UNIVERSITÀ E SCUOLA

Una vita da post-doc e l'amore per la ricerca

Da ragazzina qualche volta non mancava di marinare la scuola per andare sul Carso a leggere Karl Popper, Simon Weil e tutto quello che, a suo dire, in classe non avrebbe imparato. Poi è venuto il conservatorio, il diploma in canto lirico e una laurea in Musicologia sulle basi di dati multimediali. Quattro anni come insegnante di teoria, solfeggio e canto nelle scuole superiori e, dopo una collaborazione con la fondazione Arena di Verona, un dottorato in informatica. Federica Bressan, classe 1981, oggi è ricercatrice post-doc e coordinatrice del laboratorio di conservazione e restauro dei documenti sonori del Centro di sonologia computazionale dell’università di Padova. Almeno fino a fine marzo, quando terminerà il contratto. Poi sicuramente qualche altra collaborazione, ma purtroppo nessuna garanzia per il futuro: anche per questo aveva deciso di cambiare strada. “Una mattina invece – racconta Federica – leggo le e-mail e apprendo di aver vinto il Marie Curie Individual Fellowship”. In pratica un finanziamento della Comunità europea di 160.800 euro con cui condurre un progetto sulla conservazione delle installazioni multimediali e interattive (Dynamic preservation of interactive art: the next frontier of multimedia cultural heritage) della durata di due anni all’università di Gent in Belgio. Una borsa di ricerca che favorisce la mobilità, la formazione e lo sviluppo di carriera dei giovani ricercatori. 

Federica Bressan parla dei suoi studi con grande passione. Le installazioni multimediali interattive, spiega, sono forme d’arte in cui non ci si imbatte facilmente in Italia al di fuori dei contesti specializzati. Un’installazione artistica di questo tipo è un sistema che integra oggetti reali e virtuali (multimedia) per creare nello spettatore un’“esperienza estetica”. Come nel caso di una delle installazioni dell’artista fiammingo Tim Vets, BilliArt, in cui il movimento delle palle da biliardo sul tavolo da gioco permette di comporre musica grazie a un algoritmo che elabora campioni sonori di ispirazione jazzistica. Il tutto condito da grafica interattiva. “Spesso l’aspettativa di vita di un’opera di questo tipo è limitata alla sua esposizione pubblica. Una volta smantellata, non può essere riassemblata secondo le indicazioni dell’artista”. La conservazione, dunque, l’individuazione di standard catalografici univoci diventa una questione fondamentale. Non solo per tramandare ai posteri l’oggetto in sé, ma soprattutto per poter trasmettere a distanza di anni il senso che l’opera artistica aveva nel contesto spazio-temporale di appartenenza. Secondo Bressan oggi esistono due ordini di problemi. Da un lato la conservazione di queste opere artistiche viene presa in carico dai singoli musei e questo comporta una frammentarietà di approcci e risultati. D’altro canto all’interno dell’accademia la questione viene affrontata nell’alveo umanistico traducendosi in speculazione sull’arte, dal valore indubbio per la costruzione di un apparato teorico condiviso, ma spesso senza concreti risvolti applicativi. Ciò perché, secondo la ricercatrice, manca un solido apporto della scienza informatica. “Oltre a questo problema – continua – di natura evidentemente interdisciplinare perché richiede l’unione di competenze nel campo dell’arte e dell’informatica, esiste la necessità di definire un’ontologia per l’arte interattiva basata su osservazioni empiriche”. L’interdisciplinarietà in questo settore di ricerca è dunque un aspetto fondamentale. Il contributo della speculazione filologica e filosofica sono necessari perché la conservazione non si traduca in una mera questione tecnica. Bressan introduce il concetto di “filologia digitale”, cioè della necessità di studiare le fonti documentarie in formato elettronico applicando i concetti tipici della filologia tradizionale, ridefinendo i concetti di “originale” e di “autentico”, studiando il rapporto che esiste tra il documento storico (come un nastro magnetico) e la sua rappresentazione digitale.   

Il settore della conservazione delle installazioni interattive e multimediali è dunque ancora largamente inesplorato e secondo Federica Bressan “l’approvazione di questo progetto è stato un segno importantissimo da parte della Comunità europea che ha riconosciuto il valore della conservazione del patrimonio culturale multimediale, legittimando il ruolo dei profili professionali inter-area come il mio”.

Il laboratorio in cui andrà a  lavorare nei prossimi due anni è quello di Marc Leman, un gruppo di ricerca che comprende musicologi, artisti, fisici, ingegneri, psicologi della percezione e che da tempo collabora con il Centro di sonologia computazionale dell’università di Padova diretto da Giovanni De Poli. È iniziata da lì la creazione di un “network” composto da musei, gallerie d’arte, artisti e ricercatori che hanno accettato di mettere a disposizione la propria esperienza e di collaborare al progetto. Un network che la giovane ricercatrice ha costruito investendo tempo e risorse. “Per circa un anno e mezzo, da quando ho deciso di presentare domanda di finanziamento per il progetto, ho viaggiato a Gent, ad Anversa, a Bruxelles, ad Amsterdam. Partivo in media una volta al mese e di questo devo ringraziare anche il mio responsabile scientifico, Sergio Canazza, che mi ha sempre sostenuta”. Ha bussato a molte porte e non si è fatta intimorire dall’autorevolezza di un nome o di un’istituzione, perché “è necessario essere imprenditori di se stessi e avere molto spirito d’iniziativa”. 

In Belgio, diversamente dall’Italia, non è infrequente imbattersi in installazioni multimediali e interattive, come nelle stazioni ferroviarie o ai giardini pubblici ad esempio. “L’ambiente e il clima culturale sono differenti rispetto a quello a cui siamo abituati – sottolinea Bressan – Ricercatori e artisti sono categorie professionali riconosciute, con diritto al sussidio di disoccupazione. E questo riconoscimento ha notevoli ricadute sul lavoro degli artisti, sulla quantità di opere artistiche di cui si può fruire e su come i cittadini percepiscono l’arte e la cultura. Certo non come qualcosa di inutile e gratuito”.

La notizia di aver vinto la borsa di ricerca arriva nella vita della giovane ricercatrice proprio nel momento in cui aveva scelto di cambiare direzione. “Il lavoro di ricerca per me è sostanzialmente il sinonimo della condizione ideale dell’uomo: conoscere, scoprire, collaborare, organizzare il lavoro con metodo. Ma negli ultimi sette anni ho trascurato troppo la mia vita personale. Trascorrevo tutti i giorni della settimana in laboratorio: è stata un’estasi di lavoro, sicuramente ricca di soddisfazioni. Ma a un certo punto mi sono chiesta dove stessi andando come persona, come essere umano, anche perché nonostante le collaborazioni su cui sapevo di poter contare, non vedevo sbocchi a lungo termine”. Da qui la decisione di cercare un altro lavoro, all’estero. Qualche curriculum già inviato in Thailandia e in Inghilterra con esito positivo, grazie anche alle lingue parlate. Poi il Marie Curie. “Non avrei mai rinunciato a questa borsa e ho deciso di rimettermi in gioco. So che il progetto mi assorbirà completamente, ma il piacere che traggo dalla ricerca è irresistibile”.

Monica Panetto

Il gruppo di ricerca del Centro di sonologia computazionale. Da sinistra: Carlo Fantozzi, Giovanni De Poli, Niccolò Pretto, Roberta Bertani, Federica Bressan e Sergio Canazza

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