CULTURA

Dai libri alla fiction: scrivere e recitare con Rocco Schiavone

Antonio Manzini è nato nel 1964 (il 7 agosto), Rocco Schiavone nel 1966 (il 7 marzo), Marco Giallini nel 1963 (il 4 aprile), tutti e tre a Roma, e da una decina d’anni la loro vita si è spesso intrecciata, prevalentemente lontano da Trastevere, grazie a comuni emozioni, vicende, dolori, culture, successi, esperienze. L’ottimo attore Marco bene interpreta in televisione l’amato personaggio Rocco inventato dal bravissimo scrittore Antonio. Il primo romanzo di Manzini in cui compare Schiavone fu pubblicato nel 2013, ambientato in Val d’Aosta a inizio di quell’anno, i sei episodi della prima stagione televisiva in cui Giallini interpreta Schiavone con la sceneggiatura (anche) di Manzini, andarono in onda su Rai2 già nell’autunno 2016, girati l’anno prima. Il personaggio è nato scritto, da leggere, ed è cresciuto anche recitato, da vedere.

Successi su carta e sullo schermo

Fiction letteraria noir e cinematografica gialla ebbero subito grande meritorio successo, probabilmente non solo grazie al protagonista vedovo, genitori operai morti da decenni, laureato in giurisprudenza, ateo e sarcastico, irascibile e manesco (all’inizio), facile alla corruzione e all’investigazione, alle donne e alla marijuana (una canna ogni mattina, circa), a Clarks Loden Volvo Camel, con pesante inflessione romanesca, sarcasmo e ottimo intuito poliziesco, continuamente indisciplinato. Una volta aveva pestato uno stupratore seriale (figlio di un politico influente), era quindi stato “promosso” e mandato per punizione lontano, dal commissariato della Cristoforo Colombo ad Aosta. La prima avventura inizia con Rocco e presto arriva un cadavere, come da regola: mentre lui è a letto con la bella commerciante Nora Tardioli, stilista e disegnatrice di abiti da sposa, lo avvisano di un corpo sepolto nella neve e travolto dal gattista col bestione cingolato su una ripida scorciatoia. Si tratta di Leone Miccichè, marito della meravigliosa Luisa Pec, incinta. Rocco cambia scarpe e scopre chi, dove, come, quando e perché, riuscendo pure a rubare a ladri e a liberare cingalesi.

Al 47enne vicequestore hanno ucciso per caso, circa sei anni prima, l’amata vitale moglie Marina, restauratrice d’arte, sposata nel 2001. Lei ancora gli appare spesso: conversano gentilmente, tornano sui ricordi felici e sulle parole aggiornate, Rocco non riesce a trovare nuove motivazioni alla vita. Il concetto viene ribadito in ogni romanzo, uno dedicato proprio a quanto accadde, con varie conseguenze in altri. Quel 7 luglio 2007 (titolo del romanzo con protagonista la moglie di Rocco) si ruppe troppo. Vivevano nell’appartamento di via Poerio e una domenica mattina Marina, dopo aver studiato i conti bancari, gli aveva chiesto spiegazioni sulle entrate, visti i soldi che spendeva. Rocco era stato povero e aveva amici sul crinale del crimine: arrotondava sui carichi di marijuana sequestrati, intascava le bustarelle di chi era stato scoperto, rivendeva quadri o preziosi trovati sul lavoro. Lei era figlia di agiati onesti professionisti: si era indignata profondamente e aveva fatto la borsa, se ne era tornata a casa dei genitori con la Panda per riflettere sul proprio amore per quel bestione irrisolto e ingiustificabile. Rocco si era tuffato nell’indagine in corso, risultando bravo come al solito, intanto Marina era tornata da lui amandolo e chiedendogli moralità. Ma c’era chi ormai ce l’aveva con lui: gli spararono mentre era al volante, non lo colpirono e, invece, uccisero Marina.

Lo ritroviamo anni dopo in montagna fra la neve, trasferito appunto per indisciplina, naso a punta, occhi penetranti, alto e dinoccolato, un vicequestore acuto sempre pronto a scrivere a grandi lettere il livello di rottura di c. delle cose che gli accadono intorno.

Escalation di omicidi e di risoluzioni

Gli omicidi sono a livello dieci e Rocco Schiavone finisce per risolverli sempre. Intorno a lui una squadra memorabile di vice e agenti (più e meno capaci e ossessionati), il questore e il magistrato (più o meno diffidenti o alleati), via via coinquilini e cane (minuscola cagnolina Lupa), donne attraenti di cui non riesce a innamorarsi, gli amici di sempre (due ancora benestanti delinquenti a Roma) e nuovi amici, perlopiù nuove coppie (non solo etero). Ormai siamo giunti a 28, 14 romanzi (tutti editi da Sellerio) e altrettanti racconti (tutti nelle raccolte Sellerio, i suoi pure riediti in due appositi volumi), la serie televisiva gli è corsa parallela, manca l’ultima avventura di qualche mese fa, ma una delle attrici importanti, la splendida Valeria Solarino si è lasciata sfuggire alla fine della sesta stagione che tra un paio di anni potremmo auspicabilmente vedere la settima. Lei interpreta la giornalista Sandra Buccellato e nell’ultimo romanzo assume un ruolo cruciale, dovrebbe saperlo.

Antonio Manzini, Il passato è un morto senza cadavere (Sellerio, 2024, pag. 567). Siamo in Val d’Aosta e altrove (anche Svizzera e Slovenia) nel novembre e dicembre 2015. Non sono trascorsi nemmeno tre anni dalla prima avventura. Il burbero vicequestore Rocco Schiavone continua ad annoiarsi ad Aosta: talora finisce per dormire sul divanetto in ufficio; schiaccia non più di tre ore scarse di sonno ogni notte; fa sogni densi, pure di lacerti di dialogo fra figlio madre amici; si sveglia con albe meravigliose e conseguente voglia di spararsi; s’accende subito da fumare, quasi sempre una canna. Quella mattina, poco dopo l’alba, in questura giunge notizia di un ciclista travolto sulla strada della Valsavarenche: il cadavere in fondo a un dirupo, schiacciata la bellissima bici (Pinarello, sopra i 6.000 euro). La polizia arriva sul posto e, dopo le prime indagini, si capisce che si tratta di agguato e omicidio: l’auto arrivava dalla corsia opposta.

La vittima è il quasi 47enne Paolo Sanna, originario di Ancona, famiglia benestante (rendita mensile personale di 10.000 euro), celibe, libero professionista vario, a Milano dal 2000 al 2009, poi - come in fuga - qualche relazione amorosa all’estero e in Italia, infine ad Aosta. Rocco inizia a indagare, intanto incrociando donne, sia le compagne antiche e recenti dell’ucciso, sia le belle con cui lui stesso ha intessuto relazioni: la prima è la commerciante Nora, esordio in città senza stimolo affettivo per lui, una fugace storia pure con Sanna; l’ispettrice Caterina, appena tornata dal viaggio di nozze, antichi conflitti professionali e sentimentali, permanente sentita stima; la giornalista Sandra, ex del questore, ora con tipi belli o gente strana, loro due non sono mai riusciti a fare sesso nonostante la conclamata attrazione reciproca.

Di chi e di quale faccenda avesse grande paura la vittima non si riesce a ricostruire bene niente, forse c’entra qualcosa accaduto quando era giovane militare in Friuli Venezia Giulia nel luglio 1989 e forse non si tratta della prima studiata morte connessa nell’ultimo quindicennio. Così, Rocco e tutta la squadra sono costretti a raggiungere città di differenti aree del centro e del nord, mentre lui intuisce che Sandra è in pericolo e svolge una seconda parallela investigazione privata, finché lei scompare e lui si dispera, misteri e violenze da affrontare risultano davvero tanti. Nonostante la sua perizia, i conti in sospeso restano troppi. Anche il quattordicesimo è un godibilissimo riuscito romanzo per l’attore e regista di teatro Antonio Manzini (Roma, 1964), nell’eccelsa serie concepita come opera unica “alla ricerca del tempo perduto”.

Apprezzamento di critica e pubblico

L’apprezzamento di critica e di pubblico è risultato sempre straordinario e meritato (anche in televisione, uno dei più grandi successi della storia di Rai Fiction), la seconda stagione a fine 2018, poi 2019, 2021, 2023 e ora la sesta a inizio 2025. Oltre ai connessi 14 racconti (28 storie in vario modo finite nella serie), a ottimi otto romanzi (l’ultimo per Il Giallo Mondadori, ambientato a Bologna) e due racconti “altri” (senza Schiavone, pur belli), dal 2013 Manzini ha narrato finora di fatto pochi anni valdostani del suo vedovo personaggio romano nato nel 1966 (due anni più dell’autore, tre dell’attore), “insoburdinata” naia in aeronautica e intensi dolori lombari, gran scassinatore e incapace di uccidere; con incursioni nel passato trasteverino e talora “trasferte” nella capitale; accanto a costanti “apparizioni” affettuose della moglie uccisa Marina, quattro in quest’ultimo romanzo (intorno al termine “nazireo”). Nella nuova avventura viene preso di petto proprio da Marina (oltre che da altre e altri) il processo di desertificazione interiore di Rocco (il continuo circuito di inedia e rabbia, illusioni e delusioni, attrazione e solitudine amorosa).

Sandra, prima di scomparire suo malgrado, gli dice: “Tu ci sguazzi nella memoria pur di evitare il presente. Figuriamoci il futuro”. Marina gli fa pensare in testa: “Non ti devi liberare da qualcosa che non sai o non vuoi vivere. Devi tornare a imparare a vivere. Accogliere la vita”. Si sa: lui non vuole negare il passato e giustificare i danni inferti. E però questa volta si domanda di continuo se forse non abbiano proprio ragione e se il presente non precipiti troppo presto sul passato (da cui il titolo). Mentre intanto continua a fare il tifo consapevole per le efficaci azioni ecologiste di protesta dell’Esercito di Liberazione del Pianeta, acronimo ELP; a chiedere consiglio e aiuto (anche di presenza) ai cari amici abbastanza fuorilegge Brizio e Furio; a stringere maggiore conflittuale amicizia con il questore Costa e il magistrato Baldi; a scherzare con i colleghi amici “scienziati” Michela e Alberto, alla vigilia dei loro matrimonio e viaggio di nozze; a girare in Loden e sostituire Clarks; ad aggiornare il cartellone con nuove rotture di c. (al nono cerimonie come battesimi, cresime, comunioni e matrimoni; come pure i cibaroli scassacazzi del menu; all’ottavo la speranza e le storie d’amore); ad arricchire l’immediata associazione di una nuova conoscenza a una qualche specie animale (nel bestiario questa volta una cattiva rana della pioggia, un’iguana trasformista, un cricetus cricetus e altro ancora); a gestire la fedele Lupa.

La narrazione avviene, come in tutte le precedenti occasioni, in terza persona varia al passato (in prevalenza su Rocco), un capitolo dedicato a ognuna delle 19 intense giornate per giungere a togliersi qualche sassolino dalle scarpe in conferenza stampa e per correre all’ospedale. Lo stile appare sempre curato e coerente fra commozione e sorriso; i dialoghi risultano brillanti e divertenti, molti con l’affiatato vice di fatto e sciupafemmine Antonio; anche quelli fra gli altri lenti cauti scalcagnati agenti, alle prese con poesie o affetti. Un Fiano al Grottino sotto casa, la Barbera alla festa dei promessi sposi, Bellavista Franciacorta con gli amici al ristorante di montagna, grappa in Friuli. A Roma, dopo il secondo omicidio, un pensiero bello e triste va a un grande successo di Ornella Vanoni, sul domani. Anche nei romanzi precedenti curato indice dei vini (nel primo Verdicchio di Matelica) e intrigante lista di musiche (segnalo Paolo Conte). Rum e cioccolata fondente non possono mancare quasi mai sulla pagina scritta, ovviamente meno sullo schermo (per quanto ci siano inevitabili immagini pubblicitarie). Loro, Antonio e Marco, probabilmente un poco si divertono, si curano e si identificano nello scrivere e nel recitare, noi molto godiamo nel leggere e nel vedere.

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