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Valutazione della ricerca: questione scientifica e non amministrativa

Fermare la macchina in corsa. O quantomeno alleggerirla. Oppure scendere, bloccare tutto e salire su un'altra macchina. Perché, se continua così, il convoglio Anvur per la valutazione della ricerca rischia il disastro. Per questo, in vista della chiusura della prima fase della valutazione scientifica nazionale del 20 novembre, Roars (una delle sedi critiche più accese e frequentate sul sistema universitario), ha organizzato una giornata di discussione. Aperta da una relazione di Sabino Cassese – tutta centrata sui rischi di trasformazione della valutazione della ricerca in un'enorme, e contundente, materia amministrativa – e chiusa da una tavola rotonda che ha evidenziato e discusso i punti più dolenti e aperti dell'intera vicenda. Ovvero: il contesto generale di scarsità di risorse e investimento pubblico; il destino dell'autonomia di ricerca e università; il condizionamento degli indirizzi di ricerca; la validità, anche tecnica, del macchinoso sistema delle mediane per le abilitazioni scientifiche; il destino di tutto il marchingegno, concepito negli uffici di Maria Stella Gelmini e nato sotto l'egida super-tecnica di Francesco Profumo.

Sul primo punto, Marco Mancini, presidente della Crui, ha ricordato che dalla legge di stabilità nell'iter parlamentare è sparito ogni stanziamento supplementare: per cultura università e ricerca la cifra è zero. La contestazione dei ministri Profumo e Ornaghi, andata in scena giovedì mattina agli stati generali della cultura - dice Mancini - segnala “una rottura profonda nel settore del sapere”. Rottura che ha tante facce: dalla questione delle risorse al diritto allo studio, dal blocco del turn over ai temi, per l'appunto, della valutazione. Qui è il fisico Paolo Rossi, componente del comitato per la ricerca del Cun (Consiglio universitario nazionale), a dire le parole più chiare. “L'Italia non crede nella ricerca, e a volte, non ci crede neppure l'università. Spesso l'autonomia diventa autoreferenzialità, chiusura. Per ribaltare questa percezione, all'interno e all'esterno, servirebbe proprio la valutazione della ricerca, di quel che si fa”. Ma una valutazione fatta seriamente, che sia una questione scientifica, non amministrativa. Che si accetti il principio banale per cui la statistica vale per gli aggregati, non per valutare i singoli. Che i criteri non siano eterodiretti. Che le mediane non diventino il metro di giudizio universale, ma cedano il posto a un sistema che esclude dalle abilitazioni le code inferiori (insomma, chi pubblica poco, o pochissimo o niente). Sulle conseguenze scientifiche delle mediane, l'allarme è venuto anche dal presidente dell'Infn Fernando Ferroni, che ha portato ad esempio la situazione dei fisici: “Prendiamo la differenza tra un ricercatore del Cern e uno di un piccolo laboratorio. Dal Cern esce un lavoro al giorno, firmato da tutti i suoi ricercatori. Il ricercatore di un piccolo laboratorio, se gli va bene, riesce a pubblicare un paper all'anno. Non perché sia meno bravo ma perché fa un altro lavoro”. E allora? Adesso che succede? Per Ferroni “bisognerebbe avere l'umiltà di sedersi a tavolino a ridisegnare il sistema”. E Claudio Franchini, presidente del Comitato nazionale dei garanti della ricerca (istituito da poco, ha appena sfornato gli ultimi Prin e Firb), ridimensiona: “Le mediane sono solo un indicatore”, non la Bibbia. Dalla cattedra della Crui, Mancini esprime il dubbio che nelle commissioni di concorso ci si possa smarcare davvero dalla “prescrittività” degli indicatori numerici. E lancia un appello: “Fermiamoci. Un po' di tregua da nuove norme, e intanto alleggeriamo quelle che ci sono”.

R.C.

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