Le intuizioni di Lucio Susmel e la nascita dell’educazione all’ecologia
Lucio Susmel era un appassionato illustratore. In copertina uno dei suoi disegni (gli autori ringraziano Samuele Pellizzari per la collaborazione nella ricerca di immagini d'archivio)
Ecologo, ricercatore forestale, divulgatore, con la sua curiosità e il suo lavoro, Lucio Susmel ha segnato la formazione di generazioni di forestali padovani, e non solo. La sua personalità si scopre davvero interdisciplinare e le sue molteplici sensibilità hanno contribuito a lasciare un’ampia eredità umana e scientifica. Dietro alla figura di rigoroso professore di ecologia, meticolosissimo nella raccolta dei dati, Susmel coltivò anche una forte passione per la storia dell’arte cimentandosi nella pittura da autodidatta. La sua sensibilità artistica lo portò a realizzare incisioni e pitture a tema forestale che restituiscono una visione del bosco da una prospettiva “impressionista”.
La consapevolezza di Susmel nel potere di comunicare i principi e il valore degli ecosistemi forestali attraverso tutti i canali possibili al tempo gli fece commissionare bellissime illustrazioni, oggi al Dipartimento TESAF, Territorio e Sistemi Agro-Forestali dell'Università di Padova, che spiegano in dettaglio il funzionamento dei processi ecologici come le leccete mediterranee che visitò assiduamente. Lo hanno sempre distinto intuizione, tempismo e capacità di comunicare sempre con tempestività, costanza e capillarità il significato ecologico di eventi come l'alluvione del 1966, attraverso le testate giornalistiche nazionali.
Lucio Susmel, illustrazione di una abetina disetanea, 1970 (gli autori ringraziano Samuele Pellizzari per la collaborazione nella ricerca di immagini d'archivio)
Le intuizioni
La stessa tempestività lo portò a identificare immediatamente il valore di eccezionali esemplari di libri botanici in legno prima della loro accidentale distruzione. Gli esemplari rimasti di questi libri oggi sono presenti nella xiloteca del Centro Studi Ambiente Alpino (CSAA) e il progetto Xilogenesi ha voluto sancire questo prezioso legame tra arte e scienza come due aspetti complementari essenziali per comunicare il valore degli alberi. Sempre al CSAA, alla fine di agosto, a San Vito di Cadore, si è svolto il sessantesimo corso di Cultura in Ecologia, che ha la più lunga tradizione in Italia sulla disciplina e fu da lui fondato. In questa cornice di personalità appassionata si innesta la sua fondamentale attività scientifica che merita di essere conosciuta e ricordata, anche perché alcune delle sue intuizioni hanno anticipato di almeno mezzo secolo temi che oggi sono al centro del dibattito sulla gestione degli ecosistemi forestali e dell’ambiente in generale.
Dopo gli studi forestali all’Università di Firenze, Susmel divenne ricercatore alla Stazione sperimentale di selvicoltura del medesimo capoluogo toscano, sotto la guida di Aldo Pavari. Qui ebbe modo di approfondire lo studio del funzionamento delle foreste e la ricerca di criteri per una loro gestione sostenibile. Negli anni Cinquanta del secolo scorso termini come “sostenibilità” e “biodiversità” non facevano ancora parte del lessico corrente, ma Susmel aveva già ben chiara l’importanza dei concetti che oggi indichiamo con queste parole.
“ Negli anni Cinquanta del secolo scorso termini come “sostenibilità” e “biodiversità” non facevano ancora parte del lessico corrente, ma Susmel aveva già ben chiara l’importanza dei concetti che oggi indichiamo con queste parole
Lucio Susmel, luglio 1966 (gli autori ringraziano Samuele Pellizzari per la collaborazione nella ricerca di immagini d'archivio)
L'approccio alla gestione dei sistemi forestali
Sono almeno quattro i messaggi fondamentali che ci ha lasciato e che rappresentano una parte importante della sua eredità scientifica e tecnica. Il primo riguarda l’approccio alla gestione dei sistemi forestali. Per Susmel, questa doveva ispirarsi alle dinamiche naturali, cercando per quanto possibile di assecondare i processi di natalità e mortalità che avvengono spontaneamente nella foresta. La gestione, dunque, non deve comportare uno stravolgimento della natura per adattarla alle esigenze umane. Al contrario, sono le esigenze umane a doversi adeguare al funzionamento dell’ecosistema, così da conservarne il più possibile le dinamiche naturali.
Questo approccio trova una concreta applicazione nel piano di gestione delle foreste di San Vito, Riordinamento su basi bioecologiche delle abetine di San Vito di Cadore, pubblicato nel 1955. Già nel titolo compare quel riferimento all’ecologia che era sostanzialmente assente nei contemporanei trattati di gestione forestale, basti pensare che la Società Italiana di Ecologia sarebbe stata fondata soltanto nel 1976, vent’anni dopo la pubblicazione di quel lavoro.
La diversità biologica e la "terza dimensione"
Il secondo messaggio riguarda l’importanza della diversità biologica. Susmel osservava come la gestione forestale di matrice austro-tedesca avesse condotto, nel secolo precedente, a una semplificazione della complessità delle foreste, favorendo comunità tendenzialmente monospecifiche e coetanee. Esprimeva la propria preoccupazione con parole che, lette oggi, colpiscono per la loro attualità: “Nel bosco, il vizio più grave, fonte di tutte le più pericolose conseguenze, è il perdurare di un’eccessiva uniformità di composizione, per il dominio largo o larghissimo assunto dalla Picea (abete rosso) in seguito a errori commessi e ripetuti da un secolo e mezzo”.
Susmel non utilizzava naturalmente il termine “biodiversità”, ma il concetto era molto vicino a quello che oggi esprimiamo con questa parola: ridurre la variabilità di una comunità forestale significa anche comprometterne la capacità di reagire agli eventi di disturbo. È un tema tornato drammaticamente attuale con la tempesta Vaia e con il successivo attacco del bostrico, che hanno interessato in maniera particolarmente grave molte foreste dominate dall’abete rosso. Le foreste caratterizzate da una maggiore diversità, come quelle presenti nell’area di San Vito, hanno invece mostrato maggiore resistenza a questi eventi.
Per Susmel, tuttavia, la foresta non era soltanto un luogo da cui ricavare legname o un sistema del quale preservare la diversità biologica. Era anche un ambiente essenziale per il benessere fisico e psichico delle persone. A questo tema dedicò nel 1968 un celebre intervento all’Accademia Italiana di Scienze forestali, intitolato La terza dimensione della foresta. La “terza dimensione” era quella igienico-ricreativa: una funzione della foresta che oggi consideriamo fondamentale per le comunità umane, ma che allora era tutt’altro che scontata.
Lucio Susmel - al centro, in prima fila - e i partecipanti al corso di Cultura in Ecologia del 1993 (gli autori ringraziano Samuele Pellizzari per la collaborazione nella ricerca di immagini d'archivio)
Gestione forestale prossima alla natura
A questi tre messaggi se ne aggiunge un quarto: il riconoscimento del ruolo fondamentale delle foreste nella protezione dei versanti e del suolo dall’erosione con l’intervento all’Accademia Nazionale del Lincei del 1968 intitolato Sull’azione regimante ed antierosiva della foresta. Anche questa consapevolezza, in verità non nuova per quei tempi ma comunque non così chiaramente riconosciuta, appare oggi particolarmente attuale. In presenza di precipitazioni intense, una copertura forestale ben strutturata e suoli dotati di una buona capacità di ritenzione idrica possono infatti contribuire a mitigare gli effetti del deflusso e di conseguenza, a ridurre i rischi per gli insediamenti e le comunità umane.
Uno dei contributi scientifici più importanti di Susmel consiste nell’aver posto le basi di quella che oggi definiamo “gestione forestale prossima alla natura” (closer-to-nature forest management). Per sviluppare le proprie idee studiò approfonditamente le foreste europee temperate più naturaliformi in Slovenia e in Bosnia, cercando di comprendere quali strutture fossero state favorite dalle dinamiche naturali e quali caratteristiche garantissero loro una maggiore funzionalità complessiva. La sua intuizione fu quella di cercare di indirizzare verso strutture analoghe anche le foreste coltivate di simile composizione specifica. Susmel era consapevole che non sarebbe stato possibile ricreare integralmente la complessità strutturale e compositiva di una foresta naturale, ma comunque sarebbe stato possibile mimarne le dinamiche.
Le formule di Susmel
L’obiettivo era piuttosto conservarne, per quanto possibile, la capacità di autoregolazione: una sorta di omeostasi, o di para-equilibrio, dell’ecosistema forestale. Questa impostazione trova la sua espressione più compiuta in quello che è forse il lavoro più noto di Susmel, Normalizzazione delle foreste alpine, pubblicato nel 1980. È qui che vengono definite le celebri “formule di Susmel”: equazioni empiriche che mettono in relazione la statura della comunità forestale - cioè l’altezza degli alberi di maggiori dimensioni, che contribuisce a definire il biospazio occupato dal sistema - con numerosi parametri strutturali, dalla biomassa complessiva al tasso di mortalità, fino al numero di alberi presenti nelle diverse classi dimensionali. Il trattato colpisce ancora oggi per l’enorme quantità di tabelle, dati e diagrammi.
È la testimonianza più evidente della sua volontà di fare della gestione forestale una disciplina quantitativa. In un periodo in cui la selvicoltura veniva ancora considerata, almeno in parte, una attività imperniata sull’improvvisazione, difficilmente riconducibile alle regole della biologia proprio a causa della complessità degli ecosistemi forestali, Susmel percorse la strada opposta: cercò di ancorare la gestione delle foreste a principi quantitativi e fondati su conoscenze ecologiche relativamente generalizzabili.
A distanza di decenni, molte delle intuizioni di Lucio Susmel conservano una sorprendente attualità. La sua eredità ci ricorda quanto conoscenza scientifica, sensibilità ecologica e capacità di comunicare siano inseparabili per comprendere, gestire e custodire le foreste del futuro.