SCIENZA E RICERCA

Gli “oggetti” della ricerca: dalla scrivania al lavoro sul campo

In attesa della Notte Europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori –  a Padova Science4All –, proseguiamo la nostra incursione nel mondo della scienza. Rovesciando la prospettiva, però. Non raccontiamo i risultati, come si è soliti fare, ma il percorso, il lavoro tenace e costante che, giorno dopo giorno, permette di raggiungere determinati obiettivi scientifici.   

Nel primo servizio abbiamo chiesto a sei docenti di raccontarci i “suoni” che accompagnano e maggiormente caratterizzano il loro lavoro di ricerca. Abbiamo parlato di storia contemporanea, sonologia computazionale, oncologia medica, passando per le scienze animali, le lingue straniere e l’architettura. Ne è emersa una riflessione che fa del suono un oggetto di ricerca, ma al tempo stesso uno strumento di relazione e inclusione. Può essere memoria, ma può anche favorire un ripensamento della disciplina o stimolare una nuova domanda di ricerca. Può diventare testimonianza di diversità di esperienze, speranze e aspettative.  Accanto al suono il silenzio, considerato termine di paragone ideale per ispirare la ricerca della bellezza.

La seconda tappa di questo viaggio considera gli “oggetti” della ricerca. “Il mio lavoro – ci ha raccontato uno dei docenti che abbiamo contattato – si fonda sugli oggetti, perché faccio didattica e ricerca in campo archeologico e tutta la mia attività si basa sullo studio di manufatti, piccoli e grandi (da un edificio a un amuleto egiziano). Ma anche gli strumenti della mia ricerca sono oggetti, dalla cazzuola per lo scavo alla stazione totale laser per i rilievi digitali dei grandi edifici del mondo antico”. Tra i tanti oggetti che costellano il lavoro di ricercatrici e ricercatori, dunque, abbiamo scelto di considerare quelli conservati nei loro uffici. Sulla scrivania, accanto a un ritratto, a un libro, vicino al computer. Perché si trovano lì? Sono più importanti di altri? Cosa raccontano? 

A queste domande rispondono altri sei docenti dell’Università di Padova: Jacopo BonettoMarco MalvestioClaudia AcquistapaceBarbara Baldan, Alberto Garfagnini Francesca Oliviero


Leggi anche: I suoni della ricerca, il suono come ricerca


Ogni manufatto può diventare storia

Jacopo Bonetto, archeologo

“Quando siedo alla mia scrivania, incontro tracce di un passato lontano che la ricerca di cui mi occupo mi spinge a indagare. Conservo reperti archeologici frutto delle numerose campagne di scavo condotte dall’Università di Padova tra Sardegna e Creta, e tra i molti antichi oggetti spicca un vistoso frammento di un tannur (o tabouna). Con questo termine si indicano forni da pane di forma pressoché cilindrica di piccole dimensioni (con un diametro di base 80 centimetri e altezza 80-100 centimetri), realizzati in ceramica. 

Il frammento che conservo è parte dell’orlo della bocca del forno ed è decorato da segni impressi con il pollice del vasaio sull’argilla cruda. Il forno era riscaldato da un basso fuoco, che era poi spento per far aderire alle pareti interne impasti di acqua e farina non lievitati che cuocevano per divenire pane. I forni tannur furono utilizzati per molti secoli tra l’VIII e il II secolo avanti Cristo, nelle regioni dell’Occidente mediterraneo. 

Quello sul mio tavolo è uno delle centinaia rinvenuti a Nora, in Sardegna e racconta la vita delle comunità puniche sostenute da Cartagine. Eredi dei mercanti fenici, queste iniziarono a sfruttare le risorse agricole del sud Sardegna, a produrre cereali e a sostenere una colonia di cittadini via via sempre più numerosi. Per ogni archeologo ogni manufatto può diventare storia”.

Con gli oggetti di studio un rapporto vivo e appassionato

Marco Malvestio, studioso di critica letteraria e letterature comparate 

"Il primo oggetto che ho messo in ufficio, quando mi hanno consegnato le chiavi, è una fotografia autografata di Doug Bradley nei panni di Pinhead, il demone torturatore di Hellraiser di Clive Barker (1987). È qui insieme a molte altre foto, poster, immagini, e insieme ai pensieri e alle bomboniere dei miei studenti, che se hanno poco a che fare con la ricerca ci ricordano l’altro vero motivo per cui facciamo questo lavoro. 

Quella fotografia, però, resta in un certo senso l’oggetto più importante. Sia perché Hellraiser è senza dubbio il mio franchise horror preferito, sia perché per chi come me studia l’horror – ed è, in un certo senso, un nerd professionista – è essenziale ricordare di essere contemporaneamente un fan: bisogna intessere coi propri oggetti di studio un rapporto vivo, attivo e appassionato. L’altra cosa importante per me, nell’horror e in generale nella cultura contemporanea, è la nostalgia: e dunque cosa c’è di più adatto a sorvegliare il mio studio della figura di un film che ho amato così tanto da ragazzo, e che in un certo senso mi ha insegnato così tanto?"  

Le chiavi per osservare l’atmosfera

Claudia Acquistapace, climatologa

"Tra i molti oggetti che affollano la mia scrivania c’è un piccolo mazzo di chiavi che apre una scatola situata sul tetto del dipartimento di Geoscienze. La scatola contiene il registratore di dati della nuova stazione meteorologica che ho installato.

Il registratore è il cuore nascosto della stazione: riceve e conserva le misurazioni provenienti dai diversi strumenti installati sul tetto. La stazione osserva le principali variabili meteorologiche: temperatura e umidità dell’aria, pressione atmosferica, precipitazioni, velocità e direzione del vento. Misura inoltre l’irradianza solare e rileva i fulmini entro un raggio di circa trenta chilometri.

La stazione ha due obiettivi specifici. Il primo è didattico: grazie a essa, gli studenti apprendono attraverso l’osservazione diretta delle variabili meteorologiche. Il secondo richiede invece una prospettiva di lungo periodo. Se manterremo la stazione in funzione con continuità e controlleremo attentamente la qualità delle misure, costruiremo poco alla volta una serie climatologica relativa all’area intorno al nostro tetto. Le chiavi sulla mia scrivania, dunque, non aprono soltanto una scatola. Aprono l’accesso agli strumenti, ai dati, all’insegnamento e a conoscenze che si costruiscono lentamente nel tempo". 

Una spilla, una foglia, una storia evolutiva

Barbara Baldan, botanica

"Sul risvolto della mia giacca trova sempre posto una spilla particolare a cui tengo molto. Si tratta di un monile in rame che rappresenta una foglia di Ginkgo biloba. Mi è stata regalata da una cara collega con chiaro riferimento alla ricerca che da alcuni anni si svolge nel mio laboratorio presso il Dipartimento di Biologia e l’Orto Botanico della nostra Università.

G.biloba (L.) è l’unica specie esistente dell’ordine Ginkgoales e l’unico membro sopravvissuto di un’antica linea evolutiva, risalente al Permiano, di piante a seme. Coltivato per secoli in Cina, G. biloba si è poi diffuso in tutto il mondo come albero ornamentale. È un albero a sessi separati la cui biologia riproduttiva conserva, rispetto alle piante a fiore, caratteristiche ancestrali: impollinazione temporalmente separata dalla fecondazione zoidogama, in cui le cellule spermatiche maschili multi-flagellate nuotano attraverso il fluido all’interno dell’ovulo verso la cellula uovo. Integrando approcci morfologici e molecolari, la ricerca, concretizzata in numerose pubblicazioni, ha cercato di fornire una visione più integrata dello sviluppo riproduttivo in questa specie, un sistema unico per lo studio dell’origine e dell'evoluzione della enorme biodiversità di semi e frutti, prodotti dalle angiosperme, che oggi nutrono l’umanità". 

Occhi elettronici per “vedere” i neutrini

Alberto Garfagnini, fisico sperimentale delle interazioni fondamentali

“Sono un fisico sperimentale e studio le interazioni dei neutrini, una tra le particelle elementari più abbondanti dell'Universo, ma anche tra le più 'sfuggenti': proprio questa loro caratteristica rende estremamente difficile studiarne le proprietà.

A Padova, in laboratorio, abbiamo un grande 'fotomoltiplicatore', di cui conservo alcune foto anche nel mio ufficio. Si tratta della copia di uno dei ventimila 'occhi elettronici' installati su JUNO (Jiangmen Underground Neutrino Observatory Ndr), esperimento a cui partecipo. JUNO è un rivelatore di neutrini di ultima generazione entrato in funzione poco più di un anno fa nella regione del Jiangmen, nel sud della Cina. 

Il fotomoltiplicatore, con un enorme 'cristallino' di ben 51 centimetri, è un sensore ottico molto sensibile, ed è in grado di rivelare una singola particella di luce, trasformandola in un segnale elettrico sufficientemente intenso da poter essere misurato.

Il cuore di JUNO è costituito da una sfera acrilica di 35 metri di diametro, riempita con ventimila tonnellate di una soluzione organica. Quando un neutrino entra in collisione con un protone in uno dei nuclei atomici della soluzione organica, vengono prodotti  due lampi di luce deboli e ben separati nel tempo, che difficilmente sfuggono a qualcuno dei ventimila occhi elettronici che tappezzano la superficie della sfera”.

La costanza nel ricominciare

Francesca Oliviero, studiosa di meccanismi patogenetici nelle malattie reumatologiche

“Sulla mia scrivania c'è un piccolo oggetto antistress: un cilindro trasparente al cui interno delle palline viscose scendono lungo un percorso a spirale, una dopo l'altra, seguendo il loro peso e le loro dimensioni. Basta girarlo, come una clessidra, per farle ripartire. In quell’oggetto rivedo spesso il senso delle mie ricerche.

Studio la reumatologia, cercando nei modelli cellulari e animali le chiavi per capire meccanismi che, un giorno, potrebbero tradursi in cure per l'essere umano. All'inizio di ogni nuova idea procedo veloce, esattamente come quelle palline: è l'entusiasmo della scoperta, la sensazione che tutto sia possibile. Poi, quando i risultati non sono proprio quelli che mi aspettavo, il ritmo rallenta, fino a fermarsi. Ma la ricerca, come quell'oggetto, ha bisogno di essere rimessa in moto. Sta a noi decidere di capovolgere la situazione, mantenere vivo l’entusiasmo e riprendere lo slancio prima che l'idea si esaurisca.

È un gesto piccolo, quasi automatico, che racchiude però l'essenza del mio lavoro: la costanza nel ricominciare, esperimento dopo esperimento, per portare le mie scoperte di laboratorio un passo più vicino al paziente".

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