SCIENZA E RICERCA

Tutela della biodiversità: il 30x30 è vicino ma non basta

Tra le principali cause della perdita della biodiversità, una delle grandi crisi ambientali del nostro tempo, c’è la perdita di habitat causata dalle attività umane. Da sempre gli esseri umani modificano l’ambiente in cui vivono per renderlo più accogliente, più adatto alle proprie esigenze, e per sfruttarne le risorse nel modo più efficiente possibile. Questo processo ha accelerato moltissimo negli ultimi ottant’anni, con l’affermarsi delle fonti energetiche fossili e gli avanzamenti tecnologici. La conseguenza è che molti ecosistemi, sotto il peso del sovrasfruttamento e dell’inquinamento umano, si sono indeboliti e frammentati, hanno smesso di funzionare, e in alcuni casi sono scomparsi, lasciando moltissime specie viventi prive di un ambiente nel quale vivere e riprodursi.

Per questo il Kunming-Montréal Global Biodiversity Framework, il documento che traccia la strada per proteggere la natura per i 195 Paesi aderenti alla Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD) delle Nazioni Unite, mira a fermare la perdita di habitat, proteggendo non solo le singole specie minacciate di estinzione, ma anche gli ecosistemi che le ospitano. Uno degli obiettivi più famosi del Framework, il numero tre, chiede agli Stati di porre sotto protezione entro il 2030 almeno il 30% delle terre emerse, delle acque interne e delle aree marine e costiere, e di farlo con aree gestite in modo efficace, governate in modo equo, ecologicamente rappresentative e ben connesse. Un obiettivo ambizioso e che, ad oggi sembra piuttosto difficile da raggiungere. 

Secondo le stime ufficiali, il 18,5% delle terre emerse è già sotto protezione: dunque, mancherebbero altri 11,5 punti percentuali per raggiungere l’obiettivo, pari a 15,5 milioni di chilometri quadrati di territori da proteggere entro il 2030. Una prospettiva che i negoziati della COP17, in corso proprio in questi giorni a Yerevan, in Armenia, non fanno sembrare a portata di mano: i Paesi rimangono divisi sul nodo cruciale dei finanziamenti, fondamentali per attuare il Framework: in particolare manca un accordo sugli obblighi dei Paesi ad economia avanzata e sull’allargamento dei possibili contributori.


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Diverse forme di conservazione

Ma l’orizzonte potrebbe essere meno cupo di quanto pensiamo. Secondo una ricerca pubblicata su Nature, che prende in considerazione soltanto la componente terrestre dell’obiettivo 3, potremmo essere più vicini al raggiungimento del “30x30” di quanto suggeriscano i dati ufficiali, raccolti nel database dell’iniziativa Protected Planet, curata dal World Conservation Monitoring Centre del Programma Ambientale delle Nazioni Unite e dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN). 

Il gruppo di ricercatori dell’università del Kent, con il contributo di esperti locali, ha raccolto tutti i dati disponibili sulle superfici terrestri sottoposte a qualche forma di protezione in un campione di territori, a prescindere dal fatto che fossero presenti nel database di Protected Planet. A questo scopo, hanno considerato tre categorie di aree soggette a conservazione: le aree protette riconosciute a livello globale – cioè quelle già conteggiate nei dati ONU –, le aree protette riconosciute a livello nazionale ma non ancora incluse nei dati globali, e le OECMs (Other Effective area-based Conservation Measures), cioè aree geograficamente ben delimitate che, pur non avendo la conservazione come obiettivo primario, sono gestite in modo da contribuire, di fatto, alla conservazione della biodiversità. I ricercatori precisano che in questa ultima categoria rientrano le OECMs possibili, non quelle effettive: nella maggior parte dei Paesi, infatti, i processi per riconoscere queste aree sono all’inizio, e per questo non esiste ancora una mappatura ufficiale.


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Vicini al 30x30

Per l’analisi, il gruppo di ricerca ha selezionato un campione di 25 Paesi e territori (tra cui l’Italia, per la quale i dati sono stati forniti da FederParchi) che, nel complesso, coprono il 10% delle terre emerse, e sono stati selezionati per rappresentare i fattori che più influenzano l’estensione delle aree conservate e la distribuzione della biodiversità, come il tipo di bioma, l’altitudine, e dati demografici ed economici come il reddito o la densità di popolazione. Dai dati ottenuti è stata poi estrapolata la probabile estensione su scala globale delle varie categorie di area protetta.

Lo studio muove dalla stima ufficiale del 2022, secondo cui le aree protette riconosciute a livello globale coprivano il 15,79% della superficie terrestre (l’aggiornamento più recente, che comprende le prime OECMs riconosciute, indica il 18,5%). In aggiunta a queste cifre, i ricercatori hanno stimato un ulteriore 3,64% riconosciuto sotto protezione ufficiale a livello nazionale e un 7,38% in più come potenziali OECMs. In totale, dunque, le aree terrestri conservate sarebbero state, con i dati del 2022, quasi il 27% della superficie di tutte le terre emerse: mancherebbe perciò poco più del 3% per raggiungere l’obiettivo globale del “30x30”, considerando soltanto l’estensione geografica delle zone di conservazione e assumendo che tutte le OECMs considerate vengano riconosciute.

Tuttavia, quando si osserva quali biomi sono rappresentati all’interno di questo quasi 27% di aree conservate, i risultati non sono altrettanto positivi. Tra i sei biomi considerati (deserti, zone polari e alpine, savane e praterie, aree arbustive, boschi e foreste temperate, foreste tropicali e subtropicali), il più rappresentato è quello delle zone polari e alpine, dato che si spiega – precisano gli studiosi nell’articolo – con il basso costo economico di porre sotto tutela questi territori. Le potenziali OECMs contribuiscono soprattutto alla copertura delle foreste tropicali e subtropicali e di savane e praterie.

Ma c’è un “ma”

In generale, la bassa rappresentatività ecologica delle aree conservate è in linea con il fatto che le aree protette esistenti siano state istituite soprattutto in territori economicamente marginali e in zone remote o ad alta quota, come già documentato da diversi studi. Il quadro non migliora guardando alle ecoregioni, unità ecologiche più specifiche rispetto ai biomi: su 173 ecoregioni considerate, le aree protette riconosciute a livello globale coprono meno del 10% della superficie in 80 ecoregioni, mentre il dato scende a 51 ecoregioni con meno del 10% della superficie protetta se si considerano anche le aree protette nazionali e le OECMs. Quando si misura quanto equamente la protezione sia distribuita tra le varie ecoregioni, includere o escludere queste altre categorie di protezione non cambia di molto il risultato, che indica una certa disuguaglianza: rimangono decisamente sottorappresentati ecosistemi che avrebbero particolare bisogno di protezione proprio perché molto sfruttati economicamente. Anche le potenziali OECMs, infatti, si trovano spesso nelle ecoregioni che sono già più coperte: rimangono così poco rappresentati, una volta di più, gli ecosistemi con un alto valore economico, che, secondo la letteratura citata dagli autori, le aree protette esistenti trascurano.

Servono finanziamenti

La sovrarappresentazione di ecoregioni già ampiamente protette a discapito di altre potrebbe spiegare perché, nonostante siamo vicini a raggiungere un obiettivo importante e ampiamente pubblicizzato come quello del “30x30”, la perdita di biodiversità non accenni a rallentare. Gli autori specificano che limitarsi ad aumentare la superficie di aree protette non è sufficiente: bisogna pianificare la creazione di nuove aree protette così da tutelare gli ecosistemi e i biomi ancora poco rappresentati, e migliorare l’efficacia della gestione delle aree già esistenti (ufficiali o meno, come le OECMs) attraverso strategie che prevedano finanziamenti adeguati – proprio uno dei nodi centrali della COP17 – e l’applicazione effettiva delle misure di protezione e monitoraggio.

La conservazione della natura deve essere equa

Infine, i ricercatori sottolineano una componente dell’obiettivo 3 del Global Biodiversity Framework che rischia di ricevere poca attenzione nella fase di attuazione: le aree protette non devono solo riuscire a proteggere la biodiversità locale e la funzionalità degli ecosistemi, ma devono garantire che i sistemi di gestione siano equi e inclusivi nei confronti delle popolazioni che in quelle aree protette vivono, o che dipendono dall’ambiente locale e dalle sue risorse. Questo è importante soprattutto nelle OECMs, molte delle quali saranno gestite – dietro il loro consenso esplicito e informato – da popolazioni indigene e comunità locali: per questo, il loro ruolo nella tutela di questi angoli del mondo naturale deve essere adeguatamente riconosciuto, insieme al rispetto dei loro diritti e della loro cultura.

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