L’acqua che univa gli antichi: Etruschi e Veneti in dialogo a Palazzo Ducale
Testa della dea Leucothea, proveniente dal santuario di Pyrgi. Foto: Luca Chiandoni
Prima e dopo l’espansione di Roma, l’Italia è stata a lungo un mosaico di popoli, lingue e culture, a volte in competizione ma spesso anche in dialogo. Un territorio attraversato da rotte commerciali, contatti diplomatici e scambi culturali che collegavano il Mediterraneo all’Europa continentale. Tra queste società spiccava la più complessa e urbanizzata, quella degli Etruschi: artigiani raffinati, mercanti e navigatori, esercitarono per secoli una forte influenza culturale sulle comunità confinanti, inclusa la stessa Roma arcaica.
Più che a un controllo politico diretto dobbiamo pensare a una supremazia commerciale e culturale, che si irradiava lungo le vie di scambio della penisola. Secondo Catone il censore, citato secoli dopo dal grammatico Servio nel suo commento all’Eneide, “In Tuscorum iure paene omnis Italia fuerat”, un tempo quasi tutta l’Italia era sotto il dominio degli Etruschi, e anche Tito Livio confermava l’espansione degli Etruschi oltre l’Appennino in gran parte della pianura padana fino alle Alpi “excepto Venetorum angulo”: fatta eccezione per il territorio dei Veneti. Una comunità profondamente inserita nelle reti commerciali del Nord Italia, ma capace di mantenere una forte identità culturale.
“ Un tempo quasi tutta l’Italia era sotto l’influenza etrusca: più che dominio politico, una potente egemonia culturale
I contatti tra i due popoli furono intensi e duraturi, come testimoniano ad esempio i reperti presenti nel Museo archeologico di Torcello, recentemente riaperto al pubblico: basti ad esempio pensare all’adozione dell’alfabeto etrusco per la lingua venetica. Non si trattò però mai di una dominazione militare: il soft power degli etruschi non ne aveva bisogno, data l’indiscussa superiorità in ambito culturale, artistico e soprattutto religioso. È sempre Tito Livio, confermato tra gli altri da Cicerone, a parlarci di loro come del popolo “dedito più di ogni altro alle pratiche religiose”, con rinomate competenze nell’arte della divinazione tramite l’aruspicina (l’esame delle interiora degli animali) e l’osservazione del volo degli uccelli. Ma erano maestri anche nell’arte di erigere templi e santuari, i quali divennero inevitabilmente i modelli di riferimento per molti popoli italici.
È proprio questa storia di incontri che la mostra Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari ricostruisce nelle sale dell’Appartamento del Doge di Palazzo Ducale di Venezia, dove resterà aperta fino al 29 settembre 2026; in seguito, a partire dal 14 ottobre fino al 10 gennaio 2027, si trasferirà a Milano. Curata da Chiara Squarcina e Margherita Tirelli, l’esposizione riunisce reperti archeologici di grande valore – molti dei quali provenienti da scavi recenti – grazie alla collaborazione tra la Fondazione Musei Civici di Venezia, il Ministero della Cultura, l’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici e la Fondazione Luigi Rovati.
Filo conduttore della mostra è l’acqua. Mari, fiumi, sorgenti e acque termali non erano soltanto elementi naturali o risorse economiche: nel mondo antico costituivano spazi privilegiati di contatto con il divino. Luoghi di guarigione, di culto e di incontro tra comunità diverse.
Il percorso si apre con uno sguardo sul mondo religioso degli Etruschi. Ad accogliere il visitatore è la celebre Testa di Leucothea proveniente dal santuario portuale di Pyrgi, sul litorale laziale tra Ladispoli e Santa Marinella, abitualmente esposta presso Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. La divinità marina, protettrice dei naviganti, introduce il tema dell’acqua come elemento sacro e liminare, come reso evidente dai grandi approdi dell’Etruria.
Pyrgi viene raccontata attraverso elementi architettonici e la copia delle celebri lamine d’oro, che testimoniano il rapporto profondo tra religione, navigazione e potere politico nel Mediterraneo antico, mentre un’altra sezione è dedicata ai santuari salutari dell’Etruria interna come quelli di Chianciano Terme e di Chiusi, dove l’acqua termale era considerata portatrice di virtù terapeutiche e oggetto di rituali votivi. Tra i nuclei più importanti spicca l’esposizione integrale del deposito votivo della Banditella, la più antica testimonianza di culto etrusco all’aperto legato a una sorgente.
“ Porti sacri, sorgenti salutari, fiumi e lagune: nel mondo antico l’acqua era una via di commercio, ma anche un ponte tra uomini e divinità
Particolarmente rilevante è il nucleo di bronzi provenienti dagli scavi recenti di San Casciano dei Bagni, uno dei complessi termali più straordinari dell’antichità, dove il ritrovamento di bronzetti votivi ed ex voto anatomici raccontano una frequentazione cultuale durata quasi mille anni, dal mondo etrusco fino all’età romana. Il percorso etrusco si chiude nella città di Marzabotto, dove il santuario del Fontile testimonia un sorprendente intreccio tra religione e ingegneria idraulica: qui il culto si lega alla gestione delle acque e al controllo del territorio, evocato anche dalla figura di Dedalo, presente in una decorazione architettonica.
La seconda parte della mostra è dedicata al mondo dei Veneti antichi e alla loro relazione con l’acqua. Tra i reperti più emblematici spiccano il disco bronzeo di Montebelluna, con la raffigurazione della cosiddetta dea clavigera, e l’orlo di lebete proveniente da Altino, su cui compare l’unica formula votiva nota in lingua venetica. Le acque salutari tornano protagoniste nei santuari di Montegrotto Terme e Lagole di Calalzo: dal primo emergono coppe miniaturistiche e bronzetti di cavalieri e cavalli, che suggeriscono come il potere terapeutico delle acque fosse invocato anche per gli animali; di Lagole sono invece tipici i simpula, piccoli attingitoi rituali spesso spezzati dopo l’uso e accompagnati da iscrizioni votive.
Un capitolo particolarmente originale riguarda il santuario di Este, legato al culto della dea Reitia: qui la dimensione religiosa si intreccia con l’apprendimento della scrittura e con le attività della filatura e della tessitura, documentate da stili, tavolette cerate, fusaiole e pesi da telaio. Il percorso si conclude ad Altino, porto sacro affacciato sulle rotte adriatiche e mediterranee, dove i reperti provenienti da diverse aree culturali – etrusca, centroitalica e celtica – raccontano un luogo di incontro tra comunità diverse, capace di integrare tradizioni e pratiche rituali differenti.
A chiudere l’esposizione è l’installazione We are bodies of water, ideata da Giovanni Bonotto con la Fondazione Bonotto e in collaborazione con il Museo di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue. Un grande arazzo realizzato con filati ricavati da plastiche riciclate e fibre ottiche accompagna il visitatore in un ambiente sonoro che intreccia i nomi di animali e piante della laguna.
Dopo il racconto delle civiltà antiche, il messaggio si sposta così sul presente. Le acque che per millenni hanno unito popoli e culture diventano oggi anche il simbolo della fragilità degli ecosistemi e della responsabilità dell’uomo verso l’ambiente. L’acqua nutre, guarisce, connette: è la sostanza stessa della vita. Ma è anche una forza che può minacciare, travolgere, ridisegnare territori e destini.
Gli antichi lo sapevano bene: per questo le dedicavano santuari, offerte votive, rituali di rispetto e gratitudine. In quelle pratiche religiose non c’era solo superstizione, ma la consapevolezza profonda di una dipendenza: quella tra l’uomo e gli elementi naturali che rendono possibile la vita. Forse è proprio questo il messaggio più attuale della mostra veneziana: gli antichi ci restituiscono la voce dell’acqua, di onde e sorgenti, di gorgoglii e scrosci che oggi come allora continuano a parlarci. Sta a noi imparare di nuovo ad ascoltarla.
ETRUSCHI E VENETI
Acque, culti e santuari
A cura di Chiara Squarcina e Margherita Tirelli
Palazzo Ducale di Venezia
Fino al 29 settembre 2026
Fondazione Luigi Rovati, Milano
14 ottobre 2026 – 10 gennaio 2027
Info, orari e prenotazioni:
www.visitmuve.it