UNIVERSITÀ E SCUOLA

L'università e quel continuo riformismo

L’università italiana vive e lavora da tempo sotto le insegne di un continuo riformismo, che genera altrettanto continue rivendicazioni di criticità e una snervante attesa di interventi ministeriali in grado di restituire una seppur minima stabilità. Tra l’espressione del disagio, la trasformazione in protesta, la proposizione pubblica, l’eventuale condivisione e infine l’intervento risolutivo, trascorre tuttavia un intervallo di tempo disarmante, che finisce per frustrare e ridurre al silenzio molte situazioni di insoddisfazione. Il tempo appare come elemento di condizionamento e di qualità delle policies, favorendo spesso forme di ripiegamento e di disimpegno di cui non mancano già evidenti avvisaglie: c’è, in sostanza, più disagio di quello che si rende visibile.

Occorrerà presto interrogarci se il processo di cambiamento dovrà porsi come obiettivo un superamento rapido della Legge 240/2010 (la cosiddetta “riforma Gelmini”), o se non sia più saggio auspicare un processo di restrizione/implementazione amministrativa che preluda ad un successivo passaggio legislativo. Non a caso, già oggi quella legge è stata oggetto in diversi punti di un superamento de facto. Al di là di questa problematica decisiva, occorre però intenderci in termini di ricapitolazione, inevitabilmente brusca, dei punti di crisi prodotti, o resi più visibili, dal “riformismo di maniera” dell’ultimo decennio. Proporremo pertanto una mappa minima delle priorità da mettere in agenda, riferendoci a pochi e selezionati dati strategici.

 Cronaca di un declino annunciato. La rincorsa alla razionalizzazione della governance ha alimentato un festival di cambiamenti che fa apparire l’università come un cantiere sempre aperto. Questa metafora ha due conseguenze concrete e psicologiche: da una parte rende impossibile entrare in una fase a regime, in cui la stabilità delle cornici è più forte dell’assalto dei cambiamenti; dall’altra rende più probabili fenomeni come il ripiegamento nel particolare, il ritiro di giovani-adulti nello studio e nella rincorsa di prescrizioni di carriera e infine i prepensionamenti, non a caso aumentati negli ultimi anni.

Sotto i colpi del riformismo, la didattica si è polverizzata e burocratizzata, e gli adempimenti formali hanno finito quasi per sostituire la relazione docenti-studenti. Si tratta di una vertenza non più rinviabile, poiché riguarda la prima superficie di contatto con il maggior numero di “portatori di interesse”.

Nella generale contrazione della popolazione accademica – docente, tecnico-amministrativa e studentesca – i dati sul calo delle immatricolazioni sono tra i più deludenti: il numero degli immatricolati è passato da 338.482 nel 2003-2004 a poco più di 280.000 nel 2011-2012. Circa 58.000 unità in meno (il 17%): come se in un decennio fosse scomparso un ateneo grande come la Statale di Milano, per riprendere una metafora mediaticamente molto efficace adottata dal CUN.  È un calo che non si arresta. Nel 2012-2013 gli immatricolati sono scesi a 269.564 e nel 2013-2014 a 265.527.  La flessione dal 2011-2012 al 2013-2014 è stata dunque pari al 5.2%, mentre nell’ultimo anno si arresta per il momento all’1,5%. Le promesse infondate che il termine “razionalizzazione” sembrava suggerire appaiono aver esaurito il proprio potenziale mitologico: i dati ci dicono che la riforma della governance ha comportato essenzialmente una riduzione dell’offerta di banco da parte degli atenei.

L’università e il suo capitale umano nella morsa del populismo. Del ridimensionamento quantitativo dell’utenza universitaria si parla troppo poco e spesso con motivazioni fantasiose, talora collegando le perdite di studenti al venir meno dei mercati professionali che avrebbero drogato negli anni passati i tassi di immatricolazione. Una spiegazione che serve a nascondere come il combinato disposto tra crisi economica e politiche universitarie recessive abbia ulteriormente ridotto, nell’accesso all’istruzione universitaria, la già modesta quota di studenti provenienti da famiglie più deboli dal punto di vista delle chance.

Se allarghiamo lo sguardo ad altri paesi europei, appare evidente che la crisi economica non si è tradotta ovunque in un disinvestimento dagli studi universitari. Nelle precedenti crisi economiche nel nostro Paese le prime sfere di risparmio delle famiglie interessavano la cultura e la comunicazione; stavolta invece la tenuta generale di questi comportamenti appare in controtendenza rispetto al disinvestimento sull’università, ma pienamente coerente con gli investimenti crescenti su device tecnologici ed elettronica di consumo. In Italia, dunque, l’Università risulta meno attrattiva persino dei consumi culturali e delle tecnologie.

Impossibile non fare riferimento al concetto di populismo e alla vittoria di un modello semplificato di lettura ed interpretazione della realtà che ha riclassificato al ribasso l’idea di cultura e di Università. Né tantomeno si può ignorare che in questo processo hanno giocato un ruolo importante la politica e i media, soprattutto quelli più influenti e identitari del nostro Paese, favorendo una generale semplificazione dei ragionamenti, delle opinioni, delle prese di posizioni che ha fatto dell’amnesia delle condizioni sociali il meccanismo di facilitazione dell’individualismo[4]: in questo perimetro culturale acritico e impoverito si è consolidato un vero e proprio attacco all’Università e alla sua giustificazione sociale e professionale.

Il reclutamento dimenticato. Alle criticità finora enunciate si deve aggiungere una sconcertante incapacità delle politiche di riforma dell’accesso al primo “gradino” accademico, che ha scientificamente prodotto importanti conseguenze. Prima fra tutte, la drastica riduzione dei concorsi per ricercatore, a cui bizzarramente non fa da contrappeso un aumento delle variegate tipologie di ricercatori post doc. Basti pensare che le borse post lauream dal 2010 al 2012 sono diminuite, passando da 6.565 a 3.092, e le borse post dottorato (ex lege 398/1989) sono state abolite dalla legge 240/2010 (art. 29, comma 11, lettera B). E che non si tratti solo di una conseguenza del definanziamento delle università è provato dal fatto che non abbiamo assistito ad un fiorire di concorsi di ricercatore a termine con la tipologia tenure track.

Siamo di fronte, in buona sostanza, al sostanziale licenziamento di un’intera generazione dall’accesso all’università intesa come chance professionale e avvio alla carriera docente. Peraltro, l’emarginazione dei giovani consente paradossalmente ad una politica sempre tentata dalla demagogia di mettere alla berlina l’invecchiamento della docenza come segno inequivocabile dei privilegi del baronato, nascondendone la natura di risultato lucidamente preparato e perseguito. A ben vedere, le curve di pensionamento già in atto, e quelle del triennio davanti a noi, pongono invece un duplice problema, solo apparentemente contraddittorio: scomparsa antropologica dei giovani, se non nella forma delle anime morte del precariato, ed irrimediabile crisi della seniority universitaria. Impossibile non intravvedere gli effetti destrutturanti connessi ad un’insensata mancanza di programmazione nel ricambio della docenza apicale, con possibili rischi ai fini della continuità e specificità scientifica, ma anche per un’adeguata expertise ai fini della governance delle Istituzioni accademiche.

Commentando sinotticamente gli elementi fondamentali di questa rapida ricognizione dei punti di crisi del sistema universitario, si impongono due domande perentorie: è stata davvero solo colpa della crisi economica? E soprattutto, chi paga gli eventuali errori di politiche rivelatesi improvvide e incapaci di simulare i loro effetti?La risposta al primo quesito è motivatamente negativa per almeno due ragioni: da un lato, i politici non potevano ignorare di agire in un contesto di risorse decrescenti, a cui hanno anzi attivamente cooperato; dall’altro, appare sempre più chiaro il costo economico e sociale di una legislazione sempre appiattita sul nuovismo. Quasi per definizione, un’innovazione non sostenuta da un progetto meditato, e animata da un pensiero strategico, è sempre contrassegnata da una modesta capacità di problem solving legislativo e di competenza tecnica.

Molte voci si sono levate, qualcuna anche per tempo, a segnalare la deriva potenziale dell’accumularsi compulsivo di leggi, circolari, note ministeriali e regolamenti evidentemente chiamati a spostare altrove l’attenzione dei docenti. È stata una cornice soffocante su cui solo ora si ha il coraggio di dire “basta!“.

Ma questa analisi non sarebbe completa se tacessimo sull’ANVUR e sulle conseguenze culturali e psicologico-sociali determinate non dalla sua invenzione (indiscutibilmente positiva), ma dalla concreta e osservabile fenomenologia delle sue azioni, incluse quelle definite comunicazioni. È difficile non scorgere che le politiche adottate dall’ANVUR presentino una forte analogia con le riforme di matrice politica, se non altro perché non hanno il minimo sentore di una previa analisi di impatto sulle strutture. Norme e regolamenti sono stati adottati alla cieca, forse sulla base di un giudizio pregiudizialmente negativo sulla capacità di risposta del sistema universitario. È una postura tutt’altro che incomprensibile e persino fondata. Ma quando questa si accompagna ad una sostanziale incapacità di ascolto, di risposta alle alle critiche, di fastidio per reazioni e osservazioni poste pubblicamente all’indirizzo politico, significa che la spinta tecnocratica ha preso il sopravvento sul fine istituzionale di implementare la cultura della valutazione. Viene di fatto scoraggiato il diritto alla discussione, e si alimenta una stagione in cui nessuna tensione tra visioni intellettuali diverse può esprimersi compiutamente, con gravi danni per il senso di appartenenza alla comunità universitaria e, dunque, per l’equilibrio del sistema.

Per onestà intellettuale, dobbiamo aggiungere che questa interpretazione così critica della postura comunicativa dell’ANVUR ha trovato una smentita, e dunque un punto di quiete, a partire dalla pubblicazione del Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca 2013, che può segnare un risultato decisivo nella percezione di valore dell’Agenzia di valutazione, colmando un preoccupante vuoto lasciato a seguito della disattivazione del CNVSU che, dal 2001 al 2010, ha offerto un prezioso contributo al monitoraggio e all’analisi dell’evoluzione del sistema universitario con i suoiRapporti Annuali sullo Stato delle Università. Nel complesso, però, il ruolo dell’ANVUR non è stato certo all’origine di un aumento della qualità così alto da giustificare la percezione, probabilmente sbagliata, di una Equitalia della valutazione. Il vantaggio indiscutibile di aver stressato posizioni di rendita, e persino non rare nicchie di assenteismo nella docenza, non è adeguatamente compensato dal clima procurato di divisione e incattivimento che l’ANVUR, non meno delle sigle coerentemente derivate della VQR e dell’ASN, hanno generosamente distribuito nel sistema. Basterebbe pensare all’impressionante numero di ricorsi contro le abilitazioni scientifiche nazionali; già questo è un indicatore di fallimento nella gestione di problemi che mai, nel nostro passato, e in tutti i sistemi universitari del mondo, avevano procurato un contenzioso così imponente e tutt’altro che concluso. Fino a qualche tempo fa, colpiva la circostanza che un simile numero di istanze di chiarimento e di rigetto non fosse venuto anche nei confronti dell’esercizio della VQR relativo al periodo 2004-2010. Ma ora appare più chiaro che questo è successo solo perché, con singolare capacità di autoprotezione, l’ANVUR ha negato l’accesso alle informazioni sulla cui base sono stati costruiti giudizi sommari, creando un precedente giuridico mostruoso per un Paese che è stato la culla del diritto, e che lo ha aggiornato fino alle leggi sulla trasparenza amministrativa. C’è da domandarsi come mai questo vincolo alla trasparenza, divenuto parte dello slang dei moderni, si arresti davanti alle porte del tempio dell’ANVUR, ponendo il problema di una verifica più rigorosa di tutela individuale e di una riconoscibile lesione degli interessi dei docenti.

Il criterio generale di lettura dei fenomeni qui sinteticamente esposti si ispira al riconoscimento che l’università italiana ha forse bisogno di riforme, nonostante le cattive prove dell’ultimo decennio. Ma ha sicuramente ancor più bisogno di un diverso sistema di attenzione e di entrare finalmente in una logica che smentisca l’amaro ammonimento di Ennio Flaiano: “Gli italiani alla manutenzione preferiscono l’inaugurazione”.

Mario Morcellini

Articolo originale tratto da Roars.it

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