CULTURA

Carne, sangue, la natura umana: il corpo reale nell'arte di Jenny Saville

"To make women looking powerful is always within my work". È il 1992, Jenny Saville realizza Propped, olio su tela di dimensioni monumentali in cui l'artista britannica ritrae se stessa, nuda, allo specchio. L'opera, proposta come tesi di laurea alla Glasgow School of Art in Scozia, viene notata da Charles Saatchi, che acquista tutta la sua prima produzione determinandone subito il successo. Per comprendere il peso di quest'opera nel panorama internazionale, e in particolare nel complesso mercato dell'arte, basterà ricordare un fatto relativamente recente: nel 2018, tra i capolavori della collezione di David Teiger, Propped viene battuto all’asta da Sotheby’s per 9,5 milioni di sterline, superando ampiamente la stima di partenza. In una nota del catalogo di Sotheby's si legge: "Propped incarna la forza concettuale della pittura di Saville come confutazione delle rappresentazioni canoniche della bellezza femminile e mette in luce la straordinaria virtuosità e inventiva del suo stile. È un'orgia di eccessi pittorici, dall'espressione sofferente di vulnerabilità impressa sul volto di Saville alle mani nervosamente incrociate le cui dita affondano violentemente nella carne delle sue cosce”. Rintracciando alcuni dei più grandi maestri della storia dell'arte, “da Rubens e Rembrandt a de Kooning e Freud, Saville si inserisce nella tradizione del nudo femminile, sovvertendo e distorcendo questa tradizione insistentemente maschile per forgiare una convenzione artistica completamente nuova".

Demolendo il canone di grazia e perfezione dell’estetica femminile (definito principalmente dallo sguardo maschile), esibendo invece la carne del corpo reale, rubensiano, nudo, abbondante e abbandonato, osservato da un punto di vista quasi impietoso, non seducente, l'autoritratto di Saville è attraversato da un testo del saggio Speculum. L'altra donna della filosofa e psicoanalista femminista francese Luce Irigaray: parole come graffi sulla tela, segni profondi, tracce incise di un pensiero scritto al contrario: "Se ci guardiamo come ci guardano gli uomini, non siamo che delle immagini che si sovrappongono. Ma se ci guardiamo con i nostri occhi, allora siamo come una superficie in perenne divenire".

Partiamo da qui, perché ora Propped è a Venezia e si può ammirare all'ingresso della prima grande sala di Jenny Saville, allestita a Ca’ Pesaro - Galleria internazionale d’arte moderna di Venezia, una mostra curata da Elisabetta Barisoni, con il supporto di Gagosian, che felicemente anticipa di qualche settimana l'attesa primavera veneziana della Biennale Arte offrendosi come ampia e approfondita esposizione dell’opera dell'artista britannica a Venezia, documentandone lo sviluppo dagli esordi negli anni Novanta ai giorni nostri. L'opera viene presentata accanto a Hybrid, realizzata nel 1997, che torna a mostrarsi riportando alla memoria la straordinaria esperienza espositiva di Sensation: Young British Artists alla Royal Academy di Londra, in cui una giovanissima Saville (Cambridge, 1970) esponeva le sue opere accanto a quelle di una nutrita generazione di giovani artisti sbocciati tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, tra i quali Damien Hirst e Tracey Emin, figure capaci di ridefinire l'arte contemporanea britannica mettendosi al centro dell’interesse del mondo artistico internazionale. Nello stesso ampio spazio d'apertura si posso ammirare opere come Hyphen, doppio ritratto di Jenny e della sorella del 1999, e Reverse, volto disteso dell'artista, specchiato sul pavimento, realizzato tra il 2002 e il 2003. 

"In un'epoca in cui si imponeva l'arte concettuale io sceglievo la pittura figurativa [...] oggi è ancora così", racconta Saville a Ca’ Pesaro. Una scelta ostinata e contraria, per di più da parte di una artista donna. Quando inizia a dipingere, lavora su grandi tele per imporre la propria presenza in un panorama artistico dominato dagli uomini. Nonostante, nel tempo, i suoi lavori abbiano trovato perfetta espressione anche in tele di dimensioni più piccole, Saville ha mantenuto quella posizione, rinnovando il proprio statement. Oggi continua a ritrarre esseri umani, soggetti che sceglie, studiando la pittura o ritrovandoli in una fotografia, osservando le persone nella loro verità. "La memoria della vita è scritta sul tuo volto, sul tuo corpo", riflette, tra le sale espositive veneziane. 

Nel corso degli anni, oltre ai singoli soggetti rappresentati nella loro interezza o nell'intensità ravvicinata dei volti, Saville propone sovrapposizioni di più corpi e, così, la figurazione inizia a mescolarsi con elementi astratti ed espressionisti. La ricerca si allarga ma lei, lo sottolinea continuamente, resta “una pittrice figurativa e per questo - afferma -profondamente europea”.

Il corpo reale, un manifesto

Al centro della ricerca, il corpo. "Il soggetto di per sé è classico, quasi reazionario", spiega la curatrice. "Ciò che rende le sue opere progressiste è anche il fatto che si tratta di donne ritratte da una donna. Il corpo femminile smette così di essere oggettivato da uno sguardo maschile e diventa manifesto di un'arte che è al contempo antica e femminista, moderna e realista, intensa come l'astrazione ma riconoscibile come la figurazione".

Nei corpi di Jenny Saville c'è tutta la verità dell'essere umano, svelata dall'arte. "Sono una pittrice pittorica – carne, corpo, ritratto – la natura umana". I suoi lavori pittorici scavano nella carne per mostrarne ogni piega, imperfezione, smorfia, smarrimento. Senza filtri, ritocchi, censure. Carne, sangue, organi: l'interesse per l'anatomia porta Saville ad approfondire. Durante un apprendistato in Connecticut, nel 1994, segue da vicino il lavoro di un chirurgo impegnato in una serie di interventi estetici: "Questa esperienza le permette di vedere il corpo umano nella sua fragilità e nella sua resilienza", riflette Barisoni, che aggiunge, "all'idea di una fisicità da plasmare, Saville contrappone figure reali ancorché esagerate nella loro nudità, come le dee della fertilità nelle civiltà antiche, nelle quali le fattezze simbolo di abbondanza e procacità sono esasperate".

Venezia, il colore, l'amore per Tiziano

"Sono sempre connessa con l'arte veneziana. Non c'è stata una sola volta in cui, giunta a Venezia, io non abbia fatto visita a Tiziano ai Frari". Nella poetica di Saville Venezia non è semplice richiamo estetico ma dialogo intimo e grandioso con maestri del Rinascimento. La pittura veneziana è ecosistema vitale, pulsante: il suo legame con gli artisti del Cinquecento non è il risultato di una nostalgia accademica, al contrario, è punto di riferimento costante, imprescindibile. La sua ricerca si fonda sull'amore e lo studio dei grandi maestri e si rivela nell'uso del colore, in una continua evoluzione tecnica. Le tele monumentali sono squarci che svelano il reale, la pittura nasce dalla lezione veneziana. Il colore è tutto nelle sue opere. 

Oltre alla lista dei dialoghi ideali con artisti di riferimento - che definisce "compagni di viaggio", da un maestro del passato come Tiziano a un esponente del Novecento newyorkese come Willem de Kooning -, nel suo studio compare la scritta: push the paint. Un invito  a non fermarsi, uno stimolo, una intenzione da non dimenticare, una traccia scritta per continuare a spingere con il colore, con l'arte, con la ricerca, nella vita.

Nel corso della presentazione della mostra veneziana, Saville cita altri passaggi. Fa un breve elenco di città italiane vissute, amate, attraversate, sin da bambina al seguito dello zio, figura determinante per la sua formazione: Palermo, "città ibrida" e per questo fonte di grande ispirazione, e Venezia, "luogo unico che offre una continua visione di bellezza e che, ogni due anni, accoglie artisti contemporanei da tutto il mondo sotto un unico curatore". Questi i primi riferimenti, ma nelle sue riflessioni trovano spazio anche Firenze, Bologna e Padova, citazione fugace che però non stupisce, considerando la ricerca accurata e rigorosa sull'anatomia del corpo e l'eccellenza della città nella storia, sia dal punto di vista artistico che scientifico.

Continuare a dipingere: un atto politico

Nelle sue produzioni più recenti Saville sposta l'indagine dal corpo individuale a una dimensione di sofferenza collettiva, affrontando temi dal profondo impatto emotivo e simbolico. Opere come Aleppo (2017-2028) e le diverse versioni delle Pietà non si limitano a documentare la cronaca del presente, la trasfigurano, offrendosi come immagine universale, capace di attraversare le epoche. 

Guerre e trasformazioni epocali, che fanno paura, hanno portato l'artista a riflettere sul senso e il valore dell'arte: "A un certo punto ho iniziato a pensare che dipingere fosse inutile e, invece, continuare a farlo è un atto politico. Significa creare qualcosa di autentico, affrontare un viaggio come quello della vita. Di fronte al cambiamento, continuare a dipingere è fondamentale".


Jenny Saville a Ca’ Pesaro 

Ca’ Pesaro - Galleria internazionale d’arte moderna, Venezia

dal 28 marzo al 22 novembre 2026

a cura di Elisabetta Barisoni, con il supporto di Gagosian

media partner Il Giornale dell'Arte

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