CULTURA

Gioia mia, metafora incantata sull’estinzione dell’infanzia

Ci lamentiamo così tanto del livello medio del cinema italiano, che quando esce un piccolo capolavoro ce ne dimentichiamo presto. Gioia mia, dell’esordiente Margherita Spampinato, è un film che costituisce un modello artistico e produttivo. Girato in un palazzo di Trapani con un microbudget di 235.000 euro, ne ha incassati finora 400.000, pur contando su una distribuzione limitata. Ha ottenuto riconoscimenti importanti (a Locarno, nella sezione “Cineasti del presente”, il Premio speciale della giuria e il Pardo all’attrice Aurora Quattrocchi), ha ricevuto moltissimi elogi dalla critica: ma ora, scontato il fisiologico calo di copertura mediatica, è quasi invisibile

Una storia minima che ne racconta mille

Eppure Gioia mia è una storia minima che ne racconta mille. L’intreccio non è nuovo: Nico, un bimbo alle soglie della preadolescenza, tutto benessere, babysitter e tecnologia, viene spedito dalla famiglia per l’intera estate in Sicilia dalla zia Gela, una donna anziana e di modi spicci che vive in un condominio vetusto e fascinoso nel centro di una città siciliana, popolato da poche signore in età e un pugno di bambini.  L’incontro tra generazioni diviene una “guerra dei mondi”, perché si confrontano universi antitetici in cui non tanto l’anagrafe, quanto due intere costellazioni di valori e riferimenti vengono a collisione. L’appartamento di Gela, elemento centrale della narrazione, è il simbolo di tutto ciò che per un bimbo di oggi risulta incomprensibile e ignoto. È una casa in cui regnano silenzio e penombra, assenza di connessione, e quindi di modernità; niente Internet né social né videogiochi, ma ventagli dipinti e persiane sempre socchiuse contro la canicola, immagini e statuette sacre che incombono su mobili scuri, tappezzerie datate, soprammobili pesanti, tendaggi consunti eppure immacolati. 

Due universi antitetici per valori e concezione del tempo

Il merito di Gioia mia è di presentarci questo scontro di età, modi di vita, concezioni del mondo in modo illuminante e senza indulgere a stereotipi o semplificazioni, anche per merito di interpreti perfetti. Gela (Aurora Quattrocchi) è un’anziana donna del Sud come tante. È religiosa, pregna di un senso del divino arcaico e profondo, segnato da una visione che oscilla tra panteismo e superstizione: crede in presenze ultraterrene con cui divide la sua quotidianità, al pari delle sue amiche coetanee. Ma non è una donna ignorante o ingenua: è semplicemente frutto del suo tempo e delle tradizioni familiari, simbolo di una società in via di estinzione che si nutriva di spiritualità come di tovaglie candide, di giochi di carte tra comari quanto di elaborate ricette locali, di un senso del tempo come lento, immutabile stillicidio di faccende domestiche e attese, nel fresco della penombra, del declinare dell’arsura.

Modernità e tecnologia contro spiritualità e improvvisazione

Quanto a Nico (Marco Fiore), non è né un bimbo viziato e modaiolo né un ragazzino difficile in preda a disagi precoci. È invece una magistrale rappresentazione di un preadolescente di buona famiglia nell’era social. Legato visceralmente alla babysitter, che intuiamo essere la vera madre in un contesto di chiara privazione delle figure genitoriali, Nico deve elaborare il doppio trauma del congedo dalla tata e il tuffo in una dimensione socio-temporale per lui inimmaginabile. Figlio della sua generazione quanto Gela, è un bimbo che vive in un contesto talmente secolarizzato da provare estraneità e stupore a qualunque accenno a una dimensione metafisica, salvo l’umanissima paura dei fantasmi quando capisce che le nonne del condominio ne parlano come di vicini di casa. 

La doppia riscoperta di affetto e spontaneità

Privato del web in una casa inevitabilmente disconnessa, non prova crisi di astinenza da videogiochi, ma soltanto la noia di chi è abituato a vedere ogni frazione della sua giornata rigidamente pianificata dalla famiglia. Questo è reso splendidamente dalle sequenze dell’approccio ai bambini del condominio. Il gruppetto è guidato da Rosa (Martina Ziami), ragazzina semplice, sveglia e istintiva, il cui modo di vivere l’infanzia rappresenta l’antitesi di Nico. Il tempo di Rosa è scandito dall’improvvisazione del gioco spontaneo, i ritmi dilatati, il pallone in cortile, l’invenzione momento per momento di avventure che hanno come scenario le scale, i corridoi, gli appartamenti vuoti del palazzo. È un modo di essere bambini che Nico non conosce, un retaggio dell’epoca di Gela che, sembra suggerire il film, ormai può sopravvivere solo tra le mura di un vecchio edificio nel centro di una città siciliana. Gioia mia segue il percorso del piccolo protagonista dal rifiuto totale di uno stile di vita antico e ostile fino alla doppia conversione: da un lato accogliendo l’affetto rude e pieno di ombre, ma sincero e diretto, di una zia che incarna (scopriremo poi) la fatica del vivere, ma anche l’attenzione familiare di cui non Nico ha mai goduto; dall’altro facendosi conquistare da Rosa e la sua banda, in una regressione salvifica a una vita atecnologica e priva di programmazione. In questo senso, Gioia mia non è un inno a utopie passatiste, ma al lusso inaudito, per un undicenne di oggi, di poter vivere una vita da bambino. 

POTREBBE INTERESSARTI

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012