SOCIETÀ

Dirigenti sì, ma senza laurea?

Pochi laureati, pochissimi titoli post laurea: la formazione di eccellenza appare estranea a molta parte della classe dirigente italiana. Lo afferma l’8° Rapporto “Generare classe dirigente”,  uno studio sulle strategie educative delle classi dirigenti italiane, realizzato per la Fondazione Agnelli da Carlo Barone e Giulia Assirelli, e pubblicato dall’università Luiss. 

Lo studio muove da una nozione di classe dirigente che comprende gli imprenditori, proprietari di medie o grandi imprese; i dirigenti, privati e pubblici; i professionisti altamente qualificati. Complessivamente si tratta del 14% degli occupati tra i 30 e i 65 anni d’età in Italia e i tre segmenti posseggono livelli di scolarità molto diversi: i laureati sono il 10,4% tra gli imprenditori, al 32,7% tra i dirigenti e salgono al 60% tra i professionisti il 20% dei quali possiede anche un titolo post laurea. Da segnalare che il 44% degli imprenditori italiani non ha nemmeno il diploma. 

“Esaminare le strategie educative delle classi dirigenti italiane significa mettere a fuoco la questione dell’efficacia e dell’equità dei meccanismi di selezione nelle posizioni di vertice del nostro sistema economico e politico: un tema di notevole rilevanza rispetto agli obiettivi di crescita economica e di equità sociale” spiegano i ricercatori che, sulla base di un questionario realizzato dall’Istat, hanno effettuato delle analisi specifiche sulla ricerca del  “buon apprendimento” da parte di coloro che più dovrebbero apprezzare la qualità dei processi didattici per l’inserimento professionale dei loro figli.

Ne esce un quadro impietoso: le nostre classi dirigenti sono in media meno istruite rispetto agli altri Paesi e i loro figli non si differenziano in media né per la scelta dei corsi di laurea più forti dal punto di vista degli sbocchi occupazionali, né per la qualità delle università che scelgono. Ci sono alcuni segnali positivi grazie alla scelta di percorsi formativi più internazionali: Erasmus, percorsi bi-nazionali, studio all’estero e al fatto che i figli dei professionisti godono di una “rete di protezione” che li guida nella scelta della laurea che, di solito, è la stessa del padre. Elementi che consentono di affermare come “maggiore trasparenza sulla qualità dei corsi di laurea e sulla loro capacità di condurre ad un buon impiego permetterebbe, da una parte, alle classi dirigenti di definire una vera strategia di formazione, che oggi sembra mancare, e dall’altra di facilitare la competizione tra atenei che premierebbe le università migliori, grazie alle scelte che perseguirebbero gli studenti e le loro famiglie. Il risultato è che la scarsa trasparenza rende ancor più difficile anche per le classi dirigenti l’apprendimento “appropriato” mentre favorisce meccanismi surrettizi di tipo “familistico” con la conseguenza di generare disuguaglianze maggiori sul piano del merito e della mobilità sociale”.

Non si riconosce in questa analisi il presidente dei giovani industriali padovani Rodolfo Cetera che sottolinea come i suoi 200 iscritti siano tutti laureati e molti con esperienza all’estero: “Sono colpito perché quella descritta non è la realtà che respiro tutti i giorni. Forse è perché la nostra è una realtà particolare e quella di Padova è una prestigiosa università.  Penso anche al progetto triennale “Alta scuola”  di Confindustria nazionale che ogni anno forma 25 imprenditori, un progetto altamente professionalizzante per il quale sono stati investiti 150.000 euro”. Cetera poi racconta dello stretto rapporto con il mondo della scuola padovano grazie a “Educational”, un programma che porta gli imprenditori nelle scuole, e ai concorsi “Luci sull’impresa” e “M’imprendo” che lavorano sulle start up nelle scuole superiori e all’università. “Penso anche alla collaborazione eccellente che abbiamo instaurato con gli studenti della Scuola galileiana, ma qui gli studenti sono pochi e sarebbe necessario investire maggiori energie in questa realtà - continua Cetera - In generale serve un maggior contatto tra il mondo del sapere e quello del saper fare per ridare energia al Paese”.

Dal rapporto emerge chiaramente come la scarsa differenza tra le proposte degli atenei finisce per pregiudicare la capacità del sistema formativo di segnalare le eccellenze individuali e di offrire opzioni formative di alta qualità per cui le classi dirigenti o monopolizzano i livelli superiori del sistema formativo, oppure attuano strategie di stampo ascrittivo con la trasmissione diretta dell’impresa o dello studio professionale, l’iscrizione dei figli ai corsi di laurea che consentono loro di accedere alle stesse occupazioni dei genitori, il ricorso a reti sociali e sostegni informali per favorire il loro inserimento professionale.

Donatella Gasperi

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