SCIENZA E RICERCA

Storie (diverse) di epidemia e di scienza

20 gennaio 1633. Galileo Galilei parte da Firenze per intraprendere il suo sesto e ultimo e drammatico viaggio. Tre giorni dopo lo bloccano a Ponte a Centina, nei pressi di Acquapendente. In giro c’è il batterio della peste. E lo scienziato più famoso d’Europa e del mondo – anche in Cina e in Corea leggono, tradotte, le sue opere – è costretto a restare in quarantena in una casa umile e scomoda, dove – lamenta lui – si mangia malissimo. Solo uova e poco altro. È proibito entrare a Roma senza un sufficiente periodo di isolamento.

Lì a Ponte di Centina c’è la dogana dello Stato Pontificio, con una stazione di posta, un carcere, una locanda e il lazzaretto per gli eventuali positivi all’ispezione cui tutti coloro che vogliano (o debbono) andare a Roma vengono sottoposti.

A Galileo tocca in sorte la locanda, che non deve poi essere meglio del carcere o del lazzaretto. Ripartirà solo l’11 febbraio. Arriverà a Roma due giorni dopo. Vi resterà cinque mesi. Il 22 giugno 1633 la condanna per eresia e l’abiura.

Le quarantene con quelle che oggi chiamiamo “distanza sociale” hanno attraversato non solo la vita di Galileo ma l’intera storia della scienza in Europa

Le quarantene con quelle che oggi chiamiamo “distanza sociale” hanno attraversato non solo la vita di Galileo ma l’intera storia della scienza in Europa. Sarebbe troppo lungo e pressoché impossibile ricordare queste infauste congiunzioni. Limitiamoci a tre, affatto diverse tra di loro e, in qualche modo emblematiche di tutte.

La prima riguarda l’isolamento e la “distanza sociale” conseguente allo scoppio di quella che è, probabilmente, l’epidemia più devastante cui l’Europa è andata incontro, quella del 1348: la “peste nera”. Era un periodo, quello, in cui il piccolo continente stava recuperando il terreno perduto con la scienza. Almeno fino al XII secolo la parte più occidentale del continente, che potremmo definire per brevità l’Europa latina, era stata (si era) tagliata fuori dallo sviluppo delle scienze iniziato (alla grande) nei regni ellenistici un millennio e mezzo prima. Ad Alessandria d’Egitto, in particolare, e in quella biblioteca frequentata da gente che ancora oggi ricordiamo: Euclide, Eratostene e molto probabilmente anche il siracusano Archimede, oltre a innumerevoli altri. La prima e la più grande comunità scientifica in senso stretto nella storia dell’umanità.

La scienza ellenistica era stata poi conosciuta dagli Indiani e anche dai Cinesi, e poi ripresa dagli Arabi o, per meglio dire, nel mondo islamico a partire dall’VIII e IX secolo. Gli islamici non si limitarono a tradurre in maniera sistematica tutti i classici scientifici di epoca ellenistica, ma coltivarono in proprio la produzione di nuove conoscenze scientifiche. Nel XII secolo soprattutto a Toledo ma anche a Palermo gli Europei in qualche modo si svegliano e iniziano a tradurre con buona sistematicità i testi arabi in latino. Tra i testi arabi spiccano le traduzioni dal greco in arabo dei classici ellenistici. È così che, quasi un millennio e mezzo dopo la sua stesura, nell’Europa latina si possono finalmente leggere gli Elementi di Euclide e tanti altri libri.

La traduzione incrocia (certo non a caso) lo sviluppo della rete europea delle università: tra i primi atenei a nascere c’è, nel 1222, quella di Padova. Ebbene in tutti questi atenei si “leggono” i medesimi libri in una lingua comune, il latino. E ciò favorisce la costituzione della prima comunità di ricerca europea che ha i suoi centri soprattutto in Italia, in Francia, in Inghilterra, ma anche con vivacissimi scambi di uomini (alle donne era inibito l’accesso alle università) e di idee. Lo sviluppo è abbastanza rapido e i risultati ottenuti fino a metà del XIV secolo sono ormai tutt’altro che banali.

Poi ecco l’epidemia (e la crisi economica) del 1348 e il conseguente isolamento così ben raccontato da Giovanni Boccaccio. Bruscamente lo scambio di idee e di persone tra le varie università europee si interruppe e con essi lo sviluppo della scienza. Occorrerà che passino molti decenni, prima che la conoscenza scientifica in Europa possa riprendersi. Passando, questa volta, non tanto per le università, quanto soprattutto per le botteghe degli artisti/ingegneri di Firenze.

In questo caso l’epidemia e le quarantene hanno bloccato lo sviluppo dell’intera attività scientifica

Ritorniamo, ora a Galileo. Nell’arco di soli quattro anni, le quarantene intersecano tre volte la sua vita, personale e scientifica. Si inizia nel 1630, l’anno della peste che nelle sfaccettature lombarde è stata, poi, raccontata da Alessandro Manzoni nei promessi sposi. A causa dell’isolamento tra Stato Pontificio e Granducato di Toscana, Galileo è costretto – e la cosa non gli dispiace affatto – a stampare la revisione del suo Dialogo sopra i due massimi sistemi a Firenze invece che a Roma. Innescando una catena di eventi che lo porterà tre anni dopo alla condanna.

Il primo anello di questa catena si interseca con un nuovo problema di quarantena nel 1632. In realtà si tratta della fine di una quarantena. E il libro della discordia, pubblicato a Firenze, ormai può raggiungere Roma. Dove non fu bene accolto.

Eccoci, dunque al 1633 e alla terza maledetta quarantena. A Galileo è stato ordinato di andare a Roma per spiegazioni urgenti e indifferibili. Inutilmente l’ambasciatore del Granducato di Toscana nell’Urbe fa presente che: data «la sua età di 70 anni, la poca sanità, ed il pericolo della vita a mettersi in viaggio, ed in quarantene fuori della sua piccola camera, e fuor d’ogni comodità» è meglio che Galileo non si muova. In Vaticano gli fu risposto che Galileo sarebbe potuto giungere a Roma “pian piano in lettiga e con ogni suo comodo”. Ma doveva comunque arrivare. Come sia andata lo abbiamo detto, dal 23 gennaio al 10 febbraio 1633 Galileo è costretto alla scomoda quarantena al confine con lo Stato Pontificio.

Andrea Cioli, segretario di stato del Granducato, prega premurosamente l’ambasciatore Niccolini di fornirgli anche «qualche lume di consolazione, con dirgli almeno che venga allegramente, ché non sarà messo in prigione [cosicché] si diminuirebbe in noi il timore che habbiamo della sua salute, perché la verità dev’essere ch’egli è partito col male addosso».

Povero Cioli, quanto si era illuso.

Galileo è prossimo, ormai, a compiere 69 anni. E il “male addosso” che si porta è nel corpo – come hanno certificato ben tre medici e contrariamente a quanto credono a Roma, il suo stato di salute fisica non è affatto buono – oltre che nell’animo. Chi avrebbe mai immaginato che lo scienziato più famoso d’Europa, l’uomo che ha scoperto un nuovo cielo ed è (e si sente) principio, per dirla con Tommaso Campanella, di “secolo novo”, sarebbe stato costretto all’umiliazione di una quarantena vissuta in un tugurio e ad andare di fatto prigioniero a Roma per subire un processo alle sue idee?

In questo secondo caso di incontro con l’epidemia (tra i mille che avremmo potuto ricordare) la scienza paga un prezzo formidabile alla libertà.

In questi incontri con la peste e le quarantene non sempre si sono rivelate onerose per la scienza. L’ultimo episodio che vogliamo ricordarvi è quello in cui un isolamento volontario per sfuggire alla peste si è risolto in due tra le più alte conquiste nella storia della cultura umana: la teoria della gravitazione universale e la “scoperta” del calcolo differenziale a opera di un ragazzo: Isaac Newton.

Il periodo di massima creatività e produttività scientifica di una delle più grandi menti scientifiche della storia cade tra il 1665 e il 1666, quando Isaac Newton è studente a Cambridge ed è, per l’appunto, poco più che un ragazzo. Sono quelli gli anni della peste che fa strage a Londra e costringe molti studenti della stessa Cambridge ad allontanarsi dal focolaio dell’epidemia e a trovare riparo in campagna. Isaac ripara nel suo paese natale, Woolsthorpe: in autoisolamento. È lì che in quei mesi inizia a pensare alla possibilità di elaborare una legge generale della gravitazione che unifichi la fisica terrestre di Galileo e la fisica celeste di Keplero, sulla base di rigorose leggi matematiche. È lì che tenta di determinare la forza necessaria a trattenere la Luna nella sua orbita e di compararla alla forza di gravità che agisce sulla superficie della Terra, facendo per esempio cadere una mela dall’albero. È lì che riflette anche sulla natura della luce. Ed è lì, in 18 mesi, che lavora al calcolo differenziale. Poche persone in così poco tempo hanno prodotto così tanta nuova conoscenza. Pochissime hanno prodotto tanta conoscenza rivoluzionaria. Nessuno, come Isaac Newton, prima ancora di aver compiuto 25 anni.

Nella pace della sua casa e del suo giardino a Woolsthorpe, in isolamento pressoché assoluto, Newton fa compiere alla fisica e alla matematica due passi straordinari

Tutte le novità cui abbiamo accennato il giovane Newton le annota, conservando con cura maniacale ogni appunto, ma non le rende pubbliche, non con saggi o libri almeno. Passata l’epidemia di peste e passato, anche, lo shock del devastante incendio che ha distrutto Londra (e sterminato i topi portatori delle pulci a loro volta portatrici del batterio patogeno, Yrsinia pestis), Newton torna a Cambridge e diffonde le sue idee, anche a lezione, quando inizia a insegnare. Le idee colpiscono un po’ tutti i membri della Royal Society, l’accademia che a Londra riunisce le migliori menti scientifiche d’Inghilterra. Finché uno dei membri della Society, Edmond Halley non lo convince a metterle nero su bianco in un libro, quelle sue idee.

Passeranno diversi anni prima che Newton lo faccia. Ma il frutto della quarantena cambierà sia la storia della fisica sia la storia della matematica.

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