SCIENZA E RICERCA

Comunicare la scienza, la sfida più difficile

Nel 1945 Vannevar Bush, ingegnere americano a capo dell’Office of scientific research and development durante la seconda guerra mondiale, scriveva un documento rivolto all’allora presidente, Science, the endless frontier. A report to the President, in cui definiva la scienza come la “gallina dalle uova d’oro”. Era necessario investire in ricerca, nutrire la gallina in modo ricco e appropriato, perché questa producesse uova (tecnologia, sviluppo, benessere) utili alla società. Si trattava di un progresso lineare, in cui il popolo stava a guardare: mangiava le uova, ma non interferiva in alcun modo. 

A distanza di quasi 70 anni stanno ancora così le cose? Nel rapporto tra ricerca scientifica e società quest’ultima è ancora solo una presenza passiva? La risposta si trova tra le pagine dell’Annuario scienza tecnologia e società 2014, edizione speciale curata quest’anno da Massimiano Bucchi e Barbara Saracino.  

Si dirà innanzitutto, a voler continuare la metafora, che la ricerca scientifica in Italia, pur non essendo così ben nutrita, produce buone uova. Nel 2013 il nostro Paese ha investito poco più dell’1% del Pil in ricerca e sviluppo, posizionandosi ben al di sotto sia della media Ocse che dell’Unione europea. Con quattro ricercatori ogni 1.000 occupati, si colloca al 28 posto tra i 34 Paesi Ocse. Nel 2012 i ricercatori impiegati all’università erano 43.470, il 3,5% in meno rispetto all’anno precedente. Le donne hanno poco spazio: solo il 34% sono inserite nel settore della ricerca e il 36% insegnano nell’accademia. A ciò si aggiunga l’esiguo numero di ricercatori con meno di 40 anni, appena il 12%, un dato che garantisce all’Italia un buon ultimo posto tra i Paesi europei. Pochi, tra i più anziani e con scarse risorse dunque i nostri ricercatori. 

Eppure, a fronte di questa situazione, tra il 2007 e il 2012 il nostro Paese si è collocato al quarto posto, dopo Germania, Regno Unito e Francia, come numero di  progetti di ricerca finanziati dal 7° Programma quadro dell’Unione europea, 9.111 per un totale di 2.778 milioni di euro. E ancora, tra gli Stati su cui ha maggiormente investito l’European research council l’Italia si guadagna il sesto posto. 

Al di fuori della ristretta cerchia degli addetti ai lavori, anche la società si interessa alla scienza. I cittadini oggi, sottolinea l’indagine di Bucchi e Saracino, non sono così “analfabeti” e poco informati sul piano scientifico come si tende a immaginare ma, pur con le dovute differenze tra le diverse fasce di popolazione (in base all’età e al grado di istruzione), il livello di competenze è in linea con gli altri Paesi europei e, anzi, in crescita negli ultimi anni. A emergere è la tendenza che vede sempre più produttori e fruitori, scienziati e pubblico, incontrarsi senza il bisogno di mediatori (testate, programmi di divulgazione), per esempio attraverso festival o eventi scientifici, media digitali o altre occasioni di scambio culturale. I cittadini, in questo modo, assumono un ruolo sempre più attivo. 

Nel 2012 il 70% degli italiani intervistati riteneva che nei 20 anni successivi “i settori più avanzati della ricerca scientifica avrebbero prodotto cambiamenti positivi sul piano sociale e della vita quotidiana” e il 65% affermava che solo la scienza avrebbe potuto raccontare la verità sull’uomo. Si tratta di aspettative che caricano gli scienziati di non poche responsabilità, specie perchè molte questioni di interesse pubblico sono legate alla scienza. Si pensi al recente caso Stamina o, qualche anno fa, al terremoto dell’Aquila che ha portato nell’ottobre del 2012 alla condanna di alcuni componenti della Commissione Grandi Rischi. In quel caso, il 52% degli intervistati considerava che la condanna fosse sbagliata, da un lato perché i terremoti non si possono prevedere, dall’altra perché spettava ai politici allertare la popolazione; ma un buon 42%, a favore della condanna, riteneva invece che nel dubbio gli scienziati avrebbero dovuto dare l’allarme alla popolazione. Ed è proprio questo, al di là della sentenza, che reclama più in generale il 58% della popolazione: un rapporto diretto con gli esperti in caso di potenziali rischi come terremoti o alluvioni. Il cittadino vuole essere coinvolto in prima persona.

Anche per questa ragione oggi si tende a favorire la partecipazione del pubblico ai processi di comunicazione della scienza, sia per migliorare la discussione che per condividere le decisioni. Ne sono un esempio molti progetti degli ultimi anni. Giuseppe Pellegrini, tra i dieci casi che riporta nel volume, cita ad esempio l’iniziativa internazionale World wide views on global warming che ha coinvolto 4.000 cittadini di 38 Paesi prima della quindicesima conferenza sul clima che ha avuto luogo a Copenhagen nel 2009. L’argomento su cui discutere era l’effetto del riscaldamento globale prodotto dall’uomo sull’ambiente e sulla salute e il risultato che si ottenne fu una serie di raccomandazioni di politica ambientale da presentare al convegno di Copenhagen. Anche l’Italia si muove in questo senso. Nel 2004 la Lombardia ha organizzato una delle prime consensus conference per dibattere l’utilizzo di Ogm per sperimentazioni agricole con l’obiettivo di redigere delle raccomandazioni da trasmettere alla Regione. 

Ma a dimostrare l’importanza della partecipazione pubblica è anche il nuovo programma quadro della Commissione europea per la ricerca e l’innovazione avviato quest’anno, Horizon 2020. Il progetto intende infatti rendere più stretto il rapporto tra scienza e società attraverso azioni che mirano a educare alla cultura scientifica e a rafforzare la fiducia e l’impegno dei cittadini nelle questioni che riguardano la ricerca e l’innovazione. Coinvolgendo in modo particolare i giovani e facendo lavorare insieme tutti gli attori coinvolti nel processo di ricerca e innovazione, da chi produce la scienza, a chi la fruisce. Ricercatori, cittadini, politici, terzo settore etc. devono dunque essere seduti allo stesso tavolo.  

Da una iniziale comunicazione top-down, dunque, che si basava sulla convinzione che la società fosse carente di interesse e informazione nei confronti della scienza, l’orientamento è ora verso il dialogo e ancor più verso la partecipazione. Un modello comunicativo, quest’ultimo, che vede il cittadino discutere sia con gli scienziati che con le istituzioni e che introduce i concetti di citizen science (le persone possono contribuire alla ricerca nella fase di raccolta dati) e open science (i protocolli, le informazioni e le pubblicazioni sono accessibili al pubblico). 

Ecco perchè, si sottolinea, “in vari Paesi e anche a livello europeo, le parole chiave degli schemi di finanziamento e dei documenti di policy sono slittate da ‘comunicazione’ a ‘dialogo’, da ‘scienza e società’ a ‘scienza nella società’”.

Monica Panetto

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