IN ATENEO

Laurea ad honorem a Marco Paolini

“Un riconoscimento raro e prezioso per un personaggio raro e prezioso”, sono queste le parole scelte ieri, nell’aula Magna, dal rettore dell’università di Padova, Giuseppe Zaccaria, per conferire la laurea honoris causa in Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale a Marco Paolini. Di questo attore, autore, regista e produttore “possiamo sottolineare in particolare la straordinaria ecletticità e la non comune capacità di praticare, con eguale eccellenza di risultati, diversi luoghi espressivi, dal teatro alla televisione, per recuperare le radici, le identità e i contenuti di una storia collettiva che si alimenta di piccole storie particolari”. Si tratta di quel legame “fondante” attraverso cui Paolini parla del territorio veneto e che ricorda, “per la sua apertura universalistica” la lezione di tre grandi scrittori veneti: Mario Rigoni Stern, Luigi Meneghello e Andrea Zanzotto.

“Con tali scrittori – ha spiegato Zaccaria - Paolini condivide un recupero e una rivisitazione critica delle radici del territorio che egli intende tenere lontani da tentazioni localistiche e da quelle che proprio Zanzotto bollò come ‘false difese’”. Il riconoscimento dell’università di Padova esprime l’apprezzamento a un percorso complesso e originale, in cui si compenetrano forme di mestiere diverse: attore, regista, creatore di testi e infine produttore. Si tratta di un’idea di teatro articolata, mobile e inventiva “che mantiene una salutare dose di sfida in un periodo in cui le ombre lunghe del disimpegno e del conformismo si fanno pericolosamente consistenti”.

L’università di Padova sente vicino l’impegno di Marco Paolini per una divulgazione alta ma accessibile e comunque legata al piacere del racconto, come è avvenuto in modo esemplare nel suo recente spettacolo dedicato a Galileo.

E il regista, “intimorito” dall’aula Magna, non ha perso l’occasione, nella sua prima lectio magistralis, per raccontare l’Italia di oggi traendo spunto da quella di ieri, citando il passato per arrivare all’importanza del presente, e del futuro, senza dimenticarsi di una comicità di fondo: “ E se se copassimo?” Se ci uccidessimo, si chiede in dialetto veneto Paolini guardando al futuro che ci aspetta. Ma la risposta è negativa: “Aspettiamo il prossimo,  ragione sufficiente per non uccidersi”. Non ha perso l’occasione per lanciare un’invettiva al mondo di oggi, troppo tecnologico, legato agli smart-phone, a questa distrazione simile “al paese dei balocchi di Collodi”, per poi citare il suo capolavoro, il Vajont, che ricorda come “il racconto di una tragedia ha la forza di smuovere un popolo. La tragedia serve a capire, la commedia serve a campare”.

Qualcosa è cambiato da quando nel 1997 mandò in onda su RaiDue la sua “orazione civile” su quella tragedia “per cui nessuno ha ancora chiesto scusa. Ho visto nuove generazioni di scienziati capaci di imparare dagli errori del Vajont.  Anche se forse mi sono illuso, almeno a giudicare dalla presa di posizione del mondo scientifico dopo la sentenza per il terremoto dell’Aquila. Mi auguro che la Rai il prossimo 9 ottobre, a 50 anni dalla tragedia, voglia riproporre Vajont”. Serve una scommessa, ha concluso, per fare in modo di non rimanere intrappolati per sempre nel paese dei balocchi.

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