SCIENZA E RICERCA

I Neanderthal avevano i piedi piatti. E non era un problema

Visita dall'ortopedico, diagnosi, plantari. Per molti di noi l'infanzia è passata anche da qui: appena un bambino o una bambina sembra avere il piede piatto, scatta la correzione, magari con qualche anno di scarpe ortopediche. Tendiamo a darlo per scontato: l'arco plantare ben pronunciato è la norma, il piede piatto un difetto da raddrizzare. Ma è davvero così?

La questione è più complicata di quello che può sembrare a prima vista. Almeno stando alle ricerche che da alcuni anni un gruppo transdisciplinare che tiene insieme antropologia, biologia, ortopedia e ingegneria. L'ultimo tassello è uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Human Evolution guidato da Rita Sorrentino, oggi professoressa associata di antropologia biologica all'Università di Palermo: dalla forma del tallone si deduce che la forma del calcagno era diversa da quella di Homo sapiens (la nostra specie) e fa pensare che avessero i piedi piatti.

Non tutti i piedi piatti sono uguali

Qualche anno fa lo stesso gruppo aveva studiato l'evoluzione dell'arco plantare attraverso il navicolare, un piccolo osso al centro del piede, per misurare la variabilità all'interno della nostra specie. “È vero che oggi i piedi piatti tendiamo a curarli”, spiega Sorrentino, “però spesso ignoriamo che non tutti i piedi piatti sono patologici”.

Ci sono piedi piatti rigidi e piedi piatti flessibili: i primi si acquisiscono con l’età e possono essere problematici, mentre i secondi vengono definiti congeniti, e possono essere completamente asintomatici. Questa mancanza di sintomi, spiega Sorrentino, fa pensare che anche nella nostra specie oggi il numero delle persone con i piedi piatti sia sottostimato: spesso chi ha i piedi piatti congeniti, semplicemente, non lo sa nemmeno.

Ma nell'evoluzione umana, precisa la ricercatrice, questi piedi possono essere stati un tratto neutro, “e forse anche vantaggioso”: una pianta più ampia e flessibile si adatta meglio ai suoli irregolari. È questa l'ipotesi che Sorrentino porta avanti con gli ortopedici dell'Istituto Ortopedico Rizzoli e i biomeccanici dell'Università di Bologna: verificare se l'equazione “piede piatto - patologia” regge alla prova della storia.


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Sette Neanderthal, sessantaquattro sapiens

Per farlo il gruppo ha confrontato i calcagni, cioè le ossa che formano il tallone, di 7 Neanderthal e di 64 Homo sapiens. Questi ultimi coprono un arco temporale molto ampio: si va dai cacciatori-raccoglitori preistorici, agricoltori dell'Età del Ferro e abitanti di una città postindustriale. Per questi ultimi il riferimento è la Collezione Osteologica Documentata della Certosa, il cimitero monumentale di Bologna, una raccolta di scheletri di persone vissute tra Otto e Novecento di cui si conoscono sesso ed età alla morte. Un confronto che copre millenni di trasformazioni nel modo di camminare.

Si tratta di un numero sufficiente per trarre delle conclusioni solide? “Sicuramente più il campione è ampio, meglio è”, ammette Sorrentino. Ma i fossili paleolitici sono pochi, e “non è facile trovare collezioni di cacciatori-raccoglitori precedenti al Neolitico, cioè all'arrivo di agricoltura e vita sedentaria”. Il limite si aggira scegliendo con cura: i 64 sapiens rappresentano tutta la variabilità che conta, da individui che camminavano scalzi su terreni naturali a coloro che indossavano scarpe sui marciapiedi e terreni duri e lisci. 

Il lavoro di ricostruzione tridimensionale si svolge tutto in ambiente virtuale. Le ossa sono state scansionate con diverse tecnologie: scanner laser, TAC o microTAC. Sui modelli digitali si è quindi applicata una tecnica di morfometria geometrica: si fissano dei landmark, ossia punti anatomici di riferimento, ciascuno con le sue coordinate X, Y e Z. Così facendo è possibile misurare la variabilità della forma dei reperti analizzati.


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Un tallone corto per spingere di più

Il risultato delle analisi è che il calcagno dei Neanderthal è diverso dal nostro. In parte riflette la robustezza generale del loro scheletro, e in questo somiglia a quello dei sapiens cacciatori-raccoglitori. Con loro condivide anche le faccette articolari tra astragalo e calcagno, le superfici su cui le due ossa si incontrano: sono conformate per consentire più inversione ed eversione, vale a dire la rotazione della pianta del piede verso l'interno e verso l'esterno. In altre parole, “un piede più flessibile, adatto a chi si muoveva molto, su terreni naturali, scalzo o con calzari morbidi”, spiega Sorrentino.

Poi ci sono alcuni tratti unici di Neanderthal, che fanno ipotizzare un arco plantare strutturato in modo diverso, assimilabile a un piede piatto. E c'è una sorpresa: ci si aspetterebbe un tallone più grande, e invece è più corto. “È una questione di leva”, spiega Sorrentino. Un asse longitudinale più corto riduce il braccio di leva e dà una spinta propulsiva maggiore a ogni passo. La stessa configurazione si ritrova nei cacciatori-raccoglitori della nostra specie, segno che la forma dell'osso dipende dalla genetica, ma è “fortemente modellata dallo stile di vita e dall'ambiente”. L'osso, ricorda l’antropologa, “è vivo e dinamico” e reagisce agli stimoli per tutta la vita, come la densità ossea che cresce con l'attività fisica.

A che cosa serve l'arco plantare?

Resta la domanda una domanda per noi sapiens moderni: che vantaggio ci ha dato l'arco plantare pronunciato? “Non c’è una risposta semplice”, confessa Sorrentino. In paleoantropologia e in ortopedia si è sempre dato per scontato, ma mai dimostrato, che l'arco funzioni da molla per scattare meglio nella corsa. “Non abbiamo prove certe che sia davvero vantaggioso, dato che anche chi ha il piede piatto corre molto velocemente!”

Qualche indizio arriva dalle impronte fossili dei primi sapiens in Nord America, nel New Mexico: lì camminavano fianco a fianco individui con l'arco pronunciato simile al “nostro” e individui con il piede piatto. Una variabilità antica, dunque, che la nostra specie si porta dietro da sempre. L'arco longitudinale potrebbe essersi diffuso per caso o per ragioni che ancora non comprendiamo. Per capirne di più il gruppo sta avviando un nuovo progetto di biomeccanica che includerà anche dati clinici di persone viventi con il piede piatto.

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