CULTURA

Cent'anni di Gian Antonio Cibotto: il gusto del racconto a Rovigo

Lo scrittore Gian Antonio Cibotto è nato l’8 maggio 1925 a Rovigo, ormai cent’anni fa (per morirvi 93 anni dopo), e Rovigo celebra il centenario con una mostra a Palazzo Roncale curata da Francesco Jori, promossa dalla Fondazione Cariparo in collaborazione con l’Accademia dei Concordi e con il patrocinio del Comune stesso, che resterà aperta fino al prossimo 28 giugno. 
Esposti nelle stanze del museo sono gli oggetti che costellano la vita di uno scrittore, giornalista e direttore di teatro: prima di tutto i suoi libri, intesi come i libri che portano la sua firma (nelle prime edizioni – sotto teca – ma non solo) e quelli della sua collezione privata (spesso con dedica, per esempio di Mario Rigoni Stern); su un tavolo la sua macchina da scrivere con i segni lasciati dalle sigarette e su un attaccapanni i suoi cappelli; appese alle pareti alcune pagine di giornale con i suoi articoli e le sue rubriche (per la Fiera Letterari e Il Gazzettino in prevalenza); oppure le fotografie che ne mostrano la forma nel mondo (compresa quella della cockerina Fosca che è ritratta anche in copertina di Amen. Versi in lingua e in dialetto per Marsilio, del 1998, o quelle appese dagli avventori che negli anni hanno avuto occasione di immortalare lo scrittore); quindi anche le locandine del film tratto dal romanzo Scano Boa (nella versione di Renato Dall’Ara del 1961, cui è seguita quella del 1995 di Giancarlo Marinelli con Franco Citti); oppure ancora fotografie delle messe in scena che ha voluto come direttore del Teatro Stabile Carlo Goldoni (oggi lo chiamiamo Teatro Stabile del Veneto).

Insomma, in mostra c’è la vita intera di un uomo che ha dedicato a tutte le possibili declinazioni della parola la sua vocazione. E c’è quel Polesine che lo ha visto nascere e morire: una terra – scrive l’autore stesso nella lettera dedicatoria del suo primo libro a Livio Rizzi nel 1961 – che è stato “costretto ad amare” e da cui “sognav[a] unicamente di andar[se]ne”, cosa che fece, a più riprese, fin dall’infanzia, figlio di un antifascista negli anni sbagliati.

Sono Le Cronache dell’alluvione questo testo, che racconta appunto l’alluvione del 1951, pubblicato in forma di volume da Neri Pozza nel 1954, dopo che qualche stralcio era uscito sul giornale, rieditato nuovamente nel 1960 per Rizzoli chiamandosi La rotta e quindi uscito ancora con il suo titolo originale nel 1980 per Marsilio. 

Il primo ad accorgersi del talento di Cibotto fu allora nientemeno che Eugenio Montale, che sul Corriere della Sera scriveva: “Abbiamo la sorpresa di un documentario vero e non truccato; il che è piuttosto raro, oggi che ogni racconto o romanzo di giovane scrittore assume quasi sempre la forma più o meno cinematografica della testimonianza, della cosa vista” – quanto sono attuali queste parole! – e sottolineava come i fatti fossero riportati “nella loro nudità, in forma quasi telegrafica” precisando che “il Cibotto è già, o sta per diventare, un regolare uomo di penna”.

E in effetti la sua carriera è quella di chi ha confidenza con la parola, che anche quando si fa documentario resta aderente allo spirito del narratore e non si schiaccia sulla cronaca: è il caso di Stramalora del 1982, dove il giornalista e il romanziere convergono in un racconto vivido del disastro del Vajont, in presa diretta (nonostante la pubblicazione segua i fatti di quasi un ventennio, ma preceda comunque di un anno La pelle viva di Tina Merlin), fatto di immagini come quella con cui inizia: “Una nuvola di scirocco romano è diversa da tutte le nuvole, sembra nuotare dentro un’acqua formata di gocce invisibili, che bagnano la pelle senza dare alcun sollievo”. Stramalora quell’anno ha vinto il Premio Comisso e il Premio Napoli, come d’altro canto Scano Boa nel 1961 aveva vinto il Premio Latina e nel 1964 La vaca mora il Marzotto; e va ricordato, per fama, anche La coda del parroco del 1958

Gian Antonio Cibotto, Toni per gli amici, ha abitato in definitiva tutte le dimensioni della parola e anche quelle del suo tempo: giornalista in quel di Roma; amico di Comisso; padre putativo di Elisabetta Sgarbi (il ritratto di lei a opera di Giorgio Tonelli è la copertina di Stramalora già nella sua prima edizione Marsilio, e di nuovo in quella de La nave di Teseo, casa editrice che ora ne ripubblica l’opera omnia); ha fondato il Premio Campiello e ha fatto parte della Giuria dei Letterati dalla prima edizione del 1963 fino al 1999 ed è stato anche uomo di teatro, mondo che lo ha visto coinvolto come critico e studioso, oltre che come direttore artistico dal 1979. Quell’anno, infatti, il Teatro Goldoni di Venezia riapriva dopo quasi vent’anni di ristrutturazione, con Cibotto alla direzione, e inaugurava con una Locandiera memorabile, per la regia di Giancarlo Cobelli con Carla Gravina nel ruolo di Mirandolina.

Lo scrittore, oltre a essere direttore, ha anche curato numerose edizioni di testi teatrali, ha prodotto studi sul teatro, edizioni commentate di Goldoni e Ruzzante e, più in generale, contribuito alla valorizzazione del patrimonio teatrale veneto.

E allora, camminando per le sale di Palazzo Roncale, dopo aver girato intorno, al piano terra, alla sua automobile, e toccato con lo sguardo i suoi libri una volta salite le scale, abbracciando con la vista le gigantografie del Polesine, il visitatore non può che andarsene con la certezza che una terra e i suoi epigoni si appartengano e che la scrittura resti, a volte anche come “l’amore, il bisogno di confidenza [che] nasce dalla reciproca consapevolezza d’una inferiorità e dal bisogno di superarla aiutandoci con la mano di un’altra persona”. Questo scrive Cibotto ne Le Cronache. Questo è vero per tutti noi che riceviamo in dono da chi scrive una via di salvezza. 

Il Cibotto è già, o sta per diventare, un regolare uomo di penna Eugenio Montale

Gian Antonio Cibotto (1925 – 2017) Il gusto del racconto

una mostra diretta da Alessia Vedova

a cura di Francesco Jori, da un'idea di Sergio Campagnolo

Dal 5 dicembre 2025 al 29 giugno 2026 

Palazzo Roncale, Rovigo

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