Groenlandia, la scienza tra i ghiacci. “Se riesci a progettare qui, puoi farlo ovunque”
Sisimiut, Groenlandia. Foto: Luca Romanello
L’isola artica più estesa del pianeta è ormai da settimane al centro della geopolitica globale e, di conseguenza, dell’attenzione pubblica. Ma la Groenlandia non è solo un territorio conteso tra diverse potenze globali: è anche un luogo fragile, apparentemente inaccessibile, segnato da una lunga storia di colonizzazione e ingiustizie; rappresenta, allo stesso tempo, un laboratorio scientifico a cielo aperto per diversi ambiti di studio, dalla geologia all’ingegneria, dalla climatologia all’archeologia, e non solo.
Per questo Il Bo Live ha scelto di raccontare la Groenlandia come luogo di ricerca e collaborazione, raccogliendo le testimonianze dirette di ricercatori e ricercatrici con ruoli, formazione e scopi diversi, che si sono recati di persona in questa regione dell’Artico spinti dalla curiosità scientifica e dalla voglia di sperimentare modi di vivere radicalmente differenti da quelli europei.
Con questo spirito, Luca Romanello, neolaureato in ingegneria civile all’università di Padova, la scorsa primavera è volato fino a Sisimiut, la seconda città più grande della Groenlandia (circa 5500 abitanti) per un’esperienza Erasmus tutt’altro che ordinaria presso la base sperimentale del Politecnico di Copenhagen (DTU), che ogni anno organizza un arctic semester.
Nello specifico, Romanello ha seguito un corso di nove settimane sulla progettazione di edifici sostenibili in ambienti estremi. “La prima cosa che ci è stata insegnata è che l’approccio ingegneristico deve basarsi sulla conoscenza del contesto culturale e ambientale”, racconta a Il Bo Live. “Gli ambienti estremi sono spesso fragili e abitati da comunità che hanno sviluppato nel tempo una cultura, un senso di appartenenza e delle strategie di sopravvivenza molto efficaci, di cui è importante tenere conto.
Il progetto a cui ho partecipato, in particolare, prevedeva la realizzazione di una struttura abitativa per un piccolo nucleo familiare inuit (composto da un solo genitore con un bambino, per esempio), ed era quindi importante evitare un’impostazione “coloniale” nella progettazione. Per questo, la prima parte del corso è stata dedicata all’approfondimento dei bisogni reali della popolazione locale – che, per esempio, ha bisogno di grandi freezer e spazi per la lavorazione della carne, oltre che di spazi appositi adibiti allo stoccaggio delle attrezzature per la caccia e delle motoslitte”.
Romanello racconta di essersi reso conto fin da subito dell’importanza di sperimentare in prima persona la vita quotidiana in un contesto così diverso da quello a cui era abituato. “Banalmente, se avessi dovuto progettare una costruzione del genere a distanza, non avrei mai immaginato di doverci inserire un Arctic entry, ovvero un ingresso chiuso che si trova in ogni casa ed edificio pubblico, dove si lasciano le scarpe e i giacconi prima di entrare all’interno, dove si sta rigorosamente senza scarpe”, prosegue. “Nei moduli successivi del corso sono stati approfonditi altri aspetti tecnici fondamentali per la progettazione; tra questi, la realizzazione di un involucro edilizio che permetta di mantenere una temperatura interna di 20 °C anche quando all’esterno ce ne sono -30, con un consumo energetico molto basso e attraverso l’utilizzo di materiali prodotti in Europa, che vanno adattati alle condizioni climatiche estreme di un ambiente per cui non sono stati pensati.
Insomma, per questi e altri motivi il motto degli studenti della DTU durante l’Arctic semester era: if you can engineer in Greenland, you can engineer everywhere”.
Ripensando alla sua “giornata tipo” a Sisimiut, Romanello ricorda di aver apprezzato il rapporto disteso e paritario instaurato con i docenti dentro e fuori dalle aule. “Li si chiamava per nome, si imparava gli uni dagli altri e le lezioni, che non erano solo frontali ma anche interattive, avvenivano in un ambiente informale e confortevole, in cui stavamo tutti in calzettoni di lana e con una tazza di caffè americano in mano”, racconta.
“La stretta convivenza con gli altri studenti, i professori e i ricercatori presenti, con i quali si condivideva lo stesso dormitorio, ha permesso di creare un vero e proprio gruppo di ricerca, in cui si lavorava fianco a fianco, si mangiava in compagnia e ci si godeva il tempo libero assieme, pianificando escursioni nella natura o partecipando alle molte iniziative di volontariato organizzate dalla comunità locale. Credo che la collaborazione, il sostegno reciproco e, soprattutto l’ascolto dell’altro siano fondamentali per vivere bene in un contesto fisicamente e mentalmente sfidante come quello groenlandese. Nel mio caso, in particolare, è stato destabilizzante restare due mesi senza godere del buio e della vista delle stelle, poiché nei miei due mesi di permanenza – da aprile a giugno – la Groenlandia è illuminata 24 ore su 24 dalla luce solare.
Si tratta, d’altronde, di un luogo in cui si osserva continuamente una natura che prevale sugli esseri umani: le condizioni meteo impediscono spesso agli aerei di partire e il ghiaccio ostacola l’attracco delle navi, comprese quelle che trasportano i generi alimentari destinati ai supermercati; non esistono inoltre collegamenti tra una città e l’altra e per muoversi bisogna usare la barca o la motoslitta. In un contesto del genere, in cui capitava, per esempio, di dover affrontare bufere di neve anche semplicemente per andare a lezione, non è stato difficile imparare a lasciar correre i piccoli dissapori quotidiani che possono sorgere durante una convivenza prolungata, i quali appaiono, in prospettiva, quasi irrilevanti. E poi, come italiano avevo dalla mia parte la cucina, quindi, se c'era un problema si poteva preparare la pizza e si risolveva tutto”.
Romanello menziona poi il tema della sicurezza. “A Copenhagen prima della partenza, e poi nel campus di Sisimiut, sono stati organizzati corsi specifici per garantire la sicurezza durante tutte le attività quotidiane e per le escursioni fuori porta. Ci hanno insegnato, per esempio, a essere preparati ai repentini cambi metereologici che caratterizzano la regione e a cogliere i primi segnali fisici e comportamentali dell’ipotermia, che lì rappresenta un rischio reale persino quando si va a fare la spesa”.
Di conseguenza, anche l’organizzazione di escursioni outdoor richiedeva una pianificazione molto più accurata rispetto a quella a cui Romanello era abituato in Italia. “Fuori dai centri abitati non esiste alcuna infrastruttura, nessun rifugio o bivacco in cui potersi riparare nei casi di emergenza”, spiega. “Le montagne intorno a Sisimiut, non a caso, sono indicate sui cartelli stradali come Unknown Mountains, perché non sono mai state esplorate. Per questo ogni uscita veniva preceduta da un briefing collettivo, in cui venivano comunicati, a chi restava a casa, i dettagli del percorso, i tempi e gli orari. Era inoltre indispensabile l’uso dei dispositivi di localizzazione satellitare”.
“Credo che la Groenlandia sia piuttosto diversa da come viene raccontata all’esterno”, riflette Romanello. “L’ambiente è molto più estremo e inaccessibile di quanto si pensi e i paesaggi totalmente differenti dai nostri: mi ha colpito, per esempio, la completa assenza di alberi. La cultura inuit, inoltre, è diversissima dal modo in cui viene presentata in Europa, dove viene spesso semplificata o fraintesa. Allo stesso tempo, si percepiscono le ferite causate dalla colonizzazione danese, che ha imposto in pochi secoli un modello culturale nord-europeo radicalmente diverso da quello a cui erano abituate le popolazioni indigene.
Ciononostante, il legame tra la comunità locale e quella scientifica è molto buono: il Politecnico di Copenaghen ha costruito relazioni durature sul territorio a Sisimiut. La popolazione sa che ogni anno da febbraio a giugno viene organizzato l’Arctic Semester ed è pronta ad accogliere gli studenti”.
Nonostante Romanello non vedesse l’ora, una volta tornato a casa, di ammirare di nuovo le stelle e il buio della notte, il semestre in Groenlandia ha rappresentato per lui “un’esperienza unica, che mi ha insegnato molto sul piano sia lavorativo che personale”, racconta. “Credo che questo territorio sia un laboratorio a cielo aperto non solo per l’ingegneria, ma per le scienze ambientali e sociali. Ed è proprio questo, a mio avviso, che rende questa terra così interessante”.