CULTURA

Rileggiamo: Anima di Wajdi Mouawad

Il Male esiste. E non è qualcosa che sta fuori da noi ma ci abita dall’interno. Tutti?

Noi uomini – homo sapiens sapiens – di certo: quantomeno a leggere Anima (Fazi, 2015 e poi ripubblicato nel 2025) di Wajdi Mouawad così è.

E che cos’è, il Male? È forse ciò che ci distingue dalle bestie, che qui raccontano la storia passandosi il testimone, da specie a specie? Il gatto che vede il marito trovare la moglie morta riversa sul pavimento, uccisa e violentata in modo barbaro, il passero, il cane lupo, la volpe, la gru, la mosca, la zanzara, persino il boa constrictor ma anche moltissimi altri che si trovavano nei pressi del racconto che segue le tracce di questo stesso uomo alla ricerca dell’assassino?

No, non sono immuni neppure loro, dalla violenza: le termiti si riproducono proprio come gli assassini di questa storia violentano: penetrando la ferita e non il sesso della femmina; il corvo fa a pezzi e divora l’orsetta lavatrice succhiandole via gli embrioni dal ventre; il boa constrictor ingoia vivo il topo; e avanti così.

Il Male, verrebbe di dire, non è che l’efferatezza con cui facciamo soffrire senza soffrirne anzi godendone, con cui ci appropriamo di quello che non è nostro, come la vita altrui, costringendo l’altro all’orrore, che certo è il sangue, certo è la brutalità: sono la violenza, lo stupro, l’obbligare il prossimo alle emozioni più atroci che insorgono quando non viene rispettata la nostra integrità di esseri senzienti. Esporre una madre a vedere torturare e far saltare in aria un figlio; far assistere un bambino di quattro anni allo stupro e alla decapitazione della sorella; e avanti di questo passo.

Questo no, questo non appartiene alle bestie. L’intenzione della violenza a loro è preclusa. E forse non è un caso che tutta la vicenda sia raccontata dalla loro voce. Che Mouawad magicamente rende potente, calda, oscena, empatica, lucida e viscerale insieme, come quando la scrofa riferendosi al cane che viaggia con i protagonisti racconta: “Come spiegare, altrimenti, quell’empatia reciproca che ci ha avvinti, facendoci provare, senza alcun dubbio, i tormenti che straziano l’altro?”.

Il talento del romanziere libanese fuggito bambino a Montreal e poi a Parigi, che è anche drammaturgo (Come gli uccelli, del 2018, è splendidamente a teatro di questi tempi), regista e attore, sta proprio nella sua voce limpida che è come scolpisse il mondo, come se lo cantasse. Mouawad sente e fa sentire, ma non certo nella misura in cui eccede (e qui, di momenti estremi, ce ne sono molti). Per quanto non risparmi immagini e parole, è in quello che non dice che s’annida la forza del suo raccontare. Samanta Schweblin la chiamerebbe “resistenza” quella sua capacità di sottrarsi dallo specificare anche quello che nella mente del lettore si è già prodotto come conseguenza alle parole già dette, lasciandogli invece la sua (grossa) parte di elaborazione. Mouawad è maestro di resistenza. Ed è maestro anche di suspense e di trama

Così come si coglie che la sua è una ricerca di senso profondo e di giustizia. Alcuni dei temi di questo romanzo, che gli è costato parecchi anni di lavoro fino al 2012, saranno poi anche in opere successive: la ricerca dell’identità e l’errore, il bisogno di sapere, la babele di lingue (qui francese, inglese, arabo) sono la sua cifra.

Non è la storia nera della ricerca di un assassino, questa. È una ricerca dei moventi più profondi dell’essere umano, è il cammino per ricongiungersi o separarsi dai padri, veri o putativi. È la presa di coscienza che il trauma ci segna per sempre. Tutto origina, qui, dal massacro di Sabra e Chatila in Libano del 1982 e il viaggio che Wahhch Debch compie non può che riportarlo all’inizio del suo Male, che è ogni volta il male del mondo.

Anima è un romanzo intriso di dolore e di sopraffazione in cui sembra che la pìetas non abbia spazio. Eppure è un romanzo che pulsa di vita.

“Scusa per il sangue dei tuoi compagni” dice al lupo-cane con cui termina il suo viaggio dopo una carneficina animale, “scusa. Le ecatombi continuano a chiamarmi e io non sento niente, non capisco niente. Scusa. C’è un baratro. Non lo eviterò più. Te lo prometto. Andremo insieme alla ricerca delle parole che mancano. Le metteremo una accanto all’altra e alla fine usciremo da questa fossa nella quale sono stato gettato e dalla quale, lo capisco solo oggi, l’ho capito vedendoti combattere, non sono mai uscito”.

Mouawad porta il lettore con sé alla ricerca di quelle parole, dentro al baratro profondo per poi uscirne con lui. E nulla è più come prima.

C’è un baratro. Non lo eviterò più. Te lo prometto. Andremo insieme alla ricerca delle parole che mancano. Le metteremo una accanto all’altra e alla fine usciremo da questa fossa Wajdi Mouawad

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