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Foto per gentile concessione Yellowstone Park/Nasa
Era il 13 dicembre del 1972. La missione Apollo 17 ritornava dal nostro satellite verso la Terra con un carico particolare: alcuni campioni di roccia lunare contenuti in una valigetta di teflon. Il sample 75501, assieme ad alcuni altri rinvenimenti dell’Apollo 11, rimase quasi dimenticato per anni nei depositi scientifici degli Stati Uniti: che cosa avrebbero mai potuto dire dei pezzi di regolite raccolti sulla Luna, una volta analizzati? Poco, all’epoca. Molto, 13 anni dopo.
Anno 1985: alcuni giovani ricercatori dell’università del Wisconsin decidono di analizzare nuovamente 75501 e fanno una scoperta non di poco conto. Il campione contiene tracce abbondanti di una forma chimica particolare di elio: si tratta dell’elio-3, un isotopo leggero del gas utilizzato normalmente per gonfiare i palloncini. Lo stesso isotopo, rinvenuto in piccolissime quantità sulla Terra, aveva messo in fibrillazione la scienza: la sua struttura atomica prometteva (con tutte le cautele del caso, anche ai giorni nostri), già all’epoca, di poter essere utilizzato per la fusione nucleare, regalando il sogno di una duratura fonte di energia senza scorie radioattive.
Contestualizzando: l’elio-3 è stato uno dei (tanti) motivi per cui, negli anni, le mire spaziali sulla Luna sono tornate di grandissima attualità. Minare non solo questo isotopo, ma anche gli altri materiali presenti sul nostro satellite naturale avrebbe un valore scientifico, ma soprattutto commerciale, di non poco conto. Non è un mistero: la Luna è tornata a essere l’oggetto del desiderio di imprese spaziali pubbliche e private o di joint-venture di entrambe. Ma c’è un problema e di non poco conto: al netto delle strumentazioni necessarie per operazioni di estrazione mineraria nello spazio (ma ci torneremo brevemente più avanti), quello che manca è un trattato internazionale che regolamenti eventuali future (ma molto vicine) attività di ricerca e sviluppo minerario sulla Luna e in generale al di fuori dell’atmosfera terrestre. Quello dell’elio-3 era uno spunto suggestivo, ma la questione mineraria si allarga all’estrazione di altri minerali, più o meno rari o, più “banalmente”, anche dello stesso ghiaccio lunare.
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Il celebre scatto che immortala l'alba della Terra dalla superficie lunare. Foto: NASA/Goddard/Arizona State University
Norme obsolete
Regolamenti, si diceva. Ci sarebbero già, ma sono invecchiati così male da richiedere, con urgenza, delle nuove norme.
Il primo è datato 1966 e si chiama Outer Space Treaty: siglato dalle potenze spaziali dell’epoca, il trattato sotto l’egida dell’assemblea generale delle Nazioni Unite rappresenta, per il periodo, un raro esempio di lungimiranza nell’esplorazione dello spazio, ma sorpassata. Basta leggere stralci degli articoli di cui è composto per rendersene conto.
L’articolo 1 recita così: “L'esplorazione e l'uso dello spazio extra-atmosferico, inclusi la Luna e altri corpi celesti, devono essere effettuati a beneficio e nell'interesse di tutti i paesi, indipendentemente dal loro grado di sviluppo economico o scientifico, e devono essere patrimonio dell'umanità. Lo spazio extra-atmosferico, inclusi la Luna e altri corpi celesti, deve essere libero per l'esplorazione e l'uso da parte di tutti gli Stati, senza alcuna discriminazione, su una base di uguaglianza e in conformità con il diritto internazionale, con libero accesso a tutte le aree dei corpi celesti. Deve esserci libertà di indagine scientifica nello spazio extra-atmosferico, inclusi la Luna e altri corpi celesti, e gli Stati devono facilitare e incoraggiare la cooperazione internazionale in tali indagini”. Innanzitutto, salta all’occhio come, nelle intenzioni di chi ha redatto il trattato, non ci fosse il bisogno di legare l’esplorazione scientifica con l’aspetto commerciale (di fatto, assente perché nemmeno contemplato). D’altra parte, l’articolo 2 ricorda come lo spazio extra-atmosferico non possa essere “soggetto ad appropriazione nazionale per rivendicazione di sovranità, mediante uso o occupazione, o con qualsiasi altro mezzo”.
Di fatto, se si rimanesse vincolati a questo trattato, nessuna operazione mineraria, se non per scopi puramente scientifici, sarebbe ammessa.
L’Outer Space Treaty non è l’unico regolamento sovranazionale in vigore. Nel 1984, dopo una lunghissima gestazione iniziata nel 1972, viene ratificato anche il Moon agreement. In esso, si sottolineano maggiormente i principi già esplicitati nel 1966 sull’utilizzo del suolo lunare: del resto, l’esplorazione del satellite è al suo culmine, per l’epoca, e si ravvisava la necessità di un corpus normativo internazionale più esigente in materia.
Il Moon agreement entra in vigore tardi, solo grazie alla firma dell’Austria, quinto paese a ratificarlo. Ma si tratta di un accordo tra “pochi intimi” e, praticamente, inapplicabile: ad oggi sono solo 18 gli Stati ad averlo firmato. Tra questi, non è presente nessuna delle grandi potenze spaziali: gli Stati Uniti, la Russia e, più di recente, la Cina.
Interessi pubblici e privati
Dagli albori dell’esplorazione spaziale è cambiato tutto. Certo, la conquista della Luna con le missioni Apollo non si possono liquidare solo con un incredibile interesse scientifico nei confronti dello spazio. Sarebbe totalmente inesatto dimenticare che dietro agli sforzi ingegneristici per realizzare il razzo Saturn V, il modulo LEM e tutti gli addestramenti ci fosse solo la scienza. C’era anche e soprattutto la dimostrazione muscolare, in piena guerra fredda, di chi poteva avere il controllo dello spazio tra Stati Uniti e Unione Sovietica.
Ma le missioni erano interamente a capitale pubblico e così è stato per lungo tempo: la NASA da una parte, poi l’ESA per l’Europa, la Roscosmos russa: l’esplorazione dello spazio rappresentava ancora i principi del “per tutta l’umanità” dell’Outer Space Treaty.
Poi sono arrivati i privati, con una spinta senza precedenti proveniente dagli Stati Uniti: l’agenzia governativa spaziale americana faticava, presa dai tagli economici, ad avere un nuovo lanciatore dopo il pensionamento dello Shuttle ed era sempre più dipendente dagli altri Paesi. Ed ecco arrivare, non in ordine cronologico, i “salvatori”: l’azienda Space X di Elon Musk con i suoi Falcon (e con il Super Heavy in fase di test avanzato), la Boeing, la Blue Origin e in misura molto minore la Virgin Galactic.
Lo spazio, nel giro di pochi anni, è diventato molto più affollato e, alle voglie di pochi ricchi per un viaggio turistico a caro prezzo in assenza di gravità, si aggiungono anche i solletichi economici dei privati che investono in tecnologia spaziale. La fantascienza, questa volta sotto forma di una serie TV, ha già abbozzato uno scenario (non lusinghiero) di come la nuova corsa allo spazio, priva di regole certe e condivise, possa portare a potenziali conflitti: in For All Mankind, senza voler fare degli spoiler eccessivi, la concorrenza tra superpotenze private e pubbliche è all’ordine del giorno.
Science-fiction a parte, nel mondo scientifico, a più riprese, sono state presentate istanze affinché si possa colmare questo vuoto normativo. L’ultima, in ordine di apparizione, arriva da un gruppo di scienziati che su PNAS ha pubblicato una bozza di codice spaziale per le estrazioni minerarie di ghiaccio dai poli lunari. Nelle premesse, Kevin M. Hubbard, Linda T. Elkins-Tanton (entrambe dall’università dell’Arizona) e Tanja Masson-Zwaan (università di Leiden) ricordano come, nonostante la crescita e la maturazione di accordi, di nuove tecnologie minerarie, manchino totalmente norme domestiche e internazionali che permettano di sfruttare eventuali giacimenti minerari in modo corretto, non solo dal punto di vista del quadro legislativo, ma anche e soprattutto da quello di salvaguardia dell’ambiente lunare.
La proposta è quella di un codice ispirato a quello dell'Autorità internazionale dei fondali marini (ISA), che regola le attività minerarie nei fondali oceanici, un'area al di fuori delle giurisdizioni nazionali simile a quanto si avverrebbe sulla Luna.
Due le sezioni principali del codice: nella prima si affrontano i temi legati alla prospezione: non conferirebbero diritti esclusivi sull'area e non sarebbero soggette a limiti spaziali o temporali. Più attori potrebbero condurre prospezioni nella stessa area, purché si rispettino reciprocamente le rispettive attività. Nella seconda parte, invece, si affrontano nel dettaglio le modalità per cui alle compagnie minerarie, previa approvazione di un’autorità sovranazionale ancora tutta da definire, si potrebbero dare dei permessi temporanei, ma esclusivi, di esplorazione allo scopo di trovare le risorse da minare e comprendere se l’ambiente sia adatto allo scopo.
In ogni passaggio del codice, viene sottolineata l'importanza di sviluppare un sistema di governance per le attività minerarie lunari al fine di promuovere uno sviluppo sostenibile, proteggere l'ambiente lunare e garantire un uso responsabile ed equo delle risorse della Luna. L’avviso, non troppo velato, è che, in assenza di una regolamentazione adeguata, potrebbero sorgere dispute e squilibri economici a livello globale. E questo non varrebbe solo per la futura estrazione di ghiaccio e acqua dai poli lunari, ma per tutte le altre attività possibili: dal già citato elio-3 agli altri minerali presenti sulla superficie della Luna, gli approcci – scientifici e commerciali – sarebbero tutti ugualmente da regolamentare con codici cuciti su misura.
Da tutto ciò, è lecito poter desumere come non sia possibile basarsi esclusivamente sull’Outer Space Treaty o sul Moon Agreement. I due trattati, sotto l’egida dell’Onu, risultano oltremodo obsoleti e non in grado di soddisfare i requisiti delle nuove sfide dettate dall’esplorazione spaziale. Siamo ancora in tempo? Certamente sì, ma come la storia (anche recente) ha già insegnato, in situazioni di grave instabilità politica, economica e di guerra, la difficoltà di trovare degli accordi internazionali è molto più elevata. Basta guardare a come solo la guerra in Ucraina abbia creato delle crepe insanabili, al momento, nella gestione della Stazione spaziale internazionale. Il rischio, però, è quello di trovarsi del tutto impreparati a degli scenari che sono decisamente dietro all’angolo e che non assomigliano più a quelli raccontati nelle science-fiction.