SCIENZA E RICERCA

Dica 33, ma allo smartphone

Lo aspettavano in molti e l’evento sembra non aver deluso gli amanti del genere. Presentato pochi giorni fa, l’ultimo nato nella Silicon Valley è Apple Watch. Un orologio che, rimanendo sempre collegato all’iPhone di chi lo possiede non si limita (ovviamente) a dirci l’ora, ma riceve le notifiche dei messaggi o degli appuntamenti. Ma non è tutto. Attraverso dei sensori infatti il nuovo orologio è in grado di monitorare anche l’attività fisica di chi lo indossa, offrendo indicazioni per uno stile di vita più dinamico e sano. Un ambito, quello del benessere e della salute, cui Apple dimostra di dedicare attenzione, se si considera che proprio in occasione del lancio di Apple Watch, è stato presentato anche ResearchKit, una piattaforma open source che attraverso applicazioni per iPhone consente di raccogliere i dati clinici di utenti che (su base volontaria) partecipano a ricerche in campo medico su asma, tumore al seno, malattie cardiovascolari, diabete e morbo di Parkinson. Apple non è la sola a investire in questo campo e negli ultimi anni il settore delle applicazioni in ambito medico ha avuto una crescita esponenziale. Ma le questioni da risolvere non mancano: dalla mancanza di una normativa che tuteli l’utente, ai problemi di privacy. 

Stando ai dati della Commissione europea, già nel 2014 le applicazioni disponibili erano quasi 100.000. Entro il 2017 le persone in possesso di uno smartphone saranno 3,4 miliardi e la metà di loro utilizzerà app di sanità mobile. In Italia poi un’indagine dell’Osservatorio Ict in Sanità del Politecnico di Milano, rileva che lo scorso anno su un campione di 1.000 cittadini intervistati il 16% dichiarava di aver utilizzato un’app per la salute almeno una volta nell’ultimo anno. Certo va fatta una distinzione tra applicazioni più orientate al benessere che propongono, ad esempio, programmi di training fisico e altre più propriamente mediche che consentono di misurare frequenza cardiaca, temperatura corporea, pressione. E sono proprio queste ultime quelle cui prestare maggiore attenzione, dato che trasformano lo smartphone o il tablet in una sorta di vero e proprio dispositivo medico. 

“Esistono studi che dimostrano l’efficacia di questi strumenti – sottolinea Eugenio Santoro, responsabile del Laboratorio di informatica medica dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” e autore di volumi come Web 2.0 e social media in medicina– che induce i medici a utilizzarle nella pratica clinica con sempre maggiore frequenza”. Nel caso del diabete di tipo 1, ad esempio, è stato dimostrato che l’utilizzo di questi dispositivi, unito all’invio settimanale di messaggi di supporto da parte degli operatori sanitari, si dimostra molto efficace nel controllo dell’indice glicemico. Il paziente, che può inserire nell’app i propri valori, la dose di insulina assunta, i dati relativi alla dieta raggiunge infatti risultati migliori rispetto a chi si affida solo al tradizionale controllo medico. Stesse considerazioni per i pazienti in fase di riabilitazione cardiaca dopo un attacco di cuore o un intervento chirurgico. Una seconda ricerca evidenzia che chi affianca la terapia classica all’utilizzo di app capaci di monitorare la pressione, i livelli di glucosio nel sangue, l’attività fisica e in grado di fornire informazioni su un corretto stile di vita, contribuisce a ridurre i fattori di rischio cardiovascolare. “Gli esempi potrebbero continuare – sottolinea Santoro – e in alcuni casi, specie quando si tratta di modificare gli stili di vita (riduzione del fumo di sigaretta o dell’assunzione di alcol), l’utilizzo di app può risultare anche più efficace in termini di obiettivi raggiunti rispetto alle vie tradizionali”. 

Certo i rischi non mancano. Sia che si tratti di applicazioni che forniscono semplici informazioni sanitarie, sia che si abbia a che fare con app assimilabili a dispositivi medici. Se infatti i suggerimenti che vengono forniti non sono supportati da linee guida o evidenze scientifiche e i parametri clinici (pressione, battito cardiaco) sono rilevati da applicazioni non opportunamente validate, si può rischiare di raccogliere dati scorretti o di ricevere indicazioni inaffidabili con le conseguenze che ne derivano, come ad esempio preoccuparsi di una condizione di salute che magari non ci riguarda. E nel peggiore dei casi assumere farmaci inutili, dato che “il fai da te” in ambito terapeutico non è poi così raro. “Non si capisce perché – osserva il docente – dispositivi come il semplice termometro debbano essere certificati prima di essere messi in commercio e un’applicazione che svolge la stessa funzione no”. 

Santoro spiega che per far fronte a questa situazione la Food and Drug Administration statunitense ha deciso di richiedere una certificazione per le applicazioni che rientrano nella categoria di dispositivi medici, così da verificare e garantire che lo strumento svolga esattamente le funzioni per cui è stato progettato. Nonostante la normativa europea preveda che i software che forniscono valutazioni cliniche debbano essere certificati come dispositivi medici CE, manca in Italia la consapevolezza che anche le applicazioni mediche debbano essere regolamentate. “Se il nostro Paese si prendesse in carico il problema – spiega Santoro – la strada da seguire dovrebbe essere la stessa stabilita per i farmaci: si sviluppa l’applicazione, si sottopone all’ente regolatorio che procede con le opportune verifiche, si ottiene la certificazione. Solo poi dovrebbe essere immessa sul mercato”. Oggi tutto questo non accade e il consumatore scarica liberamente le app di suo interesse senza che queste abbiano ottenuto alcuna validazione. 

Non vanno trascurate poi le questioni legate alla protezione dei dati, specie se si considera che tali dati sono di tipo sanitario. Un’indagine condotta nel 2014 dal Garante della privacy, su iniziativa del Global Privacy Enforcement Network, dimostra infatti che gli utenti non sono adeguatamente tutelati e in grado di esprimere un consenso informato. Un’applicazione medica su due, scelta tra quelle maggiormente scaricate, non fornisce alcuna informazione sull’uso dei dati prima dell’installazione oppure si limita a indicazioni generiche. In altri casi l’informativa risulta poco leggibile o chiede informazioni ridondanti rispetto alle funzioni che offre.        

Cautela, dunque. Va detto che non mancano applicazioni mediche sviluppate da istituzioni scientifiche che ne garantiscono la validità. È il caso ad esempio dell’app per la gestione dell’ipertensione pensata dalla società italiana per l’ipertensione arteriosa (Siia) o di altre per la gestione dello stress progettate nell’ambito del progetto Interstress. Il mercato tuttavia offre anche molto altro, purtroppo meno affidabile. 

Monica Panetto 

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