SCIENZA E RICERCA

Insulina, addio: dall'Olanda una possibile cura "sorprendente" per il diabete

A pochi giorni dalla giornata mondiale del diabete, prevista per mercoledì 14 novembre, arrivano dall’Olanda importanti e “sorprendenti” novità. Il team di scienziati, infatti, ha elaborato una procedura che potrebbe mettere fine alle iniezioni quotidiane di insulina per chi soffre di diabete di tipo 2.

La procedura consiste nella distruzione della membrana mucosa dell’intestino tenue, quindi attraverso la sua ricostruzione da parte dell’organismo si ottiene una stabilizzazione degli zuccheri nel sangue.
Il gruppo di scienziati ha già avviato una prima sperimentazione su 50 pazienti ad Amsterdam e, dopo un anno, nel 90% dei casi la cura è risultata ancora efficace.

La terapia sperimentata dagli olandesi consiste in una procedura della durata di circa un’ora in cui viene inserito un tubo nella bocca del paziente, e fatto scendere fino a quando raggiunge l’intestino tenue. Una volta in posizione, con dell’acqua calda viene gonfiato il palloncino posizionato all’apice del tubo, in modo che il calore generato distrugga la membrana mucosa interna. Il corpo del paziente impiegherà circa due settimane per riformare la mucosa, portando poi a un miglioramento della salute.

un legame tra l’assorbimento delle sostanze nutrienti da parte della mucosa del primo intestino e lo sviluppo della resistenza all’insulina nelle persone affette da diabete di tipo 2

Visti i risultati, iI gruppo di ricerca ha ipotizzato l’esistenza di un legame tra l’assorbimento delle sostanze nutrienti da parte della mucosa del primo intestino e lo sviluppo della resistenza all’insulina nelle persone affette da diabete di tipo 2.

Oltre a porre fine alle iniezioni quotidiane di insulina, oppure a posticiparne l’uso, il trattamento va a ridurre il rischio di malattie cardiovascolari, cecità, insufficienza renale, e tutte le malattie che possono derivare dalle complicanze del diabete.

Sebbene i risultati siano stati definiti “spettacolari” e “inaspettati”, rimangono aperte molte domande. Jacques Bergman, un docente di gastroenterologia dell’UMC di Amsterdam e membro del gruppo di ricerca, ha dichiarato che non è ancora noto se un singolo trattamento sia sufficiente, oppure se occorre ripetere la procedura più volte nel corso della vita, per mantenerne i benefici.

La procedura è indubbiamente interessante, soprattutto perché non c’è un intervento chirurgico prof. Angelo Avogaro

Dello stesso parere è Angelo Avogaro, professore di Endocrinologia e direttore UOC Malattie del Metabolismo dell’Azienda Ospedaliera-Università di Padova. “La procedura è indubbiamente interessante, soprattutto perché non c’è un intervento chirurgico” spiega il professore, “rimane però il problema di valutare quanto può durare nel tempo e, soprattutto, quali sono gli effetti. La distruzione della mucosa porta con sé anche l’impossibilità di assorbire altri nutrienti, diversi dal glucosio. Ecco quindi che bisogna valutare bene cosa di altro si impedisce di essere assorbito”.

Come in altre casistiche, sarà una sperimentazione più lunga e ampia a trovare queste risposte. Attualmente si stanno reclutando 100 pazienti affetti da diabete di tipo 2 e che abbiano tra i 28 e i 75 anni, per far partire un gruppo di studio più esteso e fare seguito ai risultati promettenti finora ottenuti.

Secondo il professor Avogaro, infine, sarebbe opportuno definire meglio quale sia il paziente a cui questa procedura può essere preferita. Secondo la sua esperienza i diabetici con un indice di massa corporea superiore a 30-35 e quelli che hanno fallito molte diete potrebbero ottenere i maggiori benefici.

Esistono due tipi diversi di diabete che, seppur simili nel decorso clinico, hanno due origini diverse

Ciò che intendiamo con diabete è in realtà un gruppo di malattie croniche, caratterizzate da un’eccessiva quantità di glucosio nel sangue. Questo accade a causa di un difetto di funzionalità del pancreas che, dovrebbe produrre l’insulina, ovvero l’ormone che regola il livello di glucosio nell’organismo. Le forme principali conosciute attualmente sono due: il diabete di tipo 1 e il diabete di tipo 2. Nel primo caso si tratta di una malattia autoimmune: è il sistema immunitario a distruggere le cellule Beta (quelle che producono insulina). Nel tipo 2, invece, è il pancreas che non riesce a produrre insulina, oppure lo fa in modo insufficiente, o ancora l’ormone non viene utilizzato in modo ottimale dall’organismo.

Una scoperta, quindi, che dà nuove speranze a chi è affetto dal secondo tipo di diabete. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il numero delle persone affette da diabete in tutto il mondo è passato dai 108 milioni nel 1980 ai 422 milioni nel 2014, mentre nel 2017 sono state 451 milioni.
Un trend in preoccupante crescita, infatti le stime per il 2045 rialzano il numero di malati a 693 milioni. In Europa l’8,8% degli adulti ne soffre, mentre in Italia l’Istat ha rilevato 3 milioni 200 mila malati nel 2016, con un’incidenza del 5,3% sull’intera popolazione nazionale. Nel 1980 l’incidenza era del 2,9%, quindi di fatto, in meno di quarant’anni è quasi raddoppiata.

Dati positivi accompagnano però cura e prevenzione. La sopravvivenza si è allungata, la diagnosi è anticipata e sono attivi alcuni programmi di prevenzione per il diabete di tipo 2. Secondo IDF (International Diabetes Federation) infatti i fattori di rischio che possono essere controllati, e quindi prevenuti, sono l’alimentazione, l’adiposità, l’attività fisica e l’esposizione ambientale.

POTREBBE INTERESSARTI

© 2018 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012