SOCIETÀ

La proposta di un multilateralismo climatico a due velocità

In tempi che cambiano rapidamente, poter prendere decisioni veloci è una condizione imprescindibile per tenere il passo di quei cambiamenti. Non è solo l’Europa che discute, ormai da anni, di come trovare un modo per rendere più agile il proprio posizionamento nel mondo. Ancora più consapevoli della propria lentezza, soprattutto dopo gli attacchi da più fronti alle Nazioni Unite, sono le conferenze sul clima, nate con la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (UNFCCC) nel 1992 a Rio de Janeiro, al Summit della Terra.

Dopo oltre 30 anni, lo scorso novembre la COP è tornata in Brasile, a Belém, dove le attese erano alte e i risultati sono stati, per l’ennesima volta, deludenti. Tra i diplomatici del clima da tempo si parla della necessità di riformare le COP, di renderle più efficaci, pronte e adatte ad affrontare la crisi ambientale senza precedenti che sta segnando il corso e il destino del XXI secolo.

André Aranha Corrêa do Lago, presidente della COP30 di Belém, a fine gennaio ha affidato a una lettera la sua proposta di riforma delle conferenze sul clima: “per tenere il passo con il riscaldamento globale, il multilateralismo deve imparare a operare a più di una velocità istituzionale, diventando un multilateralismo a due livelli. Come evocano la tradizione afro-brasiliana e la saggezza yoruba attraverso la figura di Ogum, il fabbro, i momenti di transizione non sono quelli in cui il ferro si spezza, ma quelli in cui viene posto nella forgia. Il multilateralismo climatico è giunto a un momento di questo tipo”.

Dal consenso all’implementazione

La lettera di Corrêa do Lago è piena di tentativi di vedere il bicchiere mezzo pieno: la COP30 ha deciso di traghettare con decisione il nostro regime climatico da una fase di negoziazione durata tre decenni a una nuova era incentrata sull’attuazione”. Ma riconosce anche che il sistema multilaterale non si è “dimostrato ancora pronto” (formulazione piuttosto eufemistica) ad accogliere il dibattito sulla transizione lontano dai combustibili fossili.

Proprio su questo punto, il multilateralismo climatico ha vissuto una forte scissione politica a Belém, con una ventina di Paesi che si sono dati appuntamento, in Colombia, il prossimo aprile, per affrontare l’elefante nella stanza che le COP tentano di non vedere: la necessità di abbandonare gradualmente gas, petrolio e carbone.

Certificando la mancanza di unanimità nel mettere in agenda l’uscita dai combustibili fossili, Corrêa do Lago si è impegnato a delineare una roadmap non sotto l’egida della COP, ma della sua presidenza: una formulazione più debole, ma necessaria per non dichiarare apertamente la sconfitta.

“La COP30 ha messo in luce i limiti del multilateralismo climatico e dei processi decisionali formali basati sul consenso” ammette il diplomatico brasiliano. “Nel portare avanti il nostro lavoro nel 2026, consideriamo tali limiti non come confini immutabili, ma come segnali preziosi che ci insegnano che il multilateralismo climatico è maturato ed è pronto a evolversi”. 

Due velocità

“Il consenso è deliberativo e lento per sua natura. Tuttavia, è stato la chiave nella costruzione del regime climatico negli ultimi trent’anni” ricorda Corrêa do Lago. Ora però è tempo per spostare il baricentro della diplomazia climatica dalla negoziazione all’implementazione, perché “l’attuazione non può attendere l’unanimità su ogni singolo passaggio operativo”.

Una prima velocità istituzionale dovrebbe rimanere ancorata al consenso. Essa garantisce legittimità, universalità, chiarezza giuridica e orientamento collettivo – restando indispensabile e insostituibile, come lo è stato il processo di definizione delle regole per la Convenzione, il protocollo di Kyoto, l’accordo di Parigi e il suo relativo rulebook” ossia l’insieme delle regole che permettono di far funzionare l’accordo di Parigi nella sua interezza.

Una seconda velocità istituzionale dovrebbe concentrarsi sull’attuazione. Dovrebbe consentire a coalizioni aperte e ad attori capaci di mobilitare risorse, implementare soluzioni e generare apprendimento su larga scala – senza riaprire questioni di indirizzo già definite per consenso nel primo livello”. Alla COP 30 questo approccio è già stato sperimentato per la creazione del TFFF (Tropical Forest Forever Facility), il fondo per le foreste tropicali che ha visto l’adesione di un numero limitato di Paesi volonterosi. Lo stesso è accaduto per altre iniziative che non hanno ricevuto l’unanimità ma l’appoggio volontario di Paesi interessati, come il Belém Commitment on Sustainable Fuels, per la Open Coalition of Regulated Carbon Markets e per l’Integrated Forum on Trade and Climate Change

“In questo secondo livello, l’enfasi dovrebbe spostarsi verso la rapida mobilitazione, diffusione e implementazione su larga scala di risorse, attori e meccanismi a livello globale – ancora fortemente frammentati. Se allineati e coordinati, gli attori possono promuovere un’integrazione strategica di finanza, tecnologia e rafforzamento delle capacità con il supporto delle politiche”.

È proprio in questa direzione che intende muoversi il Global Implementation Accelerator, un’iniziativa collaborativa e volontaria lanciata sotto la guida congiunta della presidenza della COP30 e della COP31 (che si terrà in Turchia a novembre, con un ruolo anche dell’Australia), per sostenere i Paesi nell’attuazione dei loro piani di mitigazione contenuti nelle NDC (Nationally Determined Contributions) e dei piani nazionali di adattamento (NAP). 

Secondo Corrêa do Lago, l’iniziativa “può fungere da prototipo per l’introduzione di una nuova velocità istituzionale nel multilateralismo climatico. Il suo successo sarà il banco di prova della capacità del nostro regime di cambiare marcia e passare efficacemente a un’attuazione accelerata”.

Pur avendo il nobile intento di provare a restituire una posizione di centralità alle COP sul clima, che negli ultimi anni hanno perso abbrivio, la lettera del diplomatico brasiliano assomiglia all’ennesimo momento “ora o mai più” di un’istituzione, quella delle Nazioni Unite, che giorno dopo giorno sta venendo sempre più delegittimata e svuotata di poteri, soprattutto per le mosse della prima economia mondiale e di chi ubbidiente si accoda per seguire la legge del più forte.

Come fa notare Reuters, l’approccio proposto da Corrêa do Lago potrebbe anche trovare riscontro presso alcuni governi e investitori, ma potrebbe anche complicare la pianificazione per le aziende che cercano coerenza tra diversi mercati. La diserzione degli Stati Uniti dalla Convenzione Onu sui cambiamenti climatici ha già frammentato il fronte di lotta al riscaldamento globale. L’appello ai volenterosi di Corrêa do Lago sembra un’ammissione del fatto che l’unico modo di procedere ora è in ordine sparso.

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