Gli alberi e noi: il difficile equilibrio del verde urbano
Il Giardino dei Semplici all'interno dell'Orto Botanico dell'Università di Padova - Foto: Università di Padova
“Andando ogni mattino al suo lavoro, Marcovaldo passava sotto il verde d'una piazza alberata, un quadrato di giardino pubblico ritagliato in mezzo a quattro vie. Alzava l'occhio tra le fronde degli ippocastani, dov'erano più folte e solo lasciavano dardeggiare gialli raggi nell'ombra trasparente di linfa”. Nel racconto Villeggiatura in panchina il personaggio di Italo Calvino sogna di passare la notte lì sotto, lontano dalla stanza afosa in cui dorme con la famiglia e dal frastuono dei tram. La fuga però andrà storta: la città lo raggiungerà anche lì, in mezzo al verde.
Calvino aveva colto un'ambiguità che oggi è diventata materia di dibattito pubblico: l'albero urbano è natura, ma voluta da qualcuno, piantata, selezionata, potata e periodicamente sostituita. Per secoli gli abbiamo chiesto soprattutto ombra e decoro, oggi pretendiamo anche che attenui le ondate di calore, trattenga gli inquinanti, sia ricettacolo di biodiversità. Anche per questo lo difendiamo con passione: ogni abbattimento può trasformarsi in protesta, ogni cantiere in questione politica, salvo scoprire alla prossima tempesta che un albero è anche un organismo che invecchia, si ammala e talvolta cade, mettendo a rischio persone, animali e cose.
Il problema non è soltanto teorico: secondo uno studio, che cita dati forniti da Vigili del fuoco, nel 2021 nelle città capoluogo di provincia italiane sono stati abbattuti 27.960 alberi, 21.580 dei quali (circa il 77%) per rischio di caduta. E quando il maltempo interviene il tema della sicurezza diventa ancora più concreto: la stessa ricerca ha analizzato 450 cadute di alberi associate a eventi meteorologici estremi tra il 2019 e il 2022, concentrate soprattutto nei mesi estivi e durante episodi caratterizzati da forti raffiche di vento. Numeri che aiutano a capire perché la gestione del verde urbano non possa fermarsi alla contrapposizione tra conservazione e abbattimento.
Per capire come tenere insieme queste esigenze saliamo al quinto piano dell'edificio Vallisneri, dove ha il suo studio Livio Trainotti, docente di botanica all'Università di Padova e viceprefetto dell'Orto botanico universitario più antico al mondo. Più che un ufficio, il suo sembra una serra, dominata da un susino del Nepal in vaso che allarga i rami sopra la scrivania come un ombrello; intanto nel laboratorio accanto una ricercatrice lavora su semi di pomodoro: l’obiettivo è capire se sia possibile rallentarne la maturazione, allungando la vita del frutto una volta raccolto e riducendone così il deperimento e il ricorso alla refrigerazione e ai consumi che comporta. Anche lì, in fondo, la domanda è la stessa: come adattare le piante ai nostri bisogni, senza scaricarne il costo sull'ambiente e, al tempo stesso, rispettandone tempi ed esigenze.
Una natura su misura
Il primo equivoco da sgombrare, avverte lo studioso, è che il verde urbano sia un frammento di natura sopravvissuto al cemento: “Ogni volta che mettiamo a dimora un vegetale nel nostro ambiente lo facciamo per le nostre esigenze – osserva –. Nelle ville venete il parco era ad esempio anche una dichiarazione di status, dove specie esotiche esibivano la ricchezza e le relazioni del proprietario, e la stessa trama fatta di viaggi, scambi è in parte raccontata anche dall'Orto botanico, in cui sono passati il primo ginkgo europeo e alcune delle prime coltivazioni italiane di patata e girasole”.
Più che la natura selvaggia il modello è dunque quello del giardino, nel quale con il tempo abbiamo introdotto e selezionato le specie a noi più congeniali: “La dimensione estetica, fatta di colori, forme e fiori, gioca un ruolo fondamentale; alcune piante possono inoltre avere funzioni specifiche, con siepi e piante spinose come il giuggiolo usate per delimitare zone e confini”. Una natura scelta in questo modo può però smettere prima o poi di corrispondere alle nostre aspettative, ed è qui che cominciano i problemi.
Un'alberatura stradale non è un bosco: le radici devono convivere con asfalto e sottoservizi, il tronco e la chioma con edifici, cavi, traffico e persone. E i cambiamenti climatici aggiungono difficoltà: “Molte specie scelte anni fa oggi soffrono il caldo e soprattutto la disidratazione, per questo negli ultimi anni si sta riflettendo molto su cosa piantare”. Ci sono poi gli aspetti concreti, spesso decisivi. “Anche i vegetali si ammalano, invecchiano, crescono oltre gli spazi disponibili, finché alla fine i costi di manutenzione possono superare il beneficio che ci danno”. Un grande albero dà molta ombra, ma se perde stabilità il rischio cresce con lui: “Per questo le sostituzioni recenti privilegiano talvolta specie più contenute, che costano meno ma spesso offrono anche meno benefici”.
E le polemiche sugli abbattimenti? “Da parte delle amministrazioni pubbliche, anche grazie alla sensibilità delle persone che manifestano, è cresciuta l'attenzione verso gli alberi: le piante hanno comunque una dignità e non possono essere considerate esclusivamente al nostro servizio – riconosce Trainotti –. Spesso però capita di vedere poco rispetto nei confronti dei tecnici dei comuni. Negli uffici lavorano agronomi ed esperti forestali che si aggiornano e si confrontano con le altre città europee, disponendo di strumenti in grado di rivelare ciò che l'occhio non vede. Un albero può sembrare sano ma avere il legno interno compromesso”.
Va comunque precisato che gli alberi monumentali o inseriti in complessi di interesse storico, culturale, religioso o simbolico, sono sottoposti a una disciplina specifica, istituita dalla legge 14 gennaio 2013, n. 10 (“Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”), attuata dal decreto interministeriale 23 ottobre 2014. Tale normativa ha istituito un sistema nazionale di tutela e censimento, fondato sulla collaborazione tra Comuni, che individuano gli esemplari sul territorio, Regioni e Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste (MASAF), che curano i rispettivi elenchi regionali e nazionale. Per questi esemplari l’eventuale abbattimento è ammesso soltanto in casi motivati e urgenti e deve seguire procedure specifiche.
Basta comunque scendere dalla torre Vallisneri e camminare lungo il Piovego per osservare la questione in foglie e legno: i grandi platani che accompagnano il canale modulano la temperatura, la luce, il modo stesso di abitare uno spazio attraversato ogni giorno da centinaia di studenti. “Senza questi alberi non sarebbe la stessa cosa – conferma Trainotti –, eppure alcuni sono già stati sostituiti e sulla specie pesa il ‘cancro colorato’, la malattia fungina causata da Ceratocystis fimbriata forma platani, presente anche in Veneto e sottoposta a misure fitosanitarie obbligatorie”.
Quando però è un albero sano a intralciare un'opera pubblica o a rappresentare una minaccia, la domanda è sempre la stessa: perché non spostarlo? “Oggi spesso si può, con macchinari capaci di estrarre esemplari di grandi dimensioni e persino di custodirli in vivaio durante i lavori – spiega il botanico –. Possibile non è però sinonimo di semplice: si tratta di operazioni molto onerose per le casse pubbliche che inoltre stressano la pianta. L'apparato radicale è proporzionato alla chioma: più grande è l'individuo, più complesso diventa l'intervento”. Se piantare un giovane platano costa qualche decina di euro, spostarne uno adulto ne richiede migliaia, spesso al prezzo di una chioma ridotta e di una ripresa lenta o incompleta.
Il tempo degli alberi
La domanda più difficile, però, riguarda il futuro. Un albero può impiegare diversi anni per esprimere davvero i suoi benefici, e la specie scelta oggi dovrà vivere in un clima che non conosciamo: “Fra 30 anni che clima avremo? Non si tratta di piantare palme lungo i viali, ma di scegliere specie capaci di reggere estati sempre più calde e secche senza pretendere acqua, trattamenti e potature insostenibili. Se metto un esemplare che devo bagnare ogni giorno magari avrò una bella pianta, ma dal punto di vista ambientale quella scelta è sostenibile?”.
L'albero giusto, insomma, non è il più bello né il più economico al momento dell'acquisto: è quello che nel suo luogo, e nel clima che troverà, restituisce benefici per decenni consumando risorse ragionevoli. Benefici che vanno descritti con onestà. “Gli alberi di città – precisa Trainotti – non servono a ridurre l'impatto della CO₂: il loro assorbimento è irrilevante rispetto alle emissioni globali. Sono però essenziali per limitare le isole di calore, assorbire sostanze inquinanti e dare dimora a tutta una serie di animali”. E qui l'albero che abbiamo piantato per noi smette di essere soltanto nostro: “I fiori e i nuovi rami che ci fermiamo ad ammirare a primavera sono importanti anche per gli insetti impollinatori e per gli uccelli che vi fanno il nido”. Scelta per un bisogno umano, la pianta entra così in un’imprevista rete di relazioni.
Non esiste quindi una regola che dica sempre di conservare o sempre di abbattere: una città deve poter costruire, trasformarsi, dotarsi di trasporto pubblico, e a volte questo significa intervenire sulle alberature. L'albero non può essere trattato semplicemente come un ostacolo, così come non può essere sempre intoccabile: l’essenziale è innanzitutto preservare e ampliare le aree verdi sulla base delle migliori conoscenze disponibili. Per questo, ad esempio, il comune di Padova si è dotato nel 2020 di un Piano di gestione del patrimonio arboreo con un orizzonte temporale ventennale. Il documento, elaborato sulla base dei dati disponibili al 31 dicembre 2018, censiva 49.091 alberi pubblici appartenenti a 261 specie e fissava l’obiettivo di aumentare la copertura arborea pubblica dall’1,8% al 5% della superficie cittadina entro il 2039. Prevedeva inoltre che almeno il 20% delle specie utilizzate nei nuovi impianti fosse adatto alle condizioni determinate dal cambiamento climatico. Il censimento e il database delle alberature costituiscono la base conoscitiva del piano: sapere quali alberi sono presenti, dove si trovano, in quali condizioni e quali interventi richiedono.
“Oggi il verde pubblico va progettato e realizzato con la serietà che si riserva a una rete idrica o a una strada”, conclude Trainotti. Con una differenza che nessun capitolato può eliminare: un albero messo a dimora oggi darà la sua ombra migliore a chi forse non è ancora nato. Marcovaldo cercava tra le fronde una via di fuga dalla città; oggi noi sappiamo che quelle foglie sono parte integrante della città e del modo in cui la abitiamo, e che dipendono da scelte fatte molto tempo prima. Perché un albero, a differenza di quasi tutto ciò che costruiamo, non si può ordinare quando serve: bisogna averlo piantato per tempo.