SOCIETÀ

Interrotti di continuo: mantenere l'attenzione al tempo delle notifiche

Messaggi, email a cui rispondere velocemente, rumori improvvisi. Di nuovo messaggi, notifiche, richieste di colleghi o colleghe. Telefonate. Figli che chiedono aiuto nelle materie scolastiche. Il corriere che suona al campanello. Altre notifiche. A lavoro, a casa e  a scuola – a cominciare da queste settimane – distrazioni di ogni genere possono interrompere in qualsiasi momento le attività a cui ci stiamo dedicando, rendendo difficile la concentrazione sul compito. Perché ciò accade e quali strategie possiamo adottare?

In questo profluvio di stimoli esterni, il cellulare fa sicuramente la parte del leone. Da un sondaggio condotto nel 2025 negli Stati Uniti è emerso che le persone in media controllano il proprio telefono 186 volte al giorno, circa una volta ogni cinque minuti. L’84% del campione (che ammontava a circa 1.000 americani) controlla il telefono entro dieci minuti dal risveglio; il 72,2% usa il telefono al lavoro; il 56,4% usa lo smartphone mentre cena. Come abbiamo evidenziato poi nella newsletter di settembre Il Bo Live Salute, secondo il rapporto Health Behaviour in School-aged Children il 36% di chi è adolescente sostiene di essere in contatto online in modo continuativo con amici e altre persone. 

Un articolo pubblicato recentemente su Nature, fornisce qualche indicazione per mantenere il focus sul compito: per esempio, svolgere le attività che richiedono la massima attenzione al mattino, nei momenti di picco della concentrazione; evitare il multitasking; riporre il telefono in un cassetto o addirittura in un’altra stanza; fare una pausa quando si avverte che l’attenzione cala. Abbiamo approfondito questi temi in una lunga intervista a Giovanni Mento, professore di neuropsicologia dello sviluppo all’Università di Padova. 


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Partiamo dalle basi: quando ci distraiamo cosa succede nel nostro cervello? A catturare la nostra attenzione possono essere stimoli esterni, ma possiamo essere distratti anche dai nostri stessi pensieri…   

Quando manteniamo l’attenzione nel tempo, non solo durante lo studio ma anche, per esempio, mentre ascoltiamo e cerchiamo di comprendere una conversazione, utilizziamo un meccanismo chiamato “attenzione sostenuta”. A livello cerebrale, questo significa riuscire a mantenere attiva nel tempo una specifica “configurazione funzionale di network”, cioè un insieme di circuiti cerebrali che comunicano tra loro e rimangono attivi per un tempo sufficientemente lungo. Quando ci distraiamo, uno stimolo esterno o interno ha la capacità di interrompere questa configurazione funzionale, provocando una sorta di breakdown del sistema attentivo. La capacità di sostenere l’attenzione può dipendere da diversi fattori, tra cui lo stato psicofisiologico, la qualità del sonno, il tipo di attività e la natura della conversazione.  

Giovanni Mento racconta le attività del laboratorio di EEG ad alta densità (hdEEG Geodesic) di cui è responsabile, dedicato alla rilevazione di indici elettrofisiologici centrali

E le emozioni? Ansia, stress o preoccupazione sottraggono risorse all’attenzione?

Assolutamente sì. Emozioni e attenzione sono strettamente interconnesse, dato che alcuni dei circuiti e dei meccanismi cerebrali coinvolti nel controllo attentivo partecipano anche ai processi di regolazione emotiva. Quando questi processi sono compromessi, come può avvenire in alcune condizioni cliniche come i disturbi dell’attenzione, dell’umore o d’ansia, diventa più difficile anche controllare e mantenere l’attenzione. 

Più in generale, quando siamo preoccupati, stressati o turbati da qualcosa che altera il nostro equilibrio affettivo-emotivo, è molto difficile concentrarsi e mantenere l'attenzione nel tempo. Da una parte intervengono meccanismi cerebrali in parte condivisi; dall’altra, i pensieri e le emozioni che ci occupano la mente sottraggono risorse attentive al compito che stiamo svolgendo. 

I ritmi circadiani che ruolo hanno?

I ritmi circadiani sono estremamente importanti, sono equilibri molto fragili, caratteristiche di funzionamento che si sono evolute nel corso della nostra filogenesi. Molte delle nostre funzioni fisiologiche si regolano seguendo questi ritmi giornalieri: alterarli significa incidere sull'equilibrio dell'intero sistema. 

Durante l’adolescenza, per esempio, il rapporto con il sonno diventa meno regolare: si tende ad andare a letto più tardi, in parte per il tempo trascorso sui device, ma anche per un cambiamento fisiologico che avviene proprio in questa fase della vita. La privazione di sonno e, più in generale, l'alterazione dei ritmi circadiani possono avere effetti importanti anche sulla capacità di concentrazione. 

A questo si aggiungono le normali fluttuazioni fisiologiche dell'attenzione nel corso della giornata. Normalmente, in una situazione ideale, nelle prime ore del mattino, si verifica un picco di cortisolo, uno degli ormoni coinvolti nell’attivazione dell’organismo. Questo favorisce una maggiore capacità attentiva nella prima fase della giornata, con un naturale calo intorno all'ora di pranzo e poi un parziale recupero. Verso sera, invece, le nostre risorse cognitive tendono progressivamente a ridursi. Naturalmente questa è la situazione tipica di chi segue un normale ciclo sonno-veglia: per chi lavora di notte, per esempio, questi ritmi vengono modificati. 

Una buona qualità del sonno dunque è importante… 

Il sonno è fondamentale per il funzionamento dei processi attentivi. Durante questa fase il cervello ottimizza diversi meccanismi di funzionamento e svolge processi di recupero indispensabili per il suo equilibrio. Quando dormiamo poco o male, il nostro sistema perde efficienza e si riducono anche le capacità di autoregolazione, aumentando la vulnerabilità agli stimoli esterni.  

Oggi, durante le nostre attività, siamo continuamente interrotti da messaggi, e-mail, telefonate: nell’era digitale le nostre capacità attentive stanno diminuendo?

Secondo gran parte della letteratura scientifica, un uso prolungato ma soprattutto disfunzionale dei mezzi digitali, e dei social media in particolare, sta nettamente compromettendo le nostre capacità di controllo dell'attenzione. Questo accade per molte ragioni. Uno degli aspetti più problematici è lo scrolling, cioè il passaggio rapidissimo da un contenuto all’altro, che sottopone il sistema attentivo a un continuo “reset”: è come se costringessimo il nostro cervello a lavorare secondo meccanismi non compatibili con il modo in cui ci siamo evoluti. 

Il nostro sistema cognitivo è strutturato per mantenere la concentrazione su un compito per volta fino al raggiungimento di un obiettivo. Quando, invece, lo sottoponiamo a una continua sovrastimolazione e a un rapido susseguirsi di stimoli, compromettiamo i processi cognitivi più complessi, cioè quelli deputati alla regolazione dell’attenzione, delle emozioni e del comportamento. Manteniamo le funzioni cognitive di base, come gli automatismi o le attività routinarie, ma incontriamo difficoltà quando ci vengono richiesti un elevato livello di controllo attentivo e una concentrazione prolungata.  

Le conseguenze di un utilizzo disfunzionale dei dispositivi digitali hanno cominciato a risultare più evidenti nel biennio 2012-2014 quando gli smartphone hanno reso l’accesso alle piattaforme social immediato e continuo. Un secondo momento critico è stata la pandemia, che ha portato a un sovrautilizzo di questi strumenti, con conseguenze particolarmente pesanti, soprattutto sul piano psicologico, tra i più giovani. 

Tra i molti stimoli esterni, dunque, il cellulare è considerato una delle principali fonti di distrazione. È sufficiente averlo accanto, anche senza utilizzarlo, per compromettere la concentrazione. Quali meccanismi innesca?

Un fenomeno curioso, che dice molto del rapporto che abbiamo con il cellulare, è quello della cosiddetta “vibrazione fantasma” (ringxiety): abbiamo la sensazione di sentire il telefono vibrare o squillare, anche quando in realtà non riceviamo né una chiamata né un messaggio. Si tratta di un fenomeno allucinatorio, che avviene quando il nostro cervello genera la percezione di uno stimolo in assenza di input esterno, spinto dalla ricerca di quella che in psicologia definiamo ricerca della gratificazione, o craving. 

Nel caso del cellulare, il dispositivo diventa progressivamente uno stimolo capace di attivare questo circuito: lo prendiamo in mano, controlliamo le notifiche, apriamo un’applicazione, iniziamo a scorrere i contenuti. Anche quando non c’è una notifica, possiamo continuare a cercare uno stimolo. Alla base di questi comportamenti ci sono i meccanismi di rinforzo associati al sistema della ricompensa, nei quali è coinvolta anche la trasmissione dopaminergica. Se il controllo del cellulare viene ripetutamente associato a una gratificazione, il cervello può apprendere a ricercare quello stimolo e anticiparne la possibile ricompensa. La letteratura evidenzia che anche la sola presenza di un telefono cellulare, pur spento, è sufficiente a ridurre la disponibilità di risorse attentive e la prestazione cognitiva. 

Questo aspetto è particolarmente rilevante durante l’età evolutiva. Nell’infanzia e nell’adolescenza i circuiti coinvolti nella ricompensa e nel controllo degli impulsi sono ancora in fase di maturazione. Il cervello è in fase di sviluppo e presenta quindi una maggiore plasticità, che costituisce certamente una risorsa, ma anche una maggiore sensibilità agli effetti dell’esposizione ripetuta a determinati stimoli ambientali.

È anche per questo che ritengo problematico un accesso troppo precoce allo smartphone e, soprattutto, ai social network. Per questo, dal mio punto di vista, l’accesso ai social dovrebbe essere posticipato almeno fino ai 16 anni, se non addirittura 18.

Quanto ci costa il continuo passaggio da un'attività a un’altra? Una volta interrotto un compito, è sufficiente tornare a occuparsene per recuperare immediatamente il livello di concentrazione precedente?

No, assolutamente. Esiste il cosiddetto costo di cambio (switch cost). Gli esperimenti di task switching mostrano sistematicamente che, quando ci concentriamo su un’unica attività, con la pratica diventiamo più veloci ed efficienti: il compito si automatizza e viene appreso. Quando invece passiamo da un’attività all’altra, il nostro sistema cognitivo deve riconfigurarsi: è necessario riattivare e riorganizzare i circuiti coinvolti nel nuovo compito. Questo passaggio comporta un costo in termini di tempo e di risorse cognitive. Ma non solo. 

Il processo di riconfigurazione coinvolge anche meccanismi fisiologici, e richiede riadattamenti a livello cardiocircolatorio e ormonale che contribuiscono a generare uno stato di stress transitorio.

Possiamo allenare le capacità attentive oppure è più efficace intervenire sull’ambiente in cui svolgiamo un’attività?

Intervenire sulla capacità attentiva individuale ha senso principalmente in presenza di deficit documentati – in caso di disturbo dell’attenzione, per esempio, o declino legato all’invecchiamento –, attraverso programmi di riabilitazione cognitiva. Nella popolazione generale, invece, il margine di miglioramento dello span attentivo tramite semplici esercizi è limitato.

La capacità di mantenere e orientare l’attenzione dipende da caratteristiche individuali, che sono però fortemente modulate dall’ambiente. Agire sul contesto è quindi più efficace e controllabile: consente di intervenire su gruppi interi, per esempio una classe, eliminando fonti di distrazione fisiche, come rumori o stimoli visivi, e digitali come i cellulari.

In quest’ultimo caso, nonostante il decreto Valditara abbia vietato i cellulari a scuola – prima alle medie, poi alle superiori – la norma è scarsamente rispettata. Lavorare sul singolo, dunque, ha un impatto ridotto. È più utile stabilire regole condivise di “igiene attentiva”, definendo degli spazi e dei tempi privi di dispositivi, a scuola e in famiglia. L’obiettivo non è eliminare l’uso del digitale, ma creare spazi protetti in cui ridurre l’inquinamento attentivo continuo.

In che modo?

Da anni, il nostro gruppo promuove strategie di questo tipo attraverso percorsi di formazione e consigli pratici. Anche la Regione Veneto è intervenuta su queste tematiche, facendosi promotrice di un disegno di legge che prevede il divieto di utilizzo dei social network per i minori di 14 anni. E forse ora ci si sta muovendo anche verso una legislazione europea in materia, poiché ormai si è  consapevoli che l’uso di questi strumenti sta modificando il nostro modo di funzionare. Il problema non sono tanto i contenuti a cui ragazzi e ragazze possono accedere, ma il modo in cui questi strumenti agiscono sul cervello e sul comportamento. 

Come comunità scientifica stiamo lavorando su questo fronte, ma si stanno sviluppando interlocuzioni positive anche con la politica e altre istituzioni, per agire in modo condiviso. Si sta finalmente comprendendo che non può essere un compito affidato al solo legislatore, né alla sola comunità scientifica o al mondo della scuola: serve un’azione coordinata, che metta insieme competenze e responsabilità diverse.

Attività fisica e alimentazione influiscono sulle capacità attentive?

L’attività fisica non ha effetti positivi soltanto sul sistema cardiovascolare e muscolare, ma anche sulla perfusione cerebrale e, più in generale, sul funzionamento del cervello. Interrompere periodicamente la routine giornaliera con una camminata, qualche esercizio o semplicemente scegliendo le scale al posto dell’ascensore può essere utile. Le pause aiutano, a patto che non non distolgano completamente l’attenzione dal compito. Sono piccoli accorgimenti quotidiani che possono rappresentare una sorta di “anticorpo” alla distrazione: l’attività fisica contribuisce infatti a fornire al cervello una forma di gratificazione naturale, attraverso il rilascio di dopamina ed endorfine. 

Anche l’alimentazione può avere un ruolo, soprattutto in età pediatrica: è importante per esempio evitare il consumo abituale di prodotti molto gratificanti, come le bibite zuccherate e le bevande energetiche, che possono rinforzare la ricerca di stimoli e gratificazioni rapide. L’esposizione ripetuta a stimoli fortemente gratificanti può contribuire a rinforzare la ricerca di ricompensa e a rendere più difficile accontentarsi di livelli di stimolazione più bassi. 

Per questo è importante incentivare attività che richiedono lentezza, continuità e concentrazione. Penso, per esempio, ai giochi di società o ad attività sportive come le arti marziali, che richiedono di mantenere il focus attentivo per un periodo prolungato. Sono esperienze che possono contrastare la ricerca continua di stimoli rapidi e immediatamente gratificanti.

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