia dovuto alla situazione precaria della zona, sia dal punto di vista climatico che, di conseguenza, geopolitico. Di Artico ne sentiremo parlare sempre più spesso, Il Bo Live cercherà di raccontare il mondo artico che cambia anche attraverso la serie “Passaggio a Nord-Ovest”.

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