CULTURA

L’astro narrante

Si concede anco al Poeta il seminare alcune scientifiche speculazioni, come tra' nostri antichi fece Dante nella sua Commedia, e come tra' moderni ha fatto il Cavaliere Stigliani nel suo Mondo Nuovo. 

Chi scrive, rivolto all’amico poeta Tommaso Stigliani, è Galileo Galilei, il pioniere non solo della scienza ma anche della moderna comunicazione della scienza. Quello che secondo Italo Calvino è il più grande scrittore nella storia della letteratura italiana, riconosce dunque alla poesia la possibilità di «seminare alcune scientifiche speculazioni». E riconosce a Dante l’aver usato la poesia della Commediaper parlare di scienza. 

Par galileo come per Pat Boyde, Dante è il poeta della scienza.

D’altra parte lo stesso Dante aveva teorizzato, nel Convivio, che la poesia è il “mezzo migliore” per raccontare la scienza ai non esperti. Ma raccontare non solo i fatti, bensì anche il metodo. Come si produce conoscenza intorno ai fatti della natura. 

Riprendiamo, dunque, il nostro discorso sul fiorentino che mette (immagina di mettere) piede sulla Luna e spiega, sulla base delle più moderne teorie scientifiche (moderne all’inizio del XIV secolo, ovvio), come è fatto “l’astro narrante”.

Parla Beatrice. E la sua analisi – l’analisi che Dante svolge per bocca di Beatrice – segue una rigorosa logica ipotetico-deduttiva. Tipica del pensiero scientifico ellenistico assunto dagli arabi e da poco trasmesso agli europei. Dante fornisce così una rappresentazione coerente con la scienza del suo tempo e dei tempi più antichi: l’idea che le diverse qualità degli esseri viventi e tutti gli oggetti qui sulla Terra derivano da altrettante qualità provenienti dal mondo sopra la Luna. Gli uomini e tutti gli esseri viventi e tutti gli oggetti presenti sul nostro pianeta sono diversi gli uni dagli altri perché informati (fisicamente informati) da diverse influenze celesti. Influenze fisiche che si trasmettono per via fisica e che Dante, insieme ad altri, chiama intelligenze angeliche. Per Dante solo un’entità in tutto l’universo sfugge a questo processo fisico: l’anima dell’uomo, che è creata direttamente da Dio. 

Beatrice sostiene che cercare di spiegare la diversità cosmica sulla base del gradiente di distribuzione quantitativo di una sola qualità – la densità – farebbe venir meno il principio biunivoco di corrispondenza tra qualità diverse in Terra e qualità diverse nel cielo. 

Poco vale rilevare oggi che l’assioma da cui parte – la pluralità delle apparenze deve discendere da una pluralità di cause – non è fondato. Il ragionamento segue una rigorosa logica deduttiva. Come peraltro Beatrice dimostra nel passaggio successivo della sua analisi, che questa volta è fisicamente oltre che logicamente fondato. 

Ancor, se raro fosse di quel bruno

cagion che tu dimandi, od oltre in parte

fòra di sua materia sí digiuno

esto pianeta, o sí come comparte

lo grasso e ‘l magro un corpo, così questo

nel suo volume cangerebbe carte.

Se la causa delle macchie lunari fosse la diversa densità della materia, delle due l’una: o il pianeta sarebbe rarefatto per tutto il suo spessore da lasciar passare la luce del Sole e, quindi, da essere trasparente da una parte all’altra; oppure alternerebbe nel suo volume zone rare e zone dense, proprio come nel corpo di un animale si alternano tessuti grassi e tessuti densi.

Ma nessuna delle due ipotesi regge alla prova dei fatti. Come Beatrice dimostra proponendo al suo Dante due autentici esperimenti mentali. Il primo è geniale, per la sua semplicità. 

Se ‘l primo fosse, fora manifesto

nell'eclissi del sol per trasparire

lo lume come in altro raro ingesto.                                

La prima ipotesi non regge: la Luna non è tutta trasparente, perché altrimenti durante un’eclissi dovremmo continuare a vedere il Sole. E invece quel che vediamo durante un’eclissi è che il «pianeta che mena dritto altrui per ogni calle» scompare dietro la Luna. Dunque, la Luna non può essere trasparente. 

CVD: come volevasi dimostrare, diremmo oggi.   

Ma non basta. Ora, sostiene Beatrice, devo confutare l’altra possibilità per falsificare per intero la tua ipotesi, mio caro Dante. Ammettiamo che nel corpo della Luna ci sia un’alternanza di strati densi e di strati radi di materia, come tu dici, tali che il Sole non risulti visibile, ma la sua luce venga riflessa dalle parti scure come una lamina di piombo riflette la luce che attraverso il vetro rendendolo uno specchio. 

Or dirai tu ch’el si dimostra tetro

ivi lo raggio più che in altre parti,

per esser lì rarefatto più a retro.

A questo punto mi potresti dire che il raggio di luce trasmesso da quelle parti dove lo strato denso è più interno ci apparirebbe meno luminoso, perché riflesso da un punto più lontano. 

È, questa, un’altra ipotesi di spiegazione piuttosto in voga al tempo di Dante: molti filosofi naturali ritenevano, infatti, che le macchie sulla luna fossero dovute a una progressiva perdita della luminosità dei raggi provenienti dal Sole mentre, in un tortuoso percorso a zigzag, sono riflessi più e più volte dalle parti scure e interne della Luna, fino a emergere esausti dall’altra parte. Questa perdita di luminosità massima lungo i percorsi dove le zone scure e riflettenti sono più frequenti, sostiene la teoria, ci darebbe l’impressione di una macchia. 

Ebbene: 

da questa tua istanza può deliberarti esperienza

da questa tua falsa ipotesi può liberarti l’esperienza (già, proprio quell’esperienza che prima l’eterea guida sembrava aver condannato). Come farà spesso Galileo, Dante chiama a giudice supremo della validità dell’ipotesi scientifica l’esperienza sensibile. Ma un’esperienza letta con occhi critici, perché come Galileo sa che alcuni fatti osservati possono nascondere una verità apparente. 

Ma torniamo a Beatrice, che propone all’amato Dante un altro, più articolato e folgorante esperimento mentale:

Tre specchi prenderai: e i due rimovi

da te d’un modo, e l’altro, più rimosso, 

tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.

Allora, dice Beatrice, caro Dante: prendi tre specchi. Due li allontani a pari distanza da te ai lati della testa, e il terzo lo poni più lontano ma in modo che tu lo possa vedere nel mezzo degli altri due. Poi accendi una lanterna dietro le tue spalle. Ebbene, cosa vedrai? Vedrai che la lanterna apparirà più grande nei primi due e più piccola nel terzo specchio. Ma la luce, diversa per quantità, sarà uguale per qualità: senza macchie né perdite di luminosità.

Insomma, le macchie non possono essere spiegate in alcun modo con la teoria del gradiente di densità della materia lunare.

Or, come ai colpi de li caldi rai
de la neve riman nudo il suggetto
e dal colore e dal freddo primai,

così rimaso te ne l'intelletto
voglio informar di luce sì vivace,
che ti tremolerà nel suo aspetto.

E ora che ho confutato le tue false argomentazioni, posso dirti la verità. Una verità che ti illuminerà l’intelletto. E qui inizia la spiegazione cosmologica di Beatrice:

Dentro dal ciel de la divina pace
si gira un corpo ne la cui virtute
l'esser di tutto suo contento giace.

Dentro l’Empireo, nella nona e penultima sfera che contiene il cosmo, si muove un corpo, il Primo Mobile, che conferisce virtù – ovvero la dinamica e la vita – all’intero universo. Come? Beh, caro Dante, seguimi nel percorso e lo capirai. Il cielo successivo, l’Ottavo Cielo, quello delle stelle fisse, assume la virtù universale dell’essere e la distribuisce alla moltitudine dei lumi che lo costellano in maniera differenziata. E le intelligenze angeliche, i principi formali, dell’universo, dispongono poi queste virtù nei sette cieli successivi, i cieli inferiori dei sette pianeti, attraverso un processo di generazione continua di varietà a partire dalla virtù originale, cosicché – come organi diversi di un unico organismo – essi possano produrre la diversità cosmica conservandone l’intrinseca unità. In questo modo la virtù universale del Primo Mobile giunge differenziato fin sulla Terra, e la rimodella come cera. 

È in questo processo di generazione della diversità, conclude Beatrice, che si trova l’autentica causa delle macchie lunari.

Virtù diversa fa diversa lega
col prezïoso corpo ch'ella avviva,
nel qual, sì come vita in voi, si lega.

Per la natura lieta onde deriva,
la virtù mista per lo corpo luce
come letizia per pupilla viva.

Da essa vien ciò che da luce a luce
par differente, non da denso e raro;
essa è formal principio che produce,

conforme a sua bontà, lo turbo e 'l chiaro».

Anche la diversa luminosità dei corpi celesti ha la sua causa – la sua causa efficiente – nelle intelligenze angeliche. Le diverse virtù distribuite dalle intelligenze angeliche si legano in maniera diversa con i diversi corpi celesti che ravvivano, come fa l’anima col corpo umano. A causa della sua natura lieta (esuberante), la virtù angelica della luminosità ormai compenetrata (mista) alla stella la fa risplendere come fosse la parte più viva, la pupilla, di un uomo. 

La diversa luminosità delle stelle e dei pianeti – e quindi anche della Luna e delle singole parti della Luna – dipende dunque dalla molteplicità dei principi formali che fanno «diversa lega» con la materia cosmica (la «quinta essenza»).

È da questo processo e dalla diversa potenza («conforme a sua bontà») con cui ogni carattere si mescola a ogni stella, e non dalla rarità o densità della stella, che originano le macchie scure e le macchie chiare sulla faccia della Luna.

Diciamolo subito: la «teoria delle macchie lunari» che Dante lascia proporre a Beatrice oggi non la consideriamo per nulla fondata scientificamente. In prima battuta ci sembra addirittura esoterica. Tuttavia il Canto II del Paradiso ha almeno quattro caratteristiche significative per un filosofo naturale. 

La prima è che Dante, attraverso Beatrice, confuta con autentici esperimenti scientifici – ancorché mentali – le ipotesi ricorrenti. L’esperimento mentale, nei secoli avvenire, sarà molto usato dagli scienziati. Albert Einstein, per esempio, ne sarà un maestro. Che li utilizzi con tanto rigore e maestria anche un poeta all’alba del XIV secolo, corrobora l’idea di Calvino che la letteratura italiana fin dal principio – e che principio – intrecci una relazione solida e piuttosto sofisticata con la filosofia naturale.

 La seconda caratteristica significativa del secondo Canto è che Dante, per bocca di Beatrice, propone una nuova spiegazione economica dei fatti astronomici noti, attraverso la confutazione delle ipotesi alternative e la costruzione di una ipotesi, logicamente coerente fondata su nessi di causalità naturali (tali devono essere intese quei principi formali chiamati intelligenze angeliche). Naturalmente quella di Dante è un’ipotesi metafisica, non fisica. Ma non può essere diversamente. Nessuno, nel XIV secolo, dispone dei mezzi tecnologici adatti – il cannocchiale, per esempio – per osservare il cosmo e cercare nuovi fatti in grado di falsificare la speculazione teorica e di trasformare un’ipotesi metafisica in una teoria scientifica.

La terza caratteristica significativa è che Dante, come ha osservato Ernesto Giacomo Parodi, col secondo Canto vuole «subito esporre il grande e, si voglia o no, grandioso e mirabile sistema cosmologico delle influenze e, come nel primo Canto aveva cantato l’ordine reciproco di tutte le cose e l’ascensione dell’essere verso l’alto, in questo descriveva la perpetua irradiazione luminosa delle idee divine dall’alto verso il basso, compiendo con questi due momenti, che ne formano uno solo la prima e più generale sintesi dell’universo».

 Il Canto II del Paradiso non è dunque il semplice e didascalico «canto delle macchie lunari» ma è il canto nel quale Dante, prendendo a pretesto il problema delle macchie sul volto della Luna, si impegna a dimostrare come il molteplice derivi dall’uno e come, attraverso l’influsso dei cieli, animati dalle intelligenze angeliche, il mondo sia sempre guidato dalla superiore giustizia e dall’infinito amore di Dio. Il Canto II costituisce, infatti, la naturale successione del Canto I con cui Dante apre ilParadiso. Entrambi sono posti lì per illustrare il suo sistema cosmologico, alla ricerca delle cause nascoste (le cause fisiche nascoste) che sottendono il ordine e l’armonia dell’universo. 

 La teoria delle macchie lunari è dunque collocata in una visione più generale. Una coerente visione cosmologica e cosmogonica in cui c’è una causa iniziale, Dio, che crea immediatamente «forma e materia, congiunte e purette», ovvero: le forme pure (le intelligenze angeliche o, se si vuole, i principi formali); la materia pura e prima; i composti indissolubili di forma e materia (i cieli). Il cielo Primo Mobile è tutto identico a se stesso e da Dio ha ricevuto una «virtù informante»; che il contiguo cielo delle stelle fisse distribuisce secondo diverse essenze; i cieli inferiori ricevono la virtù vitale dall’alto e «per varie differenze» la trasmettono fino alla Terra, producendo la molteplicità della generazione. Quella che Dante esprime attraverso Beatrice è dunque la spiegazione di come l’uno originario (Dio) generi la diversità del mondo.

La sua cosmologia è di impronta emanatistica, tipica del pensiero neoplatonico. È pura metafisica. Ma Dante lo sa. Tanto da avvertire il lettore: in alcune questioni, i fatti ci dicono poco. In attesa di fatti che ci dicano di più, non possiamo che cercare spiegazioni nella ragion pura. In fondo oggi un fisico che si occupa di quantum cosmology non si trova, con le sue teorie matematizzate difficili da verificare per via sperimentale, in una posizione molto diversa.

La quarta caratteristica? Beh, la quarta caratteristica che rende un po’ più speciale degli altri – almeno a nostro giudizio – il Canto II del Paradiso è che Dante chiama la Luna, l’astro errante più vicino alla Terra, a dare testimonianza, in maniera elegante e solo in apparenza distaccata, di come la poesia possa proporsi come linguaggio privilegiato e senza mediazioni della scienza.

Dante guarda alla Luna come a un astro unico. Un ”astro narrante”. 

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