SCIENZA E RICERCA

Vaccini: non scherziamo

Non bastava il caso deciso tribunale di Milano, dove per la prima volta è stato assegnato un indennizzo a un bambino affetto da autismo perché, secondo il giudice, la malattia sarebbe derivata con ragionevole probabilità dalla somministrazione di un vaccino esavalente. Negli ultimi giorni sui giornali campeggiano anche le notizie relative al vaccino anti-influenzale Fluad, recentemente associato a diversi decessi giudicati sospetti dalla stessa Agenzia italiana del farmaco (AIFA). I vaccini insomma sono sempre più sul banco degli accusati, e non da oggi. Per quanto ad esempio la connessione con l’autismo sia smentita da anni dalla comunità scientifica, la diffidenza da parte dell’opinione pubblica sembra essere in aumento. Si tratta però dell’ennesima bufala di quest’era digitale, oppure dobbiamo iniziare a preoccuparci tutti? Ne parliamo con Vincenzo Barnaba, medico immunologo, docente alla Sapienza di Roma e fino allo scorso anno presidente della Società Italiana di Immunologia, Immunologia Clinica e Allergologia (SIICA).

“In questo momento stiamo aspettando gli accertamenti da parte delle istituzioni, che stanno lavorando molto bene, come dimostra anche il fermo dei lotti di vaccino incriminati – risponde il dottor Barnaba – I primi risultati sembrano comunque dimostrare che non c’è stato nessun effetto negativo da parte del prodotto. Del resto ogni anno muiono 800 anziani che che si erano vaccinati contro l’influenza: questo però non significa che siano dovute ai vaccini, che anzi sono praticamente innocui per la salute”. E i pericoli di una reazione allergica? “Ovviamente è sempre meglio essere prudenti con pazienti allergici o affetti da patologie acute, come sta scritto anche nei ‘bugiardini’. Poi può capitare di avere qualche linea di febbre: si tratta dell’effetto del lieve stato di infiammazione a livello dell’inoculo del vaccino, che serve proprio a provocare la risposta immunitaria. Comunque molto più debole di quella che si svilupperebbe con la malattia vera e propria”.

Oggi i vaccini sono considerati una delle più grandi conquiste della medicina, da quando nel 1796 Edward Jenner sperimentò per la prima volta il vaccino contro il vaiolo sul piccolo James Phipps, otto anni, figlio del suo giardiniere. Da allora le campagne di vaccinazione di massa hanno salvato milioni di vite, mentre in questo campo si cimentavano tanti grandi scienziati, come ad esempio Louis Pasteur, inventore dei vaccini contro  la rabbia. l’antrace e il colera, e Robert Koch, scopritore del micobatterio della tubercolosi e del bacillo dell’antrace. Facciamo però un passo indietro: come funziona un vaccino, e soprattutto quali rischi comporta? “I preparati di oggi sono costituiti solo da una parte dell’agente patogeno, non dannoso e non infettante. In pratica si prende solo un pezzettino di una proteina, di solito una parte della superficie esterna, perché venga riconosciuta e attaccata dagli anticorpi. A questa normalmente viene associato un adiuvante per favorire una buona risposta immunitaria che, una volta innescata, porterà il corpo a generare i cosiddetti linfociti della memoria. Questi ricorderanno per sempre il virus e, quando lo incontreranno ancora, potranno attaccarlo direttamente dopo poche ore, impedendo l’insorgere dell’infezione”.

Quali sono i pericoli per la salute? “Oggi sono praticamente nulli, proprio perché i nuovi vaccini vengono sintetizzati interamente in laboratorio. Quelli vecchi, come quello messo a punto da Sabin per la poliomelite, contenevano virus ‘addormentati’; c’era quindi effettivamente un rischio minimo di provocare un’infezione, circa un caso su 800.000 Rischio che oggi comunque è sparito”. Da cosa deriva allora la paura di una parte dell’opinione pubblica? “A mio modo di vedere innanzitutto da una profonda ignoranza, in particolare sulla ricerca biomedica. Mi pare che, soprattutto in Italia, si parli di ricerca soprattutto quando accade qualcosa di preoccupante o di poco chiaro. Inoltre non c’è più memoria della gravità delle minaccia rappresentata da molte malattie. Ad oggi comunque nessuno studio ha ancora dimostrato scientificamente la pericolosità dei vaccini, o che questi siano dannosi”.

Come arrivano sul mercato i nuovi prodotti? “Alla fase della discovery, in cui viene individuato un nuovo agente patogeno, si passa a quella preclinica, con le fasi della sperimentazione in vitro e successivamente su modelli animali adeguati, e successivamente a quello clinica. Il tutto sotto il controllo dell’Istituto Superiore di Sanità, che garantisce che quella particolare molecola non abbia effetti collaterali o soprattutto tossici”. Poi però per vedere se il vaccino funziona ci vogliono anni: “Per avere un vero riscontro bisogna vaccinare molte persone, e poi soprattutto vedere se a distanza di tempo sono state effettivamente protette dalle infezioni”. Quanto pesano in questo processo gli interessi delle case farmaceutiche? “In realtà i controlli sono strettissimi, in primo luogo da parte dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), che valuta qualunque farmaco o vaccino messo in commercio. Questo non significa che le aziende non possano essere criticate: il problema vero però non è che ci sono troppi vaccini, bensì che costano ancora troppo, escludendo di fatto intere fasce della popolazione mondiale dalla loro applicazione”. A questo proposito la SIICA ricorda che ogni anno nel mondo muoiono 10 milioni di bambini sotto i tre anni, e che 2,5 milioni di questi decessi sarebbero evitabili con i vaccini più elementari. “Di questo però dovrebbero occuparsi innanzitutto l’ONU e l’Organizzazione Mondiale della Sanità – spiega Barnaba – C’è inoltre anche l’opera generosa di diversi soggetti privati, come ad esempio la fondazione di Bill e Melinda Gates in Africa”.

Perché comunque vaccinarsi anche per l’influenza? È davvero così pericolosa? “Se una persona è giovane e sta bene non c’è bisogno; il problema c’è principalmente per le persone anziane o malate. Eliminare completamente i vaccini sarebbe in questo caso pericolosissimo: ogni anno muoiono circa 8.000 persone non vaccinate per sindromi influenzali. Attualmente i prodotti in circolazione proteggono dal virus per un buon 60% dei casi: si tratta di migliorare la loro efficacia, non di eliminarli”. Certo sull’opinione pubblica pesano probabilmente anche alcuni casi mediatici, come quello della febbre aviaria: “Effettivamente questa non ha dato in Italia le conseguenze attese, a fronte di produzione di una grande quantità di vaccini. Nessuno può prevedere come si comporterà un virus in un nuovo paese; questo però non significa che bisogna abbandonare la prevenzione. È come mettere il casco quando si va in moto o fare l’assicurazione contro l’incendio: tanto meglio se poi non si cade, o se la casa non brucia”. 

Un’ultima domanda riguarda le malattie ormai molto rare, come il tetano: a cosa serve in questo caso vaccinarsi? “Innanzitutto per evitare che queste patologie possano riemergere. Oggi poi, principalmente a causa dei flussi migratori – che non per questo vanno demonizzati – stanno tornando sul nostro territorio malattie come la tubercolosi, contro cui tra l’altro non c’è ancora vaccino. Una ragione in più per trovarlo adesso, tornando a investire nella scienza e nella ricerca medica”.

Daniele Mont D’Arpizio

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