UNIVERSITÀ E SCUOLA

Michel Foucault nei corridoi del ministero

Tra i molti libri mediocri (e talvolta pessimi) scritti sull’università negli ultimi anni spicca un tagliente volumetto di Valeria Pinto, Valutare e punire. Una critica della cultura dela valutazione (Cronopio, 2012). Un titolo che ovviamente fa riferimento a Sorvegliare e punire di Michel Foucault, ed è proprio al filosofo francese scomparso nel 1984 che si ispira la Pinto, quando esplicita le domande a cui intende rispondere: “Come si è reso accettabile il regime di verità della valutazione? Quali sono i nessi di sapere-potere che la investono e la sostengono? Quali gli effetti di potere che essa – ovvero la verità che essa mette in scena - induce e che la riproducono?”.

Citando Foucault, l’autrice sottolinea che “il sapere non è fatto per comprendere, è fatto per prendere posizione” e intraprende la sua ricerca archeologica attraverso la legge 168/89 che istituiva l’autonomia universitaria, la legge  537 del 1993 che istituiva i nuclei di valutazione, la legge 240/2010 e infine la creazione dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, l’Anvur. Questo scavo la conduce ad affermare che “la valutazione costituisce letteralmente il braccio operativo di qualsivoglia processo decisionale: dai piani di programmazione per l’organico al finanziamento dei Prin, all’istituzione (o chiusura) di nuovi corsi di laurea e dipartimenti, fino alla progettata valutazione dei titoli di studio”.

E quale sarebbe il senso, il significato profondo di questo processo? Come ha efficacemente riassunto il rettore Giuseppe Zaccaria nel corso della tavola rotonda per la presentazione del libro lunedì 25 marzo al Bo, la tesi della Pinto è che dietro “ci sia un modello di razionalità che è quella dell’homo œconomicus, e dunque l’idea che la ricerca sia sempre necessariamente traducibile in prodotti che hanno un valore e che sostanzialmente il ricercatore stesso sia valutabile come un produttore di merci rispetto alle quali vigono le normali regole del mercato. Con tutte le conseguenze che questo implica sul piano della considerazione dei tempi che possono essere dedicati alla ricerca (tempi che devono ovviamente essere misurati), dell’oggetto sui cui verte la ricerca (oggetto che deve essere accettato da strutture esterne rispetto a quelle della ricerca)”.

È in quest’ottica che la qualità scientifica della ricerca tende a perdere di importanza, sostituita da criteri quantitativo/commerciali. L’autrice cita un documento dell’Osservatorio di Bologna raggelante nella sua franchezza: “Un moderno organismo di valutazione non valuta, né potrebbe farlo, la qualità scientifica dei singoli prodotti, ossia del loro contenuto intellettuale. Ciò che (…) può osservare, con un margine di approssimazione tollerabile, è la rilevanza dei prodotti sul mercato intellettuale della ricerca”.

Dietro fenomeni tipicamente italiani come i pasticci compiuti dall’Anvur nella determinazione delle cosiddette mediane, cioè del livello di produttività minimo accettabile da parte dei docenti, c’è quindi una filosofia di fondo: non importa se ciò che i ricercatori scrivono sia buono o cattivo, ciò che ci importa è il “mercato della ricerca” e se vengono inclusi prodotti ridicoli pubblicati su Yacht Club mentre vengono escluse ricerche importanti, pazienza: l’importante è procedere con “un margine di approssimazione tollerabile”.

L’università come appendice (costosa, e quindi da ridimensionare) del sistema produttivo, escludendo qualsiasi funzione intellettuale e critica, qualsiasi lavoro indirizzato a creare dei cittadini anziché dei semplici consumatori. Scrive Valeria Pinto: “Le conoscenze che per complessità, stratificazione, non univocità, non risultano trasmissibili ovvero risultano trasmissibili e acquisibili soltanto mediante sforzi, attriti e tempi lunghi, sono equiparate a veri e propri errori di sistema, al pari di ogni conoscenza che rimanga unica, personale, soggettiva (resistente cioè all’oggettivazione intesa come generale condivisione e scambiabilità) e destinata a dissolversi con il suo portatore”.

Difficile non essere d’accordo con queste critiche, tanto più apprezzabili quanto radicali, cioè che vanno “alla radice” dei fenomeni esaminati. Tuttavia, Valutare e punire lascia alla fine l’impressione di essere in qualche misura un’occasione mancata. Uno sforzo di fare chiarezza che rischia di restare sterile, escludendo fin dall’inizio di “presentare soluzioni, aggiustamenti di rotta, individuare correzioni e finalità alternative”. Una posizione che molto deve alle fonti teoriche del libro: l’immenso scavo di Michel Foucault sulla follia, la medicina, la sessualità è stato spesso interpretato dai suoi allievi come un’autorizzazione a rifiutare ogni approccio minimamente costruttivo ai fenomeni esaminati.

Purtroppo, è del tutto illusorio pensare che una università di massa, che coinvolge milioni di studenti e decine di migliaia di docenti, quasi interamente finanziata dallo stato, possa sottrarsi a una qualche forma di controllo su come vengono spesi i soldi della collettività. Non sono tempi in cui si può chiedere al parlamento un assegno in bianco, un atto di fiducia in nome della missione intellettuale e creativa della ricerca. Né lamentarsi dell’integrazione degli atenei nel meccanismi della governance neoliberale amplierà gli spazi di autonomia o di resistenza della comunità universitaria. Quello che ci piacerebbe leggere, oggi, è un programma in pochi punti da offrire al prossimo governo per invertire la rotta e ripristinare gli spazi di libertà e di creatività che negli ultimi anni si sono drasticamente ridotti.

Fabrizio Tonello

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