CULTURA

Lo spartiacque degli anni Settanta

di Daniele Mont D'Arpizio

“Come le ricerche più recenti stanno confermando, gli anni ‘70 hanno un senso periodizzante nella storia del dopoguerra – spiega al Bo Live Guido Formigoni, docente di storia contemporanea all'università IULM di Milano –; sono gli anni in cui cioè entra in crisi un mondo: quello legato alla crescita economica integrata degli stati, con la grande preminenza degli Stati Uniti e la guerra fredda. Una crisi che mette le basi di quello che poi sarà un assetto totalmente diverso e che oggi chiamiamo globalizzazione”. Lo studioso è noto soprattutto per le sue ricerche su Aldo Moro e sul movimento cattolico nel dopoguerra.

Secondo Formigoni gli anni ‘70 rappresentano dunque uno spartiacque: a un primo periodo in cui l'Italia, nonostante la sconfitta militare, si era adattata bene (agganciandosi per 30 anni alla grande espansione economica del capitalismo globale) segue una fase di forte difficoltà, “in cui la politica non riesce a gestire i cambiamenti di una società per certi versi sempre più ricca e mobile, ma anche contrassegnata da tensioni e agitazioni sociali”.

Una ricostruzione che va al di là dei luoghi comuni sugli ‘anni di piombo’, ma che allo stesso tempo non sminuisce l’impatto della violenza politica: “Il caso italiano ha poi questa particolarità: la violenza non è solo quella che scaturisce dalle agitazioni sociali e dalla contestazione del ’68 – prosegue Formigoni –; prima c’è la cosiddetta strategia della tensione, che mira a bloccare l'evoluzione della società con il terrore, cercando quindi di provocare un riflusso di tipo conservatore se non francamente reazionario. In questa situazione le schegge violente legate in parte alla contestazione studentesca, in parte alla radicalizzazione di alcuni ambienti collegati al Partito Comunista – in particolare all’ala che aveva inteso quella togliattiana come una scelta tattica, e che quindi teneva viva l'ipotesi della rivoluzione per il futuro – fino alle nuove correnti sindacali, ispirate una conflittualità di fabbrica molto dura, in qualche modo si rafforzano diventando il brodo di cultura del terrorismo”.

Un’escalation che culminerà nel delitto Moro, avvenuto esattamente 40 anni fa: “Si tratta certamente di uno spartiacque simbolico. Da solo lo statista non avrebbe certamente potuto modificare o contrastare processi che erano legati a vicende economiche e sociali e ad equilibri internazionali profondi e complicati; altrettanto certamente però la sua figura era quella che negli anni precedenti si era dimostrata maggiormente in grado di una visione del cambiamento e di una tattica politica che tentasse di adattarvi il Paese”. Il suo sequestro e l’assassinio privano la politica italiana di uno dei suoi punti di riferimento fondamentali: “Successivamente negli anni ‘80 una stabilizzazione del Paese ci sarà, ma diversa da quella che Moro aveva in mente: molto meno incentrata sul ruolo dei grandi partiti di massa, che si rivelano all'inizio della loro crisi”.

Nel ’69 erano quasi 10 anni che non c'erano più morti in piazza durante le manifestazioni politiche Guido Formigoni

Anche la nostra epoca conosce una situazione di profonda instabilità: “L’impressione è che oggi la crisi dell’assetto della globalizzazione sia sotto gli occhi di tutti – continua Formigoni –. Qualcuno la interpreta come una crisi passeggera, congiunturale potremmo dire; qualcun altro ritiene che si tratti di un fenomeno più strutturale e radicale: quasi che, come negli anni ‘70, fossimo nuovamente di fronte alla consumazione di un certo tipo di modello”.

È ancora possibile un ritorno della violenza? “Si tratta di una questione sicuramente delicata – conclude lo studioso –, anche negli anni ‘70 venivamo da un periodo in cui la violenza politica era stata sostanzialmente eliminata dalla scena: nel ’69 erano quasi 10 anni che non c'erano più morti in piazza durante le manifestazioni politiche. La violenza può quindi fare capolino in modo imprevisto, e la storia ci insegna che per controllare queste dinamiche in particolare c’è bisogno che la classe dirigente sia molto prudente, attenta e capace di interpretare i cambiamenti. L’impressione è che però la politica oggi sia meno forte, e questo può creare qualche dubbio sulla sua capacità di governare questi complessi cambiamenti”.

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