SCIENZA E RICERCA

Ritrovate tracce del tragulo vietnamita, il più piccolo ungulato al mondo

Nessuno l’aveva più visto dal 16 gennaio del 1990. Da quando cioè, durante una spedizione russo-vietnamita nella provincia di Gia Lai in Vietnam, un cacciatore riportò un esemplare al gruppo di scienziati. Ma ora, come annunciato su Nature Ecology & Evolution, il rarissimo tragulo del Vietnam (Tragulus versicolor) è tornato a farsi vedere

A stanarlo sono stati gli obiettivi di una trentina di fototrappole installate tra l’aprile e il luglio del 2018 dalla Global Wildlife Conservation in una foresta secca di pianura nel Vietnam meridionale. Così oltre 1.880 immagini hanno messo la parola fine alla “latitanza” del più piccolo ungulato al mondo. In un momento in cui la biodiversità globale sta affrontando quella che sarà ricordata come la sesta estinzione di massa, ci sarebbe da esultare. Ma non è tutto oro quello che luccica.

Grande all’incirca come un coniglio, il tragulo del Vietnam è stato descritto per la prima volta nel 1910, quando lo zoologo Michael Rogers Thomas ne acquistò quattro esemplari a Nha Trang, una città situata lungo le coste meridionali del Vietnam. Tuttavia entro la fine del secolo si sono perse le sue tracce e per anni è rimasto confinato tra quelle specie quasi mitologiche. Di certo il suo aspetto ha contribuito non poco a quell’aura di mistero: è pur sempre un ungulato piccolissimo, senza corna e con degli inconfondibili canini superiori allungati a mo’ di zanne. Così, per provare a rintracciare di nuovo questa “specie perduta” il team di ricercatori della Global Wildlife Conservation, del Southern Institute of Ecology vietnamita e del Leibniz Institute for Zoo and Wildlife Research tedesco, dal 2017 hanno coinvolto le popolazioni locali per ottenere informazioni precise sugli eventuali ultimi avvistamenti e massimizzare gli sforzi. È così che sono riusciti nell’impresa.

Nei video realizzati dalle fototrappole, si vede il tragulo vietnamita sgambettare su quelle zampe sottilissime, sfilare davanti la telecamera mostrando i fianchi grigio-argentei, mentre con il muso appuntito rovista nella lettiera della foresta. Diversi esemplari si alternano davanti alle telecamere, uno di loro si accorge della presenza delle fototrappole e per qualche istante fissa l’obiettivo con quegli occhi grandi, neri e profondi, prima di dileguarsi.

“Scoprire che il tragulo del Vietnam è ancora là fuori è solo il primo passo per assicurarci di non perderlo di vista un’altra volta” ha spiegato il capo della spedizione, An Nguyen. Non conosciamo infatti la sua biologia riproduttiva, né la sua ecologia, forse potrebbe preferire gli ambienti asciutti alle foreste tropicali umide del Vietnam, dove le fototrappole non lo hanno mai beccato. E forse quegli strani canini potrebbero servire ai maschi nei combattimenti per conquistare le femmine.

Purtroppo, però, i dati a disposizione sono ancora insufficienti per fare una stima affidabile della dimensione della popolazione e per valutare lo stato di conservazione della specie, già purtroppo minacciata dall’uso intensivo di tagliole e lacci. Il bracconaggio con questi mezzi è infatti molto diffuso in Vietnam e ha spinto sull’orlo dell’estinzione anche altri artiodattili endemici come la saola (Pseudoryx nghetinhensis) e il muntjak gigante (Muntiacus vuquangensis). 

Il prossimo passo sarà dunque quello di identificare una o due aree con popolazioni di tragulo del Vietnam quantificabili e stabili, e iniziare così delle azioni di tutela mirate, come attività di anti-bracconaggio e di educazione degli abitanti del luogo.

Il tragulo del Vietnam resta comunque il primo mammifero ritrovato dalla Global Wildlife Conservation nell’ambito del progetto “Search for Lost Species”, cominciato nel 2017: un progetto molto ambizioso che punta a ritrovare 25 specie, tra animali e piante, di cui si sono perse le tracce da diverso tempo. In collaborazione con oltre 100 scienziati, la Global Wildlife Conservation ha stilato un elenco di 1.200 specie di animali e piante “smarriti” dalla scienza, identificando poi le 25 most wanted, più ricercate, per ritrovarle e iniziare dei progetti di conservazione.

Da quando le ricerche sono cominciate, le cose non sono andate poi così male: sono state ritrovate già cinque specie, forse sei. La prima a far capolino nel novembre 2017, sulle montagne del Cuchumatanes in Guatemala, è stata la salamandra rampicante di Jackson (Bolitoglossa jacksoni), sparita nel nulla dal 1975, nonostante la sua colorazione vivace giallo-dorata e ben trenta spedizioni per cercarla. Per scovare le altre quattro “most wanted species”, invece, si è dovuto aspettare il 2019. Nel febbraio di quest’anno, nelle Molucche (Indonesia), è stata ritrovata l’ape gigante di Wallace (Megachile pluto): quattro centimetri di lunghezza per sei di apertura alare. Descritta dal celebre naturalista Alfred Wallace, era stata avvistata l’ultima volta nel 1981. Pochi giorni dopo è toccato alla tartaruga di Fernandina (Chelonoidis phantasticus) nelle Galápagos, considerata estinta da oltre un secolo, dal 1906 per la precisione. Poi alla pianta carnivora di velluto (Nepenthes mollis) scoperta nel 1925 tra le montagne del Borneo e ritrovata a ottobre da un gruppo indipendente di botanici, per la verità. Infine la Global Wildlife Conservation attende ancora i risultati dei test genetici per confermare la riscoperta dello squalo di Pondicherry (Carcharhinus hemiodon) in India, latitante dal 1979 e classificata dall’IUNC come in “pericolo critico”.

Potrebbero sembrare casi più unici che rari e invece queste sono solo una piccola parte delle specie riapparse quasi miracolosamente, le cosiddette “specie Lazzaro”, di cui l’esempio più famoso è il celacanto Latimeria chalumnae, creduto estinto addirittura da 65 milioni di anni e ritrovato nel 1938 da un peschereccio a largo delle coste sud-africane. 

Bene, diremmo. E aggiungiamoci anche che queste notizie fanno il paio con la scoperta di nuove specie. Secondo le stime dell’International Institute for Species Exploration, ogni anno vengono scoperte circa 18.000 nuove specie, in natura come nelle collezioni museali, anche se non tutte vengono catalogate subito o finiscono sulle pagine dei giornali generalisti. Dall’inizio del 2019 almeno 50 nuove specie e un nuovo genere hanno ricevuto un minimo di attenzione mediatica, tra cui il tanto dibattuto (in Italia) coleottero dedicato a Greta Thunberg.

Alcune di queste specie sono davvero nuove alla scienza, ma nel calderone delle “nuove specie” ovviamente finiscono una serie di ricatalogazioni: specie già note, precedentemente classificate come un’unica specie o in più sottospecie. Si tratta quindi di specie che sono state “splittate”, come dicono gli zoologi, in seguito ad analisi genetiche o altri esami più approfonditi.

È il caso della salamandra cinese gigante Andrias davidianus, fino ad oggi ritenuta una sola specie e appena divisa in tre specie differenti da analisi genetiche: l’A. davidianus, l’A. sligoi, e una terza a cui ancora si deve assegnare un nome. Lo stesso è accaduto all’anguilla elettrica, o elettroforo, Electrophorus electricus: a settembre, come raccontato su Nature è stata separata in tre specie distinte sulla base di piccole differenze morfologiche, dell’areale e soprattutto al tipo di voltaggio emesso. È così che alla specie nominale si sono aggiunte E. voltai E. varii.

Sono tutte buone notizie, verrebbe da dire, in un momento storico in cui si parla – e non a torto – di una sesta estinzione di massa. Mentre si rincorrono gli articoli sull’ultimo rinoceronte bianco appena morto o delle ultime dieci vaquita rimaste al mondo, per non parlare dell’ecatombe che sta colpendo gli insetti (il 40% di loro rischia di estinguersi nei prossimi decenni), questi annunci sembrano dare un sospiro di sollievo. Eppure no, non possiamo gioire. Perché? 

Perché anche queste “buone notizie” ci ricordano quanto poco conosciamo e riusciamo a tutelare la biodiversità che abita con noi il pianeta. Da una parte, come dimostrano le specie-Lazzaro, persino sulle specie che abbiamo catalogato abbiamo una panoramica quantomeno lacunosa. Dall’altra esistono ancora milioni di specie a noi sconosciute: circa l’86% delle specie terresti e il 91% di quelle marine aspetta ancora di essere descritta e solo da pochi anni abbiamo mezzi tecnologici e scientifici accurati per poter dirimere tra specie simili. In questa profonda mancanza di conoscenze si innesta, inesorabile, l’accelerazione della perdita di una biodiversità dai confini sfumati, che sembra scivolarci tra le mani.

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