CULTURA

Sullo scaffale: Lusitania di Dejan Atanacković

“All’inizio del XX secolo la Casa del senno perduto era un’istituzione belgradese insolita e all’avanguardia. All’epoca in cui il dottor Dušan Stojimirović vi fece la sua comparsa, i visitatori venivano accolti da una delegazione composta da personale medico e pazienti. Ognuno aveva i propri compiti e le proprie responsabilità, non c’erano gerarchie nel senso stretto del termine. […] Erano banditi metodi terapeutici quali le immersioni in acqua e le docce fredde, allora del tutto normali in molte città d’Europa e d’America di solito associate con l’avanzamento della scienza psichiatrica. [...] Nello spirito dell’epoca, pazienti e personale medico si riunivano per cantare in coro con l’accompagnamento di un pianoforte, parte dell’eredità del dottor Romita”. 

Comincia così il romanzo Lusitania di Dejan Atanacković (Bottega Errante Edizioni, 2025, traduzione di Valentina Marconi), un’opera letteraria complessa, multitematica e intrigante, capace di mettere in crisi uno dei pilastri fondamentali del nostro paradigma di pensiero: il principio di non contraddizione. Se, infatti, la tradizione filosofica – a partire da Platone – ci ha insegnato a concepire la realtà secondo categorie stabili e univoche, Atanacković, attraverso il suo racconto, ci esorta a seguirlo in un percorso artistico e narrativo che affronta in modo singolare temi di cui abbiamo letto e studiato, ma che rimangono sempre in parte sconosciuti.

Ambientato nella Serbia occupata durante la Prima guerra mondiale e, in gran parte, all’interno di un ospedale psichiatrico a Belgrado situato nell’ex dimora di un medico piemontese in esilio nota come la “Torre del dottore”, il romanzo utilizza uno spazio apparentemente marginale per parlare dei marginalizzati, per interrogare ciò che definiamo “normale” e per cercare di capire dove si collochi il confine tra ragione e follia.

“L’insolita organizzazione dell’ospedale, una sorta di società utopica a sé stante, contribuì a far sì che, già dalla prima e poi durante la seconda occupazione di Belgrado da parte delle forze austro-ungariche, l’istituzione fosse – a seconda dei punti di vista – al contempo preservata e abbandonata al proprio destino, forse proprio a causa della sua perseveranza”. 

Qui, infatti, il rapporto dicotomico viene capovolto e mostrato da un’altra prospettiva: il folle non è colui a cui manca la razionalità o la lucidità, ma colui che riesce a vedere il mondo senza inibizioni o regole socialmente accettate. La distinzione diventa ambigua e porosa: i pazienti rivelano spesso una lucidità sorprendente, mentre il mondo esterno – dominato dalla guerra – sembra incarnare una forma di follia collettiva molto più pericolosa.

Sullo sfondo c’è un conflitto armato e quindi nel racconto emergono anche l’orrore della guerra, i morti, le trincee, il fango, il sangue; un transatlantico americano affondato dalle truppe austro-tedesche vicino alle coste irlandesi; un emigrato che cerca di tornare nella propria patria attraversando il fronte occidentale; un manicomio in cui i pazienti fondano una repubblica, avendo ottenuto dall’occupante lo status di extraterritorialità. Ma poi l’autore “squarcia” invisibilmente il quadro della nave affondata (Lusitania) e ci mostra un mondo stratificato e complesso: un iceberg visto dal basso che è un teatro di maschere animali e dalle fattezze umane, con tutte le sue sfaccettature e con le storie di persone apparentemente poco importanti per la società, che qui appaiono in una luce del tutto inattesa.

Atanacković, inoltre, offre al lettore una riflessione amara e lucidissima sulla stupidità sistemica, intesa come ideologia travestita da identità collettiva. Se la follia viene isolata e reclusa, la stupidità – al contrario – aggrega, rassicura, crea consenso, chiede appartenenza e non comprensione. Ed è proprio per questo che risulta così difficile da marginalizzare: a differenza del folle, lo “stupido” agisce in gruppo, occupa il potere ed è protetto dalla propria incapacità di mettere in dubbio se stesso. In questa prospettiva, la stupidità diventa l’opposto della libertà e il principale ostacolo all’evoluzione del mondo.

Sebbene poi la trama sia ambientata nel 1915, si avverte una forte accusa dell'autore alla politica del proprio Paese, ritenuta responsabile dei conflitti nella regione balcanica, ma anche di una memoria che non viene adeguatamente curata, risultando di conseguenza frammentaria e distorta. È un tema tuttora importante, anche se il libro è stato pubblicato a Belgrado quasi dieci anni fa, alla luce della situazione politica attuale in Serbia, rimasta quasi immutata da decenni, e considerando anche la posizione chiaramente oppositiva dell’autore, attivista politico, nei confronti del governo serbo

Nel romanzo non manca nemmeno l’amore. La storia di Nestor e della sua Isabelle è una delle pagine più intense: un amore “strano”, folle, privo di limiti, in cui l’amata viene "spezzata in un abbraccio" e poi minuziosamente custodita nel ricordo e nella stravolgente ma profondamente poetica ricostruzione del suo corpo e della sua esistenza terrena. Nestor, il cui nome richiama la nostalgia di casa, rappresenta tutte quelle persone che scelgono di partire e trascorrono il resto della loro vita nello stupore di non sentirsi a casa in nessun luogo. Qualcosa di simile accade anche al signor Teofilović, che, una volta sopravvissuto al naufragio, dopo aver vagato nei fanghi attraversando i cunicoli sotterranei del fronte occidentale, riappare nella sua città Belgrado, dove lo riconduce la nostalgia. Riemerge dal buio e dalla distruzione come una figura quasi irreale: un viandante coperto di fango, con addosso il salvagente del “Lusitania”.

A questo punto – concordano sia i pazienti sia i lettori – Lusitania può significare molte cose: la nave affondata, la provincia romana corrispondente all’attuale territorio portoghese, lo stato-repubblica fondato nel manicomio: “A ognuno era chiaro che la suddetta imbarcazione, ormai lontana dagli sguardi, sul fondo buio dell’oceano, aveva acquisito l’insolita facoltà di poter essere qualunque cosa”.

Lusitania in definitiva non è un’opera storica né un trattato di psichiatria: è un romanzo antibellico che attinge a fonti storiche, arricchendosi della fantasia dell’autore e della sua significativa esperienza artistica. Nel testo confluiscono il lavoro svolto presso il Museo di Storia Naturale di Firenze (vi compaiono motivi di anatomia, zoologia e tassidermia) e l’attività teatrale con i pazienti di un ospedale psichiatrico a Belgrado. Nel labirinto narrativo ci si trova sbalzati da un tempo all’altro, da un tema all’altro, con la sensazione di una continua ascesa e discesa nei meandri della storia e della psiche. La rappresentazione non è solo narrativa, ma artisticamente stratificata: risulta quasi un’installazione di cui Atanacković non è solo scrittore ma anche – per formazione e professione – artista visivo poliedrico.

Per questo suo romanzo d’esordio, Atanacković è stato non a caso insignito del Premio NIN, il più prestigioso riconoscimento della letteratura serba. La sua fervida immaginazione e la rappresentazione quasi teatrale di eventi, personaggi e trame, unita a uno sguardo sempre ancorato a documenti, storia, memoria, archivio, lo collocano pienamente nella ricca tradizione letteraria serba che in passato ha già dato importanti esempi di realismo magico (Milorad Pavić) o di enciclopedismo poetico (Danilo Kiš).

“Ah, ah, signor Hodek, se sono matto, non significa affatto che le mie affermazioni debbano essere messe in dubbio. Da dove vengo io, dell’autenticità non ce ne frega un fico secco. Siamo tutti liberi di reinventare la nostra biografia. Per questo, naturalmente, ci sono tecniche e trattamenti speciali. Spesso è come essere in un sogno. Immaginate, ad esempio, di camminare nel folto di una foresta, in una processione, circondato da altre bestie come voi, e accanto a voi camminano altre biografie che si modificano liberamente. È come se attorno a voi si stesse svolgendo una rappresentazione teatrale, piena di movimenti involontari che celebrano una crudeltà abbagliante. […] Nella moltitudine di voci sconnesse, la biografia si sgretola e scompare e l’uomo ritorna ancora una volta alla sua natura. Perché per noi essere umani, una biografia immutabile è la cosa più innaturale, il più grande fardello e ostacolo.” 

Da dove vengo io, dell’autenticità non ce ne frega un fico secco. Siamo tutti liberi di reinventare la nostra biografia Dejan Atanacković

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