SOCIETÀ

La Turchia del dopo golpe, tra laicità e sultanato

“Golpe fasullo in Turchia? Non credo: per il governo sarebbe stato un rischio enorme e per certi versi inutile. E di Erdogan si possono dire molte cose, ma non che sia uno stupido”. È netto Murat Cinar, giornalista turco e analista attento di questioni mediorientali. Questo ovviamente non significa che il presidente turco non stia cercando ora di sfruttare la situazione: “Sicuramente ha preso la palla al balzo per regolare alcuni conti: del resto ha dichiarato lui stesso, a colpo di stato fallito, che questo rappresentava per lui una ‘grande occasione’. E la velocità con cui stanno procedendo le epurazioni suggerisce che le liste erano pronte da tempo”.

Per quanto riguarda i mandanti il principale indiziato, almeno a detta del governo, è proprio quel Fethullah Gülen che all’inizio era considerato l’ideologo del regime. “Per ora gli indizi principali provengono dalle confessioni dei cospiratori, e quindi vanno presi con le molle – continua Cinar –. Quel che è certo è che la guerra tra Erdogan e Gülen va avanti dalla fine del 2013, e che il governo aveva iniziato a far pulizia da tempo”. Una figura, quella del predicatore e politico turco, che non va comunque idealizzata. “Gülen è conservatore e anticomunista ma ha aiutato tutti i governi, è un po’ l’espressione del paese profondo. Chi lo difende oggi dovrebbe ricordare che fino a qualche anno fa ad andare in galera erano quelli che lo criticavano”.

Intanto tra golpe e sultanato, e prima ancora tra omicidi politici e repressione dei curdi, l’immagine che arriva della Turchia è quasi sempre frammentaria, stereotipata e tutt’altro che positiva. Soprattutto in Italia, in cui - a differenza della Germania - manca una numerosa comunità turca e dove quindi una voce da insider come quella di Cinar è particolarmente preziosa. Lo si capisce leggendo la sua Guida per comprendere la storia contemporanea della Turchia (Edizioni Simple 2016) i cui articoli, tutti ampi e documentati, raccontano gli ultimi anni del paese anatolico con una prospettiva diversa da quella usuale ma non per questo meno critica, in particolare sui passaggi politici e istituzionali che hanno segnato l’ascesa del partito del presidente  dell’AKP (il partito politico che fa capo a Erdogan).

Nel volume Cinar utilizza fonti non facilmente accessibili in Italia e dà soprattutto spazio a voci spesso poco ascoltate in Occidente. Come quella di Osman Ozguven, che da anni si batte contro la povertà e per l’inclusione sociale nella piccola città Dkili di cui è sindaco, o del giornalista di origine armena Hrant Dink, ucciso a Istanbul nel 2007 con tre fendenti alla gola e di cui Cinar traduce e pubblica due articoli. Ma ci sono anche le storie delle minoranze curde e armene e della comunità LGBT, oltre a quelle di movimenti meno conosciuti come quello dei ‘Musulmani rivoluzionari’, che hanno trasformano il Ramadan in ‘digiuno di ribellione’ contro lo sfruttamento.

Una complessità di opinioni e di movimenti che negli anni si è sempre più rarefatta, in un processo che sembra avere subito un’accelerazione dopo il fallito tentativo di golpe del 15 luglio 2016. Rischiando di imprimere una vera e propria mutazione genetica a un paese che, tra luci e ombre, era comunque un modello in uno scenario complesso come quello mediorientale. Lo raccontavano l’emancipazione femminile (le turche votano dal 1926, esattamente 20 anni prima delle italiane), l’appartenenza alla Nato e i buoni rapporti con Israele, la crescita economica degli ultimi anni. E soprattutto quel costante guardare all’Europa, con la richiesta di adesione all’UE formulata nel 2005.

Oggi tutto questo sembra sempre più lontano, come dimostrano anche le pressioni in atto da tempo sui più diversi settori della società, come ad esempio quello dell’università. Erdogan non ha più rivali sul fronte interno, mentre il paese sembra allontanarsi sempre più dall’Europa. Uno scenario ormai irreversibile? “Questo si vedrà col tempo. Governando con la paura puoi vincere oggi e magari pure domani, ma non dopodomani. Lo abbiamo visto con la rivolta di Gezi Park: prima o poi la cittadinanza reagisce alle politiche di repressione”. Cosa dovrebbero fare l’Europa e in particolare l’Italia? “Innanzitutto rendersi conto che anche loro hanno contribuito a creare questa situazione. Tanti in questi anni hanno fatto affari con Ankara, e così sul fronte interno Erdogan ha potuto raccontare di aver attirato capitali stranieri e di aver creato posti di lavoro. Eppure i giornalisti finivano in galera anche 10 anni fa, senza che nessuno alzasse la voce”.

Daniele Mont D’Arpizio

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