SCIENZA E RICERCA

Il calo demografico è una soluzione al cambiamento climatico?

Circa i due terzi della popolazione mondiale oggi vive in Paesi dove il tasso di fertilità è al di sotto del cosiddetto livello di sostituzione. Detto in altri termini, significa che in quei Paesi nascono troppi pochi figlie e figli per mantenere stabile il livello demografico nel tempo.

Ciononostante, secondo i dati dei World Population Prospects delle Nazioni Unite, la popolazione globale dovrebbe continuare a crescere fino al 2080 circa, quando dovrebbe raggiungere il picco di poco più di 10 miliardi di individui. Da lì, dovrebbe iniziare a scendere.

È interessante vedere che le curve dell’andamento demografico sono molto diverse a seconda dell’area geografica che si considera. Fino alla fine del secolo infatti l’Africa non darà segno di fermare la sua traiettoria ascendente: da circa 1,5 miliardi di individui, nel 2100 dovrebbe arrivare a più che raddoppiare la sua popolazione, toccando i 3,8 miliardi di persone.

Paesi come la Repubblica Democratica del Congo, l’Etiopia, la Nigeria e la Tanzania, assieme al Pakistan (in Asia) da soli contribuiranno al 60% della crescita demografica globale del XXI secolo.

Tra i 10 Paesi che si prevede contribuiranno maggiormente alla crescita della popolazione globale, gli Stati Uniti sono l’unico al di fuori dei continenti africano e asiatico. Complessivamente il Nord America passerà dai circa 380 milioni di persone odierne a circa 475 milioni a fine secolo.

Il declino demografico dell’Europa invece è già iniziato: passerà dai circa 750 milioni di abitanti di oggi a meno di 600 milioni.

La traiettoria demografica dell’America Latina invece vedrà una crescita che raggiungerà il picco attorno a metà secolo (730 milioni) per poi arrivare a fine secolo addirittura sotto i livelli attuali (660 milioni) e raggiungendo i 610 milioni.

Un andamento simile lo vedrà l’Asia, ma con numeri ben più grandi. A metà secolo supererà i 5 miliardi di individui (partendo dai 4,8 attuali) per poi scendere fino a 4,6 miliardi. All’interno del continente asiatico poi ci saranno notevoli differenze tra Paesi. Il Pakistan crescerà molto, quasi raddoppiando la sua popolazione a metà secolo (superando i 400 milioni). Continuerà a crescere fino a metà secolo anche l’India, per poi riabbassarsi e tornare sui valori attuali (1,4 miliardi), mentre crollerà la popolazione della Cina che a fine secolo sarà dimezzata a meno di 700 milioni di persone rispetto ai valori attuali.

A partire da queste proiezioni demografiche (che non sono predizioni) si potrebbero fare molti ragionamenti di ordine economico, politico, sociale, culturale: un calo demografico comporta sia una riduzione della produttività sia della capacità di produrre innovazione, ossia i due pilastri che reggono l’attuale modello di crescita economica. Sicuramente le politiche degli Stati e dei blocchi geopolitici ne dovranno tenere conto.

Qualcuno potrebbe pensare che se meno esseri umani calcassero la Terra, si potrebbero ridurre le emissioni di gas serra e con esse il riscaldamento globale: almeno il cambiamento climatico verrebbe rallentato. Un gruppo di ricercatori che lavora negli Stati Uniti (università del Texas a Austin e City University di New York) ha provato a testare questa ipotesi e ha concluso che il ragionamento non regge. Il punto chiave risiede nel tempismo.

Allungando le proiezioni demografiche fino al 2200 e con esse le emissioni prodotte, si vede che tra due secoli, nello scenario di spopolamento più spinto, potremmo anche tornare attorno ai 6 miliardi di abitanti a livello globale, ma gli effetti di una riduzione delle emissioni si farebbero sentire troppo tardi per generare un significativo cambiamento nelle temperature del pianeta. Secondo gli scenari analizzati, il calo demografico da solo porterebbe a un abbassamento delle temperature di soli pochi decimi di grado.

Nonostante già oggi il tasso di fertilità (ossia il numero di figli per donna) sia già prossimo o addirittura inferiore a 2 (soglia critica del livello di sostituzione), la curva della popolazione mondiale continuerà a crescere per i prossimi 50 o 60 anni. La durata media di vita delle persone infatti si è allungata negli ultimi decenni e gli effetti del calo delle nascite si vedranno solo verso la fine di questo secolo. Nel frattempo, la popolazione continuerà a crescere e a produrre emissioni, a meno che non si impegni a ridurle.

Non è dunque sul fronte del numero di persone che abitano la Terra che si gioca la partita della mitigazione del riscaldamento globale, ma piuttosto sulla quantità di emissioni che ciascuna persona produce (emissioni pro-capite).

Gli ultimi 3 anni sono stati i tre anni più caldi della storia umana e le temperature globali stanno già pericolosamente danzando sulla soglia critica di 1,5°C. L’anidride carbonica che rilasciamo in atmosfera bruciando petrolio, gas e carbone ci rimane per più di un secolo e il budget di emissioni che possiamo produrre per rimanere sotto l’altra soglia critica di 2°C si sta rapidamente esaurendo.

La partita del cambiamento climatico e del futuro della nostra società non si gioca domani, a fine secolo e nemmeno a metà secolo. Si gioca ora, in questi anni, in questo decennio critico. E per vincerla non c’è altra strada che abbassare rapidamente le emissioni.

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