SCIENZA E RICERCA

Enti pubblici di ricerca: miopia e approssimazione

L’11 ottobre scorso compare sul Sole24Ore un articolo dal titolo “Nasce il ‘super-CNR’ per la ricerca” a firma di Marzio Bartoloni ed Eugenio Bruno. L’articolo anticipa l’intenzione del governo di accorpare in un unico ente pubblico di ricerca, denominato ancora Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), undici enti pubblici attualmente autonomi: il CNR, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), l’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica (INRIM), la Stazione Zoologica “Anton Dohrn”, l’Istituto Italiano di Studi Germanici, l’Istituto Italiano di Alta Matematica, il Museo Storico della Fisica e Centro Studi e Ricerche “Enrico Fermi”. Nell’articolo si aggiunge che saranno istituite contestualmente due nuove Agenzie, una dedicata al trasferimento tecnologico e l’altra al finanziamento della ricerca.

Nella comunità scientifica l’articolo del Sole24Ore ha generato immediatamente reazioni indignate e di sconcerto. Ma sanno davvero quello che fanno? Si rendono conto che in questo modo rischiano la distruzione di una componente fondamentale del sistema della ricerca italiana? Non hanno colto il nesso, di cui pure parlano sovente, tra ricerca e innovazione da un lato, e sviluppo sociale, civile ed economico del Paese dall’altro?

L’allarme viene in qualche modo attenuato dalla pubblicazione il 16 ottobre del testo uscito dal Consiglio dei ministri del 9 ottobre dove a pagina 36, l’articolo 11 dà conto del “Riordino degli enti di ricerca”. Osserviamo innanzi tutto che questo testo è rivisto rispetto a quello che era stato passato al Sole24Ore. In esso non si parla di istituzione di nuove Agenzie, e in realtà neppure di accorpamento vero e proprio degli enti ma solo di unificazione del sistema di governo degli enti (la famigerata “governance”, un termine che ricorre sempre più come panacea di tutti i mali) a fini di risparmio e razionalizzazione. Anche se, superando lo scoglio del linguaggio ministeriale, ci si accorge che quanto si legge al comma 2 (“garantire il mantenimento dell’identità storica, l’attuale denominazione, l’autonomia scientifica e budgetaria [sic!]” degli enti) contrasta con quanto si legge al comma 6 (“gli enti di cui al comma 1 sono riordinati, trasformati o soppressi”). Va inoltre segnalato che ulteriori versioni del testo circolano in questi giorni.

E osserviamo anche che nel testo pubblicato sul sito del governo si prevede l’istituzione della Consulta dei presidenti degli enti in questione che dovrà formulare una proposta al ministro. Insomma tardivamente e con tempi strettissimi (la proposta dovrà essere presentata al ministro entro il 31 gennaio 2013) si coinvolgono gli enti di ricerca nel progetto.

Ma in realtà molte preoccupazioni permangono. La prima riguarda il fatto che la comunità scientifica da tempo denuncia l’inadeguatezza degli interventi politici su alcuni parametri critici del settore ricerca: il numero di ricercatori rapportato al numero totale di lavoratori è in Italia circa la metà rispetto alla media europea; la percentuale di PIL dedicata al settore è irrisoria; il sistema industriale, tanto rispetto alla specializzazione produttiva quanto rispetto alla misura aziendale, ha caratteristiche poco compatibili con gli investimenti in ricerca. Su questi aspetti questo incongruo intervento nulla fa.

La seconda preoccupazione riguarda il fatto che l’iniziativa governativa si è sviluppata in questi mesi nel dicastero diretto da Profumo in modo del tutto autoreferenziale: siamo tecnici e quindi che bisogno abbiamo di consultarci con la comunità scientifica? Ammesso che una simile operazione avesse qualche ragione, sarebbe stato fondamentale ascoltare con attenzione le differenti istanze e problematiche perché quelli che si vorrebbero fondere sono molti sistemi organizzativi di natura a volte molto differente, basati su procedure e pratiche caratterizzate da metodi e approcci assai diversificati. Abbiamo assistito negli anni scorsi ad alcuni accorpamenti tra enti di ricerca e sappiamo come, soprattutto senza risorse significative da investire (senza “nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica” si legge nel provvedimento), quelle operazioni abbiano introdotto inerzie, rallentamenti e ricadute negative sulla produttività dei ricercatori e sulla possibilità di accedere a finanziamenti internazionali.

La terza preoccupazione riguarda il fatto che gli enti di ricerca coinvolti sono nella loro fase di applicazione della riforma (Gelmini) precedente, avviata con la realizzazione degli statuti autonomi nel 2010. Alcuni di loro, il CNR o l’INRIM per esempio, si sono appena dati una nuova veste organizzativa. Ma la riforma Gelmini è solo l’ultima di una serie di riforme (se ne possono contare tre negli ultimi quattordici anni), spesso del tutto divergenti negli obiettivi finali e tutte senza investimenti finanziari aggiuntivi. È evidente lo scetticismo che ha colto gli operatori rispetto all’ennesima riforma a costo zero e che stravolge di nuovo l’intero sistema. Si può pensare che un sistema di ricerca non trovi mai stabilità? Qual è il costo di questo continuo ridisegno, senza reali prospettive, dei sistemi?

Ogni volta che può, sulla stampa o in interventi pubblici, il ministro Profumo ci dice che l’Italia concorre ai finanziamenti dei programmi europei in ricerca e sviluppo con cifre che poi solo in parte tornano nel nostro Paese. Dimentica però di dire che questo dato di fatto è legato specialmente alla debolezza strutturale dell’Italia dovuta specialmente alle decisioni della politica e non alle capacità della comunità scientifica. È inutile dire che bisogna “allenarci” a competere a livello internazionale se poi si chiudono o accorpano in modo improvvisato “le palestre”. Con questo intervento, sia chiaro a tutti, si indebolisce ulteriormente questa capacità di attrarre risorse a livello internazionale.

Ci si potrebbe domandare, retoricamente, perché il governo tecnico faccia questo tipo di scelte inserendole nella legge di stabilità 2013 (una sorta di finanziaria). La risposta è: per fare cassa. Per per esempio per coprire la diminuzione dell’aliquota IRPEF per i redditi più bassi, che peraltro darà benefici minimi. Ma dei tecnici dovrebbero essere in grado di fare una semplice somma algebrica (conteggio col segno più dei risparmi a fronte del segno meno delle mancate entrate), non solo tenendo conto del 31 dicembre di quest’anno ma di quello che succederà nell’anno a venire. Forse si possono risparmiare nell’immediato qualche centinaio di milioni di euro, ma al prezzo di perderne qualche miliardo nell’anno nuovo. Senza contare che la crescita del Paese, senza ricerca e innovazione, viene fortemente ipotecata nei prossimi anni.

Due note per concludere. La prima riguarda il fatto che mescolando enti con caratteristiche così diverse l’effetto sarà solo quello di generalizzare le criticità e i problemi e non i punti di forza. Metterà cioè a sistema, altra parola d’ordine, i problemi e non le soluzioni. La seconda nota riguarda l’istituzione di agenzie. L’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), l’ultima nata, ha dimostrato tutti i limiti dell’ingerenza politica su questioni che dovrebbero mantenere la loro terzietà. La nascita di due nuove Agenzie, per ora apparentemente accantonata, dovrebbe essere ben ponderata. Mala tempora currunt, osservava un collega di uno degli enti di ricerca. Speriamo che la politica se ne accorga. E corra ai ripari.

Giulio Peruzzi

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