UNIVERSITÀ E SCUOLA

L'Anvur e la magia dei numeri futuristi

A chi non vi fosse ancora stato, consiglio una visita alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma: nel passeggiare per l’ala dedicata alle opere del primo Novecento si percepisce la fascinazione verso i nuovi materiali e le nuove tecnologie che ha formato l’arte di quel periodo. Immagino che la stessa vis creativa abbia catturato i funzionari del Miur e dell’Anvur, ipnotizzati davanti all’indice di Hirsch e a tutto il Parnaso di indici bibliometrici, quando hanno concepito i criteri dell’abilitazione all'università con furia futurista.

Nell'ultimo numero di Nature, una ricerca firmata da Acuna, Allesina e Kording fa però passare i nostri come i più zelanti dei preraffaelliti. Nel loro lavoro si cerca un modo per stabilire un criterio ”oggettivo” per la scelta dei futuri accademici basata non sull’indice H, che fotografa la produzione scientifica passata, ma su una formula capace di predirne il valore futuro.

L’attento lettore avrà già avuto modo di apprezzare il contributo di Ana Millan Dasca su questo giornale, in cui si spiega come la prima esigenza degli indici bibliometrici consista in questo: valutare un ricercatore senza dover risalire l’erta china di capire nel merito cosa questi abbia prodotto. Acuna, Allesina e Kording hanno studiato un sistema per ”agenzie di finanziamento, revisori paritari e commissioni di reclutamento che debbano gestire un gran numero di domande e possano dare a ciascuna solo una rapida scorsa”. Si cerca quindi di valutare anche il futuro di un ricercatore non sulla base delle sue idee e nel merito delle proposte, ma del potenziale che il suo indice H ha di crescere.

Il marchingegno è relativamente semplice e sorprendentemente efficace, traducendo in una formula alcune osservazioni: per esempio, il fatto che lavori pubblicati in riviste prestigiose avranno più probabilità di esser citate in lavori successivi e che l’indice H cresce fisiologicamente con l’età accademica. Con metodo e rigore, gli autori arrivano a stabilire una legge empirica che permette di predire con buona approssimazione dove il proprio indice H sarà da qui a cinque anni (e, con minor precisione, tra dieci), studiando le pubblicazioni di un campione di ricercatori attivi nelle neuroscienze.

Ora, nessuno toglie che esista un’utilità negli indici bibliometrici, per esempio per comparare due ricercatori in uno stesso campo e con la stessa anzianità; così come può essere vero, per molti versi, il motto ”molte citazioni, molto onore”. Il lavoro di Acuna, Allesina e Kording, però, va in una direzione in cui il peso della bibliometria diviene sproporzionato, se serve da primissimo criterio per decidere su una posizione o su un progetto.

L’approccio tradisce una fascinazione per l’idea di poter racchiudere tutto in un numero, in un’ottica in cui la ricerca e l’università sono gestite con criteri manageriali. Spiace sinceramente assistere alla diffusione di questa forma mentis anche tra accademici di valore.

 

Marco Barbieri

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