SOCIETÀ

Paesaggi sonori. Il suono per mappare geografie invisibili

Con la nascita degli studi sul soundscape e delle pratiche correlate, il suono ha iniziato a intersecare il linguaggio delle carte geografiche generando forme diverse di mappature sonore, evolutesi nel tempo, in parallelo allo sviluppo di strumenti digitali sempre più accessibili e funzionali. Quella del soundmapping è oggi un’area di sperimentazione ancora aperta che assume le forme dell’archivio diffuso, dell’atlante di narrazioni, delle pratiche di esplorazione acustica, del prodotto discografico.

La cartografia tradizionale sembra essere connessa esclusivamente al senso della vista, tutt’al più a quello del tatto. Ortelio nella lettera dedicatoria del Theatrum definì la geografia “occhio della storia” e intese la mappa come speculum, materiale riflettente capace di mostrare il mondo. Nonostante si tratti dunque di un dispositivo della visione, grazie allo sviluppo tecnologico e a un interesse rinnovato per la relazione suono-spazio, le mappe hanno a un certo punto integrato il livello sonoro a quello visuale.

La relazione suono-mappa può, però, sembrare non così lineare. Questa assume forme e modelli eterogenei in cui, paradossalmente il supporto visuale (la carta tradizionalmente intesa) non è sempre presente.

Maps are more than pieces of paper. They are stories, conversations, lives and songs Andrew Warren

A ben vedere, la notazione musicale – dal pentagramma alle tablature303, alle partiture informali – risulta già una mappa utile a orientarsi sullo strumento musicale, secondo un codice e un sistema simbolico condiviso. In alcune esperienze contemporanee, forme di notazione grafica appaiono molto simili a una carta geografica. Un esempio è la partitura di Artikulation di George Ligeti.

Spartiti musicali sono stati interpretati a volte come mappe vere e proprie. Accade a Mittelwald, dove un liutaio vede nelle pause del Marsch-Impromptu di Gottfried Federlein una mappa del tesoro per trovare l’oro di Hitler.

Un’idea ufficiale di sound map è però strettamente legata alla nascita degli studi sul paesaggio sonoro e riguarda quelle pratiche di esplorazione geografica che includono, appunto, il suono nella rappresentazione di un luogo specifico. Le modalità con cui si innesca questa relazione sono differenti; nell’accezione comune del termine sound map ci si riferisce a mappe digitali interattive web-based che attraverso l’uso di marcatori attivabili dall’utente permettono l’ascolto di registrazioni e suoni. Si tratta di ampi archivi acustici diffusi i cui documenti sono localizzati attraverso marker disposti sulla carta. Sono presenti sulla rete centinaia di esempi di mappe di questo tipo; alcuni progetti sono attivi e aggiornati in modo continuo, altri risultano abbandonati.

Esistono mappe che riguardano una singola città (Montreal Sound Map, Venezia Sound Map), specifiche regioni (Basque Country Sound Map etc.) o l’intero globo (Aporee, Cities and Memory etc.). Spesso sono archivi collettivi, realizzati in modo collaborativo da professionisti, talvolta si tratta di piattaforme aperte cui l’utente può contribuire in modo spontaneo rispettando alcuni criteri (qualità della registrazione audio, durata etc.). La mappa non è più dunque l’opera di un singolo cartografo, ma uno strumento di condivisione spesso basato su un modello visuale comune.

Ticino Sound Map è un progetto del DFA di SUPSI e costituisce un archivio sonoro partecipativo del Ticino. I file al suo interno sono organizzabili per tag e per categorie.

Se il modello di “cartofonia” più diffuso è questo che vede il suono aggrappato alla mappa virtuale, esistono tuttavia altre forme di sound mapping che invertono le posizioni di carta e suono o le sovrappongono. Un modello di mappatura basata sul suono ha la forma di file audio lineari e rinuncia al supporto grafico: A sound map of the Hudson river (1982) di Annea Lockwood, commissionato da Hudson River Museum, è un brano della durata di circa 70 minuti che raccoglie le registrazioni del fiume Hudson effettuate lungo 15 punti di ascolto, dalla sorgente fino all’oceano, e interviste agli abitanti dei luoghi registrati. La Lockwood ha applicato questo format anche al Danubio, tracciando una simile mappa acustica.

Opere di natura installativa permettono di ricreare mappe sonore di un luogo in un luogo altro. È il caso di Inside the Circle of Fire - A Sheffield Sound Map del field recordist Chris Watson, che ricostruisce in uno spazio museale una sound map della città di Sheffield.

Altre forme di sound mapping superano il limite della carta e si ancorano al territorio stesso, essendo connesse alle pratiche di sound walking e listening walking. In questo caso la mappa può orientare il cammino, oppure può incidere direttamente il territorio, in un processo simile alle prassi della Land Art. Janet Cardiff utilizza sistemi auricolari e registrazioni binaurali per creare percorsi narrativi nello spazio.

I percorsi Oto-date dell’artista contemporaneo Akio Suzuki sono una trasposizione delle sound map digitali nel mondo reale. Suzuki traccia sull’asfalto, sulla pietra, sul terreno dei marcatori fisici (l’icona di un cerchio che contiene orecchie e piedi). Questi “punti di ascolto” sono attivati dall’ascoltatore semplicemente ponendocisi sopra e ascoltando il mondo intorno. Lo spazio è così tracciato in modo nuovo e l’ascolto geolocalizzato.

Già molto prima della teorizzazione del soundscape e della nascita della Sound Art, Le vie dei canti (Songlines) degli aborigeni australiani fornivano un esempio pratico di soundmapping, in cui i canti rituali sono contemporaneamente miti della creazione e mappatura del territorio. Una digitalizzazione multimediale di alcune lines è proposta dal Governo australiano. Proprio la convinzione che il suono possa guidarci e orientarci attraverso il mondo è stata all’origine dell’organizzazione del workshop internazionale Soundmapping: a critical history of sonic cartography, svoltosi nel 2018 al Convento del Bigorio, in Svizzera e guidato dal poeta e storico americano Hillel Schwartz. Il workshop è stata l’occasione per porsi un interrogativo che non sembra più essere speculativo: cosa accadrebbe se tornassimo al suono come strumento principale per mappare il nostro corpo, le nostre città e l’universo intero?

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