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Alberi degni di nota, quattro giganti millenari del sud Italia

Esistono dei vecchi, silenziosi e incredibili testimoni del tempo andato. Alcuni portano il peso dei secoli, e altri di millenni, e sono sopravvissuti a civiltà, cambiamenti climatici e anche all’industria umana. Questi alberi sono la prova vivente che la natura ha progetti a lungo termine per il pianeta, e l’uomo dovrebbe impegnarsi a tutelare questo patrimonio. Nel mondo ci sono diversi esemplari di alberi antichi, sia secolari che millenari, ma il loro numero è in diminuzione e sono frequenti le notizie di azioni vandaliche a danno di questi giganti silenziosi, o di un turismo poco sostenibile che non porta loro il giusto rispetto. Negli ultimi anni la situazione è migliorata perché le istituzioni hanno finalmente capito l’importanza della tutela di questi testimoni e ha istituito degli elenchi per gli alberi monumentali. Questo è il caso, per esempio, del nostro Paese, che già nel 1982 aveva pubblicato un primo censimento, e alla fine del 2017 ha approvato l’elenco degli alberi suddiviso per regione che si contraddistinguono per età, dimensioni, morfologia, rarità, habitat per alcune specie animali, ma anche per l’importanza storica, culturale e religiosa.

In Italia ci sono ben 2.407 alberi monumentali (dato aggiornato a luglio 2018), di cui non sono poi così tanti quelli che superano i mille anni di vita. Ne abbiamo selezionato quattro, tutti localizzati al sud Italia, caratterizzati da un’età molto avanzata e da storie particolari.

Vista dall'alto degli Olivastri di San Baltolu, Sardegna. Video realizzato da Paolo Mariotti,

Si ritiene che l’albero più antico d’Italia si trovi in Sardegna, per la precisione a Luras, dietro la chiesa di San Baltolu. Si tratta di un ulivo selvatico (Olea oleaster o Olea europaea var. sylvestris) che oltre ad avere, se la stima è corretta, 4.000 anni, ha anche delle proporzioni bibliche: è alto 14 metri, con una circonferenza di 18,6 metri alla base. In Sardegna per tutti è S’Ozzastru (olivastro) o il Patriarca, e dal 1991 è stato dichiarato Monumento naturale. L’età, che inizialmente si riteneva un po’ gonfiata, è stata stimata tra i 2.500 e i 4.000 dall’università di Sassari. Attorno a lui, altri due arzilli vecchietti: un olivastro di 500 anni, e un altro di 2.000 con tanto di galleria frondale.

Famoso sia per vetustà che per le leggende che lo riguardano, il Castagno dei Cento Cavalli svetta su uno dei versanti dell’Etna, in Sicilia. Anche in questo caso è difficile trovare una data certa, tanto che alcuni botanici stimano che abbia tra i 2.000 e i 4.000 anni, mentre qualcuno di loro lo indica come l’albero più antico d’Europa, più antico anche di S’Ozzastru. Ma poco importa quale dei due è effettivamente il più anziano, siamo di fronte a due alberi molto antichi.

Del castagno siciliano ci sono notizie certe nei carteggi del Sedicesimo secolo, poi nel corso degli anni molti autori ne hanno parlato, riservando ammirazione per la sua imponente mole. Anche il suo nome, “dei cento cavalli”, è legato alla sua grandezza, infatti la leggenda vuole che una regina abbia trovato riparo sotto i suoi rami, insieme a tutto il suo seguito appunto, i cento cavalieri a cavallo, per una notte di temporale e d’amore. Non è chiaro di quale regina si tratti, infatti esistono versioni diverse della stessa leggenda: per qualcuno si trattò di Giovanna D’Aragona, per altri fu l’imperatrice Isabella d’Inghilterra, per altri ancora Giovanna I d’Angiò.

Negli ultimi decenni il castagno è stato danneggiato, dall’uomo e dalla natura, ma senza perdere il suo fascino. Per salvaguardare questo monumentale albero sono stati stanziati circa due milioni di euro che serviranno anche per riqualificare la zona e renderla adatta al turismo consapevole. Attualmente il castagno è costituito da tre fusti, rispettivamente di 13, 20 e 21 metri, cosa che inizialmente fece credere che non si trattasse di un’unica pianta. La circonferenza del tronco è di 22 metri. Grazie a questi numeri il Guinness World Record lo ha registrato come l’albero più grande al mondo. I riconoscimenti non finiscono qui, infatti nel 2006 l’Unesco lo ha dichiarato Monumento Messaggero di pace. Una piccola curiosità: si trova a soli 5 chilometri dal cratere dell’Etna, quindi la sua longevità diventa ancora più incredibile.

Nel cuore del Lazio ci si può imbattere in un altro ulivo che, secondo la leggenda, è stato addirittura piantato da Numa Pompilio, il secondo re di Roma, originario di quella terra, la Sabinia. Sarebbe bello poter dire che l’ulivo sia antico come Roma, ma secondo gli esperti è più probabile che sia stato messo in sede in occasione della bonifica di quei luoghi, avvenuta intorno all’anno Mille con l’arrivo dei monaci benedettini farfensi. Dal 1866 è diventato di proprietà di una famiglia della zona, che lo ha acquistato insieme alla terra su cui si trova dai monaci. Oggi “l’olivone”, come lo chiamano in zona, ha delle dimensioni notevoli, infatti ha una circonferenza di 7,2 metri per 15 metri d’altezza.

In più, nella parte bassa del fusto si apre una cavità che penetra all’interno del tronco, fino a lasciarlo vuoto all’interno. Non si sa quando la carie dell'olivo produsse questa cavità, ma grazie alle proprietà rigeneratrici dell’albero, i tessuti si stanno riformando e, di anno in anno, il “vuoto” va riempiendosi. Intanto l’Olivone continua a produrre olive, per l’esattezza attualmente se ne ricavano circa 12 quintali all’anno, per una resa finale di un quintale e mezzo di olio, cioè circa 20 volte in più di un ulivo comune durante una buona annata. Dei numeri particolarmente interessanti per un arzillo vecchietto.

Anche la Calabria ha un suo albero millenario, e secondo gli scienziati si tratta, ancora una volta, del più antico d’Europa. In questo caso, vale la pena di sottolinearlo, a parlare sono dei dati ottenuti con metodi scientifici, quindi potremmo dire che questo è l'albero datato con certezza più antico d'Europa. 

Dopo la scoperta di Italus, il vegliardo pino loricato del parco nazionale del Pollino, i ricercatori dell'università della Tuscia hanno cercato di datarlo attraverso la conta degli anelli del tronco (tecnica dendrocronologica), ma senza successo data la presenza di una cavità nella parte centrale del tronco. Quindi l’equipe ha utilizzato una tecnica tipica dell’archeologia: il radiocarbonio. Dopo aver prelevato alcuni campioni di legno dalle radici e averli sottoposti alla datazione al radiocarbonio è emerso che il vecchio pino ha 1.230 anni. I risultati hanno permesso anche di ottenere altre informazioni preziose, come la ricostruzione dei picchi dell’attività solare nella zona. Italus si trova sul promontorio del Pollino dal 788, da poco prima dell’incoronazione di Carlo Magno, ha resistito per oltre due secoli di sofferenza e di scarsa crescita, conclusi qualche decennio fa, infatti oggi l’albero è in buona salute e ha ricominciato persino a crescere. Attualmente supera i 10 metri di altezza per un diametro di 160 centimetri. La sua collocazione esatta è tenuta segreta per "salvaguardarlo", anche perché questa specie di Pino esiste solo nella zona calabrese del Pollino ed è considerata un fossile vivente.

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