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Africa, tra pandemia e ricerca

In tutto il mondo – stando ai dati pubblicati da Worldometer e aggiornati al 16 giugno (ore 13.00) –  i casi di infezione da Sars-CoV-2 sono 8.138.820 e 439.590 decessi. In Africa, in particolare, i contagi sono 254.508 e le morti 6.804, una porzione che appare contenuta rispetto al totale. Gli Stati più colpiti sono il Sudafrica (con 73.533 casi), l’Egitto (46.289), la Nigeria (16.658), il Ghana (11.964) e l’Algeria (11.031). Eppure, nonostante queste cifre – si legge in un articolo apparso in questi giorni su Nature Medicine, a firma di alcuni membri dell’Africa Centres for Disease Control and Prevention (Addis Ababa, Ethiopia) – se si considerano le attuali tendenze in termini di incidenza e la vulnerabilità dei sistemi sanitari, l’Africa potrebbe diventare il prossimo epicentro della pandemia da Covid-19, nonostante le misure adottate finora. Il 7 maggio 2020 l’ufficio regionale per l’Africa dell’Organizzazione mondiale della Sanità ha annunciato che, sulla base di modelli di previsione, nel primo anno di pandemia da Covid-19 in Africa potrebbero morire dalle 83.000 alle 190.000 persone e da 29 a 44 milioni di africani potrebbero essere infettati dal virus.  Di questi, un numero di pazienti compreso tra i 3,6 milioni e i 5,5 milioni potrebbe invece richiedere il ricovero ospedaliero. Per questo, sottolineano gli autori, nel continente si deve vigilare e devono essere intensificati gli sforzi per rallentare la diffusione della pandemia e gettare le basi per una ripresa socio-economica. Per tali ragioni la strategia del “test-trace-isolate-treat” deve essere intensificata.

Altrettando necessario è condurre ricerca clinica. Già a marzo, scrivono Linda-Gail Bekker e Valerie Mizrahi  su Science, l’Academy of Science of South Africa aveva sottolineato che la ricerca su Covid-19 nel continente africano costituisce un “fattore chiave per rispondere a epidemie causate da patogeni emergenti e riemergenti”. L’Africa ha dovuto spesso affrontare emergenze dovute a malattie infettive come la tubercolosi, la malaria, la malattia da virus Ebola. Il continente, nella sua zona sub-sahariana, ha inoltre dovuto sopportare le conseguenze dell’epidemia di Aids, contando la metà delle infezioni annuali a livello globale. L'Africa ora si confronta con una nuova pandemia e deve aiutare a trovare soluzioni, secondo Bekker e Mizrahi, sia per il continente che per la comunità globale.


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Già in passato, l’Africa ha svolto un ruolo chiave nello sviluppo di nuovi prodotti medici. Partendo infatti dalla necessità di migliorare la salute pubblica locale, sono state avviate partnership tra team di ricerca internazionali che coinvolgono scienziati e clinici africani, oltre a rappresentanti della comunità. Al volgere del millennio l'Aids equivaleva a una condanna a morte in tutta l'Africa: ora non è più così. Oggi, molti farmaci antiretrovirali usati in tutto il mondo sono stati testati nell'Africa sub-sahariana e si sono rivelati essere dei salvavita per le persone con Aids ad uno stadio avanzato.

Sempre in Africa, inoltre, sono state sviluppate le linee guida per il trattamento della coinfezione da Aids e tubercolosi, della meningite criptococcica, della sindrome da immunoricostituzione, e sono stati valutati nuovi regimi terapeutici per la cura della tubercolosi resistente ai farmaci. Vaccini per la malaria e per la malattia da virus Ebola sono stati testati in tutto il continente. Recentemente, i candidati vaccini per la prevenzione della tubercolosi sono stati sperimentati nell'Africa orientale, occidentale, centrale e meridionale, prerequisito necessario prima della distribuzione.

Ora diversi Paesi in Africa si stanno preparando per condurre studi clinici su vaccini e terapie contro Covid-19 con più partner internazionali. Camerun, Zambia, Zimbabwe, Uganda e Sudafrica, riportano  Bekker e Mizrahi a fine maggio su Science, stanno chiedendo l'approvazione etica e normativa per il Chloroquine Repurposing to Health Workers for Novel Coronavirus Mitigation Trial. Nigeria, Tunisia, Egitto e Sudafrica hanno aderito al programma dell’Organizzazione mondiale della Sanità, Solidarity. Le autorità di regolamentazione nazionali e i comitati etici nazionali di tutta l'Africa hanno concordato di unire le loro competenze per accelerare la revisione e l'approvazione delle sperimentazioni cliniche per nuovi interventi multinazionali di prevenzione, diagnostica e terapia per Covid-19.  

Su tutti questi argomenti abbiamo chiesto un parere a Gavino Maciocco, docente di politica sanitaria all’università di Firenze e direttore scientifico della rivista Salute e Sviluppo, edita da Medici con l’Africa – Cuamm.

Secondo un articolo pubblicato su Nature Medicine, l'Africa potrebbe diventare il prossimo epicentro della pandemia di Covid-19. Cosa ne pensa?

I numeri attualmente non danno uno scenario così catastrofico. Il virus si è spostato da est a ovest, ha investito l’Europa e ora ha il suo epicentro in America, negli Stati Uniti e in Brasile, in particolare. I numeri in Africa sono ancora limitati fortunatamente. Rispetto agli oltre 8 milioni di casi mondiali, i contagiati nel continente africano sono circa 254.000; i morti a livello globale sono 439.000, in Africa 6.800 (dati riferiti al 16 giugno), anche se c’è verosimilmente una sottostima, perché si fanno pochi tamponi. Complessivamente non emergono problemi di affollamento degli ospedali o di elevata letalità. Se non in alcuni Paesi come il Sudafrica (che conta molti decessi), più assimilabile a uno Stato occidentale, in termini di densità di popolazione, ad esempio.  

A maggio, l'ufficio regionale per l'Africa dell'Oms ha annunciato che, secondo le sue proiezioni, nel primo anno della pandemia, potrebbero essere infettati da 29 a 44 milioni di africani …..

I dati dell’Oms di maggio sono basati su modelli matematici che, in molti casi, non tengono conto di variabili locali. Dal mio punto di vista, in Africa una variabile importantissima è la demografia, quindi la presenza di una popolazione giovane, a bassa densità abitativa tranne in qualche realtà. Pensare a proiezioni così catastrofiche mi pare azzardato.

Mi sembra che i danni maggiori sopportati dall’Africa siano legati soprattutto alla situazione economica mondiale che sta penalizzando fortemente il continente dal punto di vista economico e quindi anche sociale, perché c’è una crisi globale, una riduzione della domanda di materie prime. E l’economia dell’Africa si basa in larghissima parte sull’esportazione di materie prime. Si pensi poi anche al turismo, al blocco di queste attività, dei viaggi.   

Prendiamo l’Etiopia: qui il numero di decessi è abbastanza basso, ma molti morti sono dovuti ad esempio a un’epidemia di colera e di morbillo e a una forte diffusione della malaria. Per non parlare dell’epidemia di ebola che sta riprendendo forza in Congo. In questo momento tutti parlano di Covid-19 e dunque è giusto discutere di coronavirus anche in Africa, però la sua dimensione quantitativa è ancora limitata e rientra in un più ampio grappolo di altre epidemie, non ultima quella dell’Aids.

I morti provocati dall’Aids sono incomparabilmente superiori a quelli causati da Covid, si parla di milioni di morti all’anno e ciò avviene in una situazione in cui i sistemi sanitari africani sono debolissimi. È questo il vero problema del continente dal punto di vista sanitario: per vari motivi, interni e internazionali, i sistemi sanitari africani sono quasi tutti a pagamento, sia i servizi pubblici che quelli privati, e dunque una larghissima parte della popolazione non può permettersi le cure mediche. Non parliamo di Covid-19, per cui non c’è la cura medica, ma per esempio per Aids, tubercolosi, malaria, le terapie esistono, ma in molti casi i pazienti non ne possono usufruire per mancanza di soldi e spesso anche di servizi di buona qualità.   


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In Africa, dunque, i numeri della pandemia non sono così elevati come in altre parti del mondo. Quali le ragioni dal suo punto di vista?

C’è un problema che riguarda un po’ tutti, e cioè la sottonotifica dei casi che si presenta laddove si eseguono meno tamponi (per quel che riguarda i decessi, invece, la sottonotifica è meno grave). Si deve tener conto poi che, sul numero dei casi, c’è tra l’altro un 30-40% di asintomatici. In Africa i primi casi sono stati segnalati all’inizio di marzo, e non c’è stata la temuta curva simile a quella europea: se continua questa tendenza, non dobbiamo aspettarci numeri troppo allarmanti.

Veniamo alle ragioni. Il primo elemento è l’età media della popolazione africana: il virus tra i giovani circola senza produrre casi gravi, mentre determina conseguenze catastrofiche via via che si sale con l’età. Il secondo elemento è la minore densità di popolazione e quindi una minore probabilità che il virus determini delle catene di contagio come avviene in aree densamente popolate. Infine, ci sono una serie di altre considerazioni che hanno a che fare con la genetica e l’influenza di un clima del caldo, tuttora oggetto di studio e ricerca.

In Africa le misure di lockdown sono state molto blande e nemmeno molto osservate: nonostante le misure di distanziamento fisico siano state limitate, tuttavia, non si è assistito a un eccesso di casi come c’era da attendersi. D’altra parte, si è visto che le precedenti epidemie di coronavirus, di Sars nel 2002-2003 e di Mers nel 2012-2015 nel Medio-oriente, non hanno provocato conseguenze significative nel continente africano: quindi potrebbe darsi che il coronavirus non sia particolarmente pericoloso in queste zone, per motivi ancora del tutto ignoti.

L’Academy of Science of South Africa ha sottolineato l'importanza della ricerca su Covid-19 nel continente africano come "fattore chiave per rispondere a epidemie causate da patogeni emergenti e riemergenti". Cosa ne pensa?

Il messaggio è del tutto condivisibile. L’Africa avrebbe bisogno di fare ricerca soprattutto nel campo della sanità pubblica, per riuscire a capire la ragione per cui nel continente non si riescano ad avviare forme di mutualità che permettano alle persone di non essere costrette a pagare, quando hanno bisogno di un servizio sanitario. Il Cuamm, per esempio, si sta muovendo in questa direzione. Sarebbe molto importante capire come poter intervenire a livello comunitario per proteggere le popolazioni dal costo dei servizi (e quindi dalla rinuncia a curarsi), considerando soprattutto l’attuale mancanza di intervento da parte dello Stato.

Come lei ha ricordato, l’Africa ha dovuto affrontare malattie come la tubercolosi, la malattia da virus Ebola, la malaria, l’Aids. Ritiene che l’esperienza acquisita possa ora fornire un vantaggio nello studio di nuovi farmaci e vaccini contro Covid-19?

Questo certamente, non c’è dubbio, al pari di altri tipi di ricerche. Bisogna stare attenti però, perché c’è stato un periodo – ora questo accade meno – in cui nel continente africano si sperimentavano farmaci in maniera disinvolta, provocando talora anche gravi conseguenze.

Nello studio di nuove terapie e vaccini per Covid, ritiene che i Paesi a basso reddito, come l’Africa, presentino delle variabili di cui è necessario tener conto?

Si deve tenere conto del fatto che si va a sperimentare un farmaco, un vaccino in situazioni in cui c’è contemporaneamente la diffusione di altre malattie infettive che, in qualche maniera, possono interferire. Ma si tratta di aspetti che i ricercatori conoscono benissimo. La cosa importante è che lo studio venga condotto all’interno di un protocollo approvato da un comitato etico e con il consenso delle persone che vengono coinvolte.

Ad aprile, si legge su Nature, l’Oms auspicava una maggiore partecipazione dell’Africa al programma Solidarity. Degli oltre 300 trial clinici la maggior parte erano distribuiti in Cina e Corea, ed altri erano in arrivo in Europa e negli Stati Uniti. Pochissimi erano previsti in Africa, nell’America Latina e nel sud, sud-est asiatico. Ad oggi, nel continente africano gli Stati che hanno aderito a Solidarity sono Nigeria, Tunisia, Egitto e Sudafrica. A cosa si deve questa situazione dal suo punto di vista?

Lei ha citato, tra i Paesi africani, quelli che hanno il maggior numero di casi: Egitto, Nigeria, Sudafrica, oltre a Ghana e Algeria. Dovendo condurre uno studio è evidente che ci si muove nelle zone che presentano un numero più alto di contagi. Credo che la partecipazione a Solidarity sia legata a questo: le nazioni con pochi casi sono meno interessate. E poi si deve tener conto anche di una minore robustezza delle loro strutture locali di ricerca, non c’è dubbio.

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