SCIENZA E RICERCA

Il diabete, guerra senza fine

Per debellare il diabete, dopo i grandi passi avanti fatti negli ultimi anni, servono investimenti: per sfruttare le nuove tecnologie, e per proseguire nella ricerca e nella sperimentazione che devono essere aperte e collaborative, senza barriere tecniche, legali o vincoli da brevetto. Quella del diabete è oggi una delle sfide più importanti per la ricerca medica: secondo i dati dell’Oms, i diabetici nel mondo sono 300 milioni, e questa malattia è responsabile del 10-15% della spesa sanitaria globale. Dati questi ricordati a più riprese nel ciclo di conferenze che ha tenuto in varie sedi di ricerca italiane nell’aprile 2013 da Camillo Ricordi, direttore del Diabetes research institute (Dri) e professore di chirurgia dei trapianti dell’università di Miami, considerato fra i massimi esperti nel trapianto di insulae del pancreas.

Mentre per il diabete di tipo 1 (insulino-dipendente) bisogna intensificare la ricerca per una cura definitiva, nel diabete di tipo 2 (diabete dell’adulto) è importante programmare interventi per la prevenzione, soprattutto mirati a una corretta alimentazione e adeguato esercizio fisico, ha sottolineato Ricordi, nel suo intervento all’Ismett di Palermo. La metodologia del trapianto delle isole di Langerhans, poco invasiva e con ridotti rischi rispetto al trapianto dell’intero organo altrimenti adottato per la terapia del diabete di tipo 1, richiede però l’assunzione a vita di farmaci antirigetto; trovare una soluzione definitiva potrebbe sconfiggere alla radice non solo il diabete di tipo 1 ma anche altre malattie a base auto-immune.

Le case farmaceutiche, sostiene Ricordi, non hanno interesse economico in una cura definitiva, ma hanno tutto l’interesse a commercializzare "cerotti su ferite che non si rimarginano mai": pompe, sensori, insuline sofisticate. I ricercatori invece stanno puntando i loro sforzi su varie direttrici di ricerca, in particolare sulla terapia biologica che, per il diabete insulino-dipendente, eliminerebbe il problema del rigetto (in gergo Graft-versus-host)ma soprattutto l’autoimmunità. Il diabete è una malattia autoimmune, nella quale il sistema immunitario si rivolge contro l’organismo stesso, e una delle soluzioni ipotizzate dal centro trapianti di Pittsburg, che collabora con lo staff di Miami, è quella di cercare di rieducare il sistema immunitario nei trapianti.

Lo scienziato italiano, che nel 1988 mise a punto il “metodo Ricordi” o “Camera Ricordi”, il primo apparecchio al mondo che consente di isolare dai tessuti pancreatici le isole produttrici di insulina al fine di trapiantarle nel fegato, da anni unisce alla ricerca l’impegno nella formazione e nella comunicazione e attribuisce grande importanza all’accessibilità delle informazioni: pur essendo un marchio registrato, la tecnologia che ha sviluppato è stata messa gratuitamente a disposizione di tutti i centri trapianti del mondo.

Un impegno che a volte ha bisogno anche del terreno della divulgazione sui media tradizionali: ospite di Rai 1, Ricordi ha chiarito al grande pubblico la differenza tra le due tipologie di diabete, speso confuse da articoli, spot e titoli roboanti che creano più danno che informazione, favorendo così l’idea che una cura definitiva “per il diabete” sia dietro l’angolo e di fatto illudendo che si possa trascurare la prevenzione, che nel caso del diabete di tipo 2 è il fattore più importante per prevenire i danni agli organi causati dall'eccesso di glucosio nel sangue. Se da una parte, infatti, i pionieri nel trapianto di isole stanno lavorando alacremente per creare dalle staminali tessuti in grado di produrre insulina, dall’altra ci vorranno ancora 5-7 anni per arrivare ad una cura definitiva, possibile solo grazie a robusti investimenti nella ricerca.

Nella sua conferenza a Roma Tor Vergata, ha sottolineato come vi siano attualmente oltre 300 studi trial sulle cellule staminali mesenchimali (Cms) per diverse patologie, ma solo tra qualche anno si potrà vedere se effettivamente si tratta di terapie strategiche davvero utili per la medicina rigenerativa. E su questo punto ha evidenziato come le rigidità normative legate ai protocolli siano una pesante palla al piede alla scienza:"attenzione a promettere cure per ogni malattia. La ricerca è iniziata, i trial si moltiplicano nel mondo, ma non è detto che queste cellule 'medicinali' possano diventare una cura contro ogni patologia. Nel caso del diabete siamo convinti che possano essere utili, ma non risolutive".

Le cellule non sono farmaci, ha aggiunto: gli studi, le verifiche e le revisioni vanno fatte, ma la ricerca su queste cellule deve essere controllata dal Centro nazionale trapianti, e non – come attualmente - dalle agenzie regolatorie del farmaco - Aifa (Agenzia italiana del farmaco), Ema (European medicines agency), e Fda per gli Usa (Food and drug administation). Oggi le agenzie del farmaco ci mettono 10 anni per approvare una molecola, ed applicare questi protocolli alle cellule comporta un ritardo considerevole nello sviluppo della ricerca e delle terapie.

Barriere per superare le quali Ricordi ha promosso da alcuni anni, con altri scienziati di primo piano, un network internazionale di centri di ricerca che collaborano per trovare una cura alle grandi patologie killer, “The Cure Alliance”: un patto tra ricercatori, medici e personalità dell'industria che punta a sviluppare rapidamente delle cure contro le malattie incurabili e ha stilato, come prima cosa, un “decalogo”  di obiettivi per massimizzare l’efficacia degli sforzi nella ricerca.

Antonella De Robbio

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